Filippo La Porta e Claudio Giovanardi su Come il profumo

Ancora un contributo, per chi volesse conoscere meglio “Come il profumo” e la sua autrice, Emma Saponaro:
gli interventi di Filippo La Porta e Claudio Giovanardi. La serata, è quella del 14 giugno, alla TAG – Tevere Art Gallery.
Vi ricordiamo che più giù trovate anche un bellissimo brano composto per l’occasione dal Maestro Marcello Rosa ed eseguito dai JazzTales.

Scatti d’Autore per Come il profumo

Una serata che ti si appiccica addosso come la resina di benzoino 

Se volete farvi una passeggiata visiva, cliccate sul simbolo blu di Facebook ed entrerete negli  album.

eravamo alla TAG – Tevere Art Gallery – Roma

ph Zhanna Stankovych

Un bellissimo servizio fotografico curato da Zhanna Stankovych, che ringraziamo con immenso affetto, in occasione della…

Posted by Come il profumo di Emma Saponaro on Wednesday, June 20, 2018

 

ph Roberto Cavallini

E questo è il secondo album di foto scattate in occasione della presentazione romana, autore, questa volta, Roberto…

Posted by Come il profumo di Emma Saponaro on Thursday, June 21, 2018

Come il profumo al Caffeina Festival

COMUNICATO

Caffeina Festival, nella sezione incontri dell’edizione 2018, ospita Emma Saponaro, autrice del romanzo “Come il profumo” (Castelvecchi). La scrittrice romana sarà a Viterbo sabato 23 giugno, nella suggestiva Piazza del Comune, alle 20.30. Presenta Luigi Concordia, Lorena Paris leggerà passi del romanzo.
Emma Saponaro è già nota a Viterbo perché in collaborazione con Daria Sganappa,  scrittrice viterbese, ha curato l’antologia “Parole di pane”, uscita in due edizionI, nel 2013 e nel 2014. L’antologia, i cui proventi sono stati devoluti interamente in beneficenza, è stata patrocinata dal Comune di Viterbo e presentata nella prestigiosa cornice della Sala Regia del Comune, alla presenza del sindaco, Leonardo Michelini. A ricevere i proventi delle vendite è stata l’A.fe.SO.psi.T (Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici).
Noir colorato di ironia, Come il profumo è un intrigante racconto che si muove a metà strada fra affetti e criminalità internazionale. Denso di colpi di scena e di improvvisi cambiamenti di ritmo e di scenario, racconta la storia di una giovane donna e della sua bambina, protagoniste di una storia nella quale i profumi, gli odori, hanno un ruolo importante.
Approdata al romanzo dopo un lungo percorso che l’ha vista dapprima blogger di successo e poi autrice di saggi psicogiuridici sulle problematiche legate all’adozione, all’abbandono e sulle violenze sulle donne, Emma Saponaro non si nasconde i rischi di questa nuova esperienza.
In attesa di conoscere la risposta del pubblico, il romanzo ha anche una pagina Facebook, molto curata, sulla quale trovare notizie ma anche riflessioni, una pagina molto seguita grazie anche a diverse iniziative, come concorsi e dibattiti su temi legati al libro. https://www.facebook.com/Comeilprofumo/

Luigi Concordia è nato a Nepi, laureato in Sociologia con indirizzo Antropologia culturale all’Università di Roma La Sapienