Il mio 45 (capo)giri

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta.

Acquistai il mio primo LP a tredici anni in una delle tante bancarelle di dischi usati concentrate all’inizio di un serpentone che è il mercato di Porta Portese. La copertina era quasi nuova e la grafica mi fulminò. Quel cartoncino quadrato era totalmente ricoperto dal faccione di un uomo: gli occhi spaventati, le narici dilatate e la bocca così spalancata che l’ugola sembrava far parte della faccia. Solo due colori, il rosso e il blu, dai quali emergeva la paura, e a coloro i quali si fossero spinti a interpretazioni più approfondite anche l’urlo. Una volta controllato che il vinile fosse integro, pagai con i risparmi delle merende meno costose di quelle che la mamma preventivava e sui viaggi clandestini in bus, e me ne tornai a casa con la voglia di ascoltare In the Court of the Crimson King, dei King Crimson. Era mio, era la mia musica.
Le mie compagne di scuola, diversamente da me, ascoltavano la musica leggera. A dire il vero, per loro era diventata una ossessione, al punto di riprodurre mozziconi di strofe sui diari e anche sui jeans. Non hanno inventato nulla oggigiorno con gli strappi, noi i jeans li imbrattavamo con i pennarelli colorati: frasi o disegni tipo le due dita a V di Vittoria o i cuori inflitti da frecce del dio alato, se eravamo innamorate. Nelle feste, non c’era verso di cambiare musica. Sempre e solo roba come i Pooh, Patty Pravo, Mia Martini, Gilbert O’Sullivan e poi Antonello Venditti che con la sua Lilly aveva intossicato i cori: veniva ripetuta a gogò malgrado anche la puntina del giradischi implorasse un time out. Il risultato è che ancora mi porto addosso questo peso: non sopporto Venditti e il nome Lilly mi suscita dermatiti urticanti.
Ero un po’ schiacciata dalla incomprensione, la mia e la loro. Non capivo cosa potessero trovarci di bello in musiche piatte e melense. Immaginavo un pentagramma pulito, prevedibile, insomma senza onde irregolari, le stesse che sentivo arrivare all’ascolto dei Doors o dei Led Zeppelin. Anche se, devo ammetterlo, la musica noiosa si animò qualche tempo dopo con l’approdo dei maschi alle feste. Con loro arrivò anche Carlos Santana, ma era una mossa tattica per far durare di più il lento, bacio annesso, sulle note di Samba Pa Ti.

Mi chiamo Francesca, sono una donna di mezza età, vivo a Testaccio, il quartiere al di là del Tevere rispetto al mercato, e sono figlia degli anni ‘70, l’età d’oro del rock. La mia prematura tenacia nell’immergermi in questo genere musicale mi ha regalato una inarrivabile colonna sonora che dall’adolescenza mi ha deliziato per oltre un decennio, poi si è indebolita gradualmente. Una colonna sonora unica, destinata a vivere solo nei ricordi quando li rianimo con l’Hi-Fi. Dov’è il rock? Quello vero. Quello psichedelico, dove ti perdevi con i pensieri o non sapevi mai dove finisse il suono febbricitante della chitarra di Ritchie Blackmore, dei Deep Purple, quel heavy metal lì oggi non lo trovi in nessun gruppo rock. Così ascolto la mia buona vecchia musica e mi sembra di essere una delle vecchiette di quando ero giovane. Una di quelle che ascoltando Claudio Villa diceva che come lui non c’era nessuno. Allora esploro, cerco, setaccio, e approdo al jazz. Dave Brubeck Quartet. Pezzo: Time Out. Registrazione: 1959. Caspita che tempo, che frenesia, che tensione. Una combinazione di strumenti disorganica, inestricabile, e poi all’improvviso ecco il sax contralto che afferra le redini per farti saltare da quei ritmi impossibili al rassicurante quattro quarti.

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta. Però c’è sempre un però.
Quando vado in palestra, porto con me gli auricolari per sovrapporre la mia musica a quella che gli altoparlanti diffondono: solo canali italiani. Un giorno però li dimenticai a casa, gli auricolari, e le prestazioni atletiche si ammosciarono così come l’udito.
La musica è importante per l’umore: fa gioire, dà carica, fa anche piangere.
Questo tapis roulant deve avere il display rotto. Non è possibile che siano trascorsi solo dieci minuti. Che noia. Cambiate musica, per pietà.
Come se avessero ascoltato la mia supplica, cambiarono. Fu il momento di radio nostalgia, o qualcosa del genere.

