Chiudi gli occhi

Come scrive Angelo Orazio Pregoni, questo è un thriller tra preziose sete e sete di vendetta, frutto del primo laboratorio web di SCRITTURE URBANE, condotto dallo stesso Angelo Orazio Pregoni e Paolo Melissi, in collaborazione con Satisfiction, rivista di critica letteraria.
Accetto le sfide, questa è andata. Aspettiamo il secondo incontro di domani che verterà sulla poetica.

Nino aveva aperto, senza bussare, la porta che dalla sua casa al primo piano conduceva direttamente alla bottega di stoffe, proprio nel momento in cui il pendolo rintoccava dieci colpi. Colpi che aveva percepito abbattersi sul suo piccolo torace, talmente forte il cuore aveva preso a colpirlo. La scena che si aprì davanti ai suoi gli diede la sensazione di aver perso sé stesso.

Questa era l’unica certezza che gli era rimasta. Essersi perso.

Sono trascorsi venti anni e ogni cosa è rimasta al suo posto, sepolta sotto uno strato di polvere che sembra aver sigillato i ricordi e l’odore. Odore di tradimento. Odore di ipocrisia. E la scia di quel fetore si incolla al palato di Nino. La sua gola è secca, e gli sembra di ingoiare sale grezzo.

Non è stato difficile ingannare Vittorio: una telefonata fingendosi un agente immobiliare e la proposta allettante di svendergli il vecchio negozio di tessuti. Non un negozio qualunque. Non tessuti normali. Quei tessuti. Un tempo sua alcova del venerdì sera. Nino ha lanciato l’illusione e il signor Vittorio l’ha afferrata.

L’ha afferrata per poi perderla di colpo, quando Nino, senza quasi guardarlo in faccia, dopo averlo invitato a scendere giù, nel sottoscala, approfittando della penombra, con la rapidità di un proiettile lo ha bloccato dalle spalle: la mano sinistra preme una lama gelida sulla carotide e la destra pigia sulla bocca e sul naso uno scampolo di stoffa inumidita con una sostanza narcotizzante, quel tanto da fargli perdere coscienza per il tempo che gli serviva.

Chiudi gli occhi

Te lo ricordi, vero? Ricordi queste parole? Di’, le ricordi?

Chiudi gli occhi.

Dai, non fare il timido. Basta muovere la testa: o sì o no. Non è difficile. Ma certo che te le ricordi, come puoi aver dimenticato le parole che hanno segnato il principio della nostra sofferenza!?

Chiudi gli occhi.

Poveri scemi. Davvero credevate bastasse chiudere gli occhi per cancellare quella scena schifosa? Avvinghiati, nudi come viscidi lombrichi. Avevi usato questa stoffa qui, seta giapponese. Te la ricordi? Le avevi legato i polsi e le caviglie e poi la sbattevi da dietro. Schifo schifo schifo. Puzzavate di un odore che non potevo distinguere. Non ancora.

Trafitto dalla insopportabilità di quella scena, sono bastati pochi istanti per registrare tutto. Tutto tutto. Come uno scanner. Una macchina. Mi ero già trasformato. Avevo già perso tutto. Avevo perso me stesso. Sì già l’ho detto. Nel tempo infinitesimale, anestetizzato dal bagliore di un flash. Cieco. E sordo. E inerme. Tuttavia, dentro sentivo la ferraglia assordante della rabbia che comprimeva. Poi non ricordo più nulla. Ricordo di essere diventato adulto in quella notte. Le carezze rassicuranti e nutrienti si sono sgretolate nella pozza del vostro fango.

Però io ti ho riportato qui, caro il mio Vittorio. Qui, dove vi incontravate ogni venerdì. Altro che conti, come diceva la puttana. I conti li veniva a fare con te.

Fino a quando.

Fino a quando sono arrivato io, il guastafeste.

Era talmente eccitata quella puttana che distrattamente aveva lasciato aperta la porta. Un errore imperdonabile.

E mio padre sopra, ignaro. Poveretto, che riposi in pace. Lui, dopo che la puttana aveva deciso di venire via con te, ha provato a tirarmi su senza di lei, ma non ce l’ha fatta ed è schiattato.

Pensavate di cavarvela, te e quella, chiudendomi in un collegio. Bambino strano, aveva detto. Strano? Strano era il riflesso delle vostre scelleratezze. Eppure, avete fatto l’unica cosa giusta, perché ho imparato tante belle cose, sai? Non in collegio. Dopo. Riformatorio, carcere. Non guardarmi così. Ne ho fatte tante.

Stai iniziando a capire, vero?

È che ero piccolo, molto piccolo. Troppo. La rabbia mi ha nutrito e non mi ha più lasciato in pace, o forse sì. Forse. Sai, in certi gesti provo gusto. Gusto e sazietà. Sazietà e bisogno. E poi pace.

Per anni, ho pensato solo a questo, alla vendetta, prima, al modo di completarla, dopo, anche se non credevo di trovarti così presto. Hai capito, no!? Ho iniziato con la puttana, devo finire con te.

Perché? Pensavi veramente si fosse suicidata, quella? Troppo vigliacca. Riuscire a farle scrivere un biglietto di addio indirizzato a me, solo a me, e appenderla con la cinta di mio padre a questo gancio è stato facile come una partita a dama, un gesto che ha caricato di fierezza l’instabilità dei miei quattordici anni. Ansimava, la puttana, annaspava. Non guardarmi così. Già vi eravate lasciati, no? Comunque, faceva talmente pena che ci avevo ripensato, sai. In fondo è sempre mia madre, avevo pensato. Mi ero lanciato per sollevare lo sgabello e farle poggiare i piedi, ma… Era cianotica e aveva già protruso la lingua. Uno spettacolo ridicolo! Stava così, guarda. Era talmente buffa che sono scoppiato a ridere. Tanto qui non ci sente nessuno, tu lo sai. Calmati. Non guardarmi così. È stato facile. Alleggerirsi dalla rabbia è una necessità. La rabbia fa male, caro il mio Vittorio.

Non dimenarti. Finirai per morire soffocato. Cristo santo!

Non guardare il coltello. Non so ancora come ti ucciderò. Però ora devo appendere anche te. Stesso gancio, sei contento? D’accordo, con la tua stoffa preferita, la seta giapponese, però ti appendo dai piedi. Ti ho detto di respirare lentamente, perdio!!! E non dimenarti, lo sai che è peggio.

Ecco. Ora sì che mi piaci. Secondo te, a cosa serviva questo gancio? Giusto, giusto, scusa, non puoi rispondere. Beh, non so a cosa serviva, ma a me è stato utile almeno due volte. Fatti guardare. Sei bello, sai!? Sembri un bozzolo gigante di farfalla. Ti ho fasciato proprio bene. E che colori. Belli sono belli. Sì. Sono proprio bravo.

Sei pronto?

Basta. Basta, ho detto.

Fermo. Stai fermo. Così mi faccio male anche io.

Ora mi hai rotto. Basta!!! Crepa, maiale!

Tieni. Questa è per mia madre. E questa per mio padre. E un’altra, un’altra, e un’altra ancora. Ah che leggerezza, che sollievo. Facile anche con te.

Ci vediamo domani. Ora pensa a dissanguarti. Come i maiali.

Pulire tutto ciò che ha toccato è togliere traccia di peccato, liberarsi la coscienza. Ha lasciato solo la pozza di sangue aumentare. A quella e al maiale penserà domani. Risale lentamente la scala che porta alla bottega. La porta d’ingresso è socchiusa. È solo una coincidenza. Una fottuta coincidenza. Qualche colpetto di tosse per normalizzarsi ed esser pronto ad aggredire quella maledetta vita là fuori. Tuttavia, ha la sensazione di non essere solo.

Una figura controluce si sta avvicinando con calma, molta calma, fino poterne distinguere i lineamenti. I lineamenti di un volto visto forse un paio di volte ma che appartengono solo a una persona… Vittorio!!!

Chiudi gli occhi

Emma Saponaro

2 pensieri riguardo “Chiudi gli occhi

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