Stile libero

Quarto racconto, oggi ispirato al tema della sonorità della scrittura, è frutto dell’ultimo incontro di “Scritture Urbane” con Paolo Melissi e Angelo Orazio Pregoni.

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Continuava ad arrotolarsi tra le dita una ciocca della folta chioma riccia, posando un vago sguardo corvino oltre il vetro della finestra nell’immenso azzurro salino.

Seduta a gambe incrociate su una sedia stridula della cucina, davanti a una cioccolata ormai freddata, Priscilla era così raggomitolata da un’ora. Assorta, non smetteva di far scivolare la ciocca di capelli già allisciata tra l’indice e il medio: un vizio che nella sua vita aveva placato bizze infantili, inquietudini adolescenziali, dubbi esistenziali. Di lasciarlo, quel vizio, non se ne parlava proprio. Eppure, ora, non riusciva ad ammansire la sua… ansia? Sì, forse era ansia.

Aveva trascorso i suoi primi trentacinque anni in un piccolo borgo pettegolo sulla costa calabrese, quella tra la punta e il tacco: la Costa ionica. Sposata in età acerba, aveva poi avuto il buonsenso di fuggire dalla casa coniugale ancora fresca di vernice, portando via con sé non solo lividi e botte ma anche il seme delle nozze, Giovanni.

Non avendo uno stipendio su cui contare, si era adattata a fare la cassiera del bar centrale (di quel piccolo borgo pettegolo). D’estate il tempo passava rapido come un treno del Nord: quattro chiacchiere con i turisti, una battuta, un caffé, un po’di mare, ma nei mesi invernali il paese si chiudeva su sé stesso, cadeva in letargo, e tutto era ovattato e attutito.

Solo i locali, semplici e grossolani.

Le comari entravano al bar starnazzando in preda a una indecente voglia orgasmica di sparlare di questo o di quella. Insolenti, arroganti e maligne, davano sfogo alle invidie covate, quelle più amare, che di amare non erano capaci.

Così blateravano e lanciavano ingiurie a coloro che ritenevano esser colpevoli secondo le loro arbitrarie e ingiuste sentenze. Parlavano male del carrozziere, sorpreso a fumar marocco, o della peccaminosa cartomante, rea di ospitare forestieri nel suo appartamento.

Farfugli delle comari: frullavano parole per il gusto di bersagliare con polpette rabbiose. Donnette, poverette!

Ora fissava il mare, Priscilla. Una mano presa ad arrotolare ciocche e l’altra a stringere una raccomandata che aspettava da più di dieci anni di concorsi persi: posto fisso in una città del Nord. Basta l’apertura di una busta a cambiar musica alla vita. Ma ora, ora guardava oltre quel vetro, e tra i pensieri azzurri vedeva già la nostalgia per quel piccolo borgo pettegolo. Sentiva già la mancanza di Giovanni che per il momento sarebbe rimasto a casa dei nonni. E quelle chiacchierone in fondo non erano così importanti. Le comari, si sa, quando non hanno nulla da fare trovano assai allettanti quegli esercizi poco impegnativi di puntare il dito sul poveretto di turno e ricamare fiori fallaci sui suoi sbagli.

Bisogna fare i bagagli!

Arrivata alla stazione della nuova città, Priscilla si sente piccola, indifesa e sola. Tanta diversità alla quale sa che dovrà presto abituarsi.

Scale da scalare, corridoi da attraversare, la direzione da individuare. L’orchestra è cambiata, se n’è presto accorta. La musica urbana è assordante, gli strumenti emettono suoni frenetici e martellanti: i fischi della stazione, le voci degli annunci, il rumore delle rotelle dei trolley (in paese era un assolo e qui un coro), il via vai delle persone e il vai via a un mascalzone.

Esce dal caos della stazione, però il ritmo convulso non cessa, non cambia. Insegne intermittenti, luminose e colorate, il frastuono dei trasporti, il rumore dei tram, ram ram ram, e il trantràn di questa vita di città, i pneumatici stridenti sull’asfalto, i clacson, cson cson cson, i sibili acuti dei mezzi d’urgenza e i rombi del motore dei bus e dei tir. Che orrore!

C’è un sottopassaggio. Priscilla, coraggio! Scale mobili da affrontare, con la paura della prima volta. Volta la testa in cerca di una soluzione. Non c’è un ascensore? Una scala normale? Non c’è verso, deve arrendersi e affrontare quelle scale roboanti, mai viste di ferro e neanche rotanti. Prima lei o i bagagli? Un ragazzo la guarda, si accorge del suo impaccio, si avvicina e le porge una mano per rassicurarla. Lei è diffidente, accetta ma finge di essere aperta, serena e contenta.

Non è difficile.

Sale e gusta la sensazione.

Si adagia, si placa, si abbandona e chiude gli occhi.

Pensa, sogna e ricorda il problema della sua timidezza. Si rilassa un po’ di più. Respira contando i secondi. In quello spazio ristretto lei si sente al sicuro. Sulla scala mobile non ti affianca nessuno e nessuno ti può guardare da destra né da sinistra. Come nella corsia. Nella corsia della piscina.

Quando nuotava da bambina.

Allora, la piscina era la soluzione. La piscina era il suo guscio.

Tuffarsi in vasca, infrangere il silenzio dell’acqua e giocare un po’ tra lo sciabordio del tuffo e il gorgoglio dell’angolo idromassaggio. Avverte l’odore del cloro come se fosse lì, brucia gli occhi, ricorda.

Inizia a nuotare, Priscilla. Stile libero. Ogni bracciata è un abbraccio alla vita mite e uno schiaffo alla vita ostile. Scivola in quell’acqua color anice, Priscilla, espira, inspira, espira, inspira. Abbraccia e schiaffeggia l’acqua che sfiocca. Si gira, poi sguscia, e l’acqua la fascia, l’avvolge e riavvolge.

Cambia posizione, Priscilla.

Supina, morto a galla, inizia il dorso e il suono diventa più intimo: tutto ovattato, attutito, ascolta solo il suo respiro, potente e dilatato. Entra in contatto con sé stessa. Si sente, si guarda, si vede. È dentro un grande guscio, caldo come un grembo materno. Ascolta solo il suo respiro, ovattato e attutito. Il mondo è fuori, lontano, con i suoi rumori. C’è solo Priscilla. Priscilla e il suo respiro.

È arrivato. Il coraggio è arrivato, e cambia stile.

Libero!

Emma Saponaro

pubblicato su Satisfiction

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