Passerotto non andare via
Nei tuoi occhi il sole muore già

Non me ne andrei, lo sai.

Scusa se la colpa è un poco mia
Se non so tenerti ancora qua

Devo andare con i miei genitori,
è loro la colpa.

Ma cosa è stato di un amore
Che asciugava il mare
Che voleva vivere
Volare
Che toglieva il fiato
Ed è ferito ormai

È sempre qui e resterà.
Un mese passa in fretta e poi…

Non andar via
Ti prego
Passerotto non andare via
Senza i tuoi capricci che farò
Ogni cosa basta che sia tua
Con il cuore a pezzi cercherò

Beh, non è vero. Sei tu che mi vizi.
Porto il tuo peluche e ti sentirò vicino.

Ma cosa è stato di quel tempo
Che sfidava il vento
Che faceva fremere
Gridare
Contro il cielo

Sta qui, nel mio cuore. E tu fai il bravo.
Non guardare le altre.
Già mi manchi.

Non lasciarmi solo no
Non andar via
Non andar via
Senza te
Morirei
Senza te

Muoio anche io, però devo andare.
Mi aspettano.
Scrivimi.
Ti amo.

Baglioni! La nostra canzone.
Come ho potuto dimenticare?
Eppure il primo bacio non si scorda mai.
«Vuoi ballare?», mi chiese Matteo in una delle feste miste, così le chiamavamo quando erano presenti anche i maschi.
Non risposi. Annuii.
Ci eravamo scambiati alcuni sguardi già da un po’, però il fatto di dovermi rapportare con un maschio mi faceva ondeggiare le gambe. Un esame da superare. Un test della vita. Un passaggio dalla fase d’immaginari giochi fanciulleschi a quella che ti srotola davanti un terreno infinito tutto da esplorare.
Eravamo in una cantina dalle parti di piazza di Santa Maria in Trastevere. Il proprietario aveva tinteggiato le pareti di blu e come luci si era inventato un fustino cilindrico capovolto del Dash trasformato in lampada psichedelica. Fatta girare su un vecchio giradischi, ci regalava atmosfera da discoteca, quando era ancora presto per poterci andare.
Le luci colorate giravano, Matteo mi piaceva e non sentivo nulla se non l’emozione che ballava il flamenco sul mio cuore. Mi strinse a lui, mi accarezzò le spalle, la schiena e incollò la sua guancia alla mia. Che devo fare? Cosa si fa in questi casi? Mi piace, ci sto. Abbandonata alla sua presa, nella penombra colorata che smonta un po’ la timidezza, sentii le sue dita accarezzarmi la guancia e poi scostarla per incastrare il suo sguardo nel mio.
«Ti vuoi mettere con me?»
«Sì». Sorrisi impacciata. E lì e in quel momento collaudai il primo bacio. Dove devo mettere la lingua? E la sua cosa fa? Sottofondo musicale: Sabato Pomeriggio, Claudio Baglioni. Quel pezzo sugellò la nostra storia prolungata per un anno tra i vicoli trasteverini. Era la musica più bella dell’universo. Era miele. E ci piaceva.
Il primo bacio non si scorda mai, e neanche la musica che lo celebra. Non si sceglie, si assorbe, si insinua e non importa se non è quella che piace a te, perché da quel momento tu la osannerai. Quando l’ascolti, anche dopo quarant’anni, ti riporterà là, in quel momento, al primo bacio, e sentirai il sapore e l’odore.

«France’, ne hai ancora per molto?», mi chiese un tale con l’asciugamano al collo. Era un personal trainer.
«Perché?»
«È più di un’ora che corri, è troppo».
Si era accorto del mio viaggio onirico.
«Certo, scusa».
Mi destai: il display funzionava.

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta. Tranne Sabato Pomeriggio di Baglioni.

Emma Saponaro

(…) I quarantacinque racconti costruiscono un tributo alla Città eterna e alla musica che, in queste pagine, diventano un duetto inseparabile.

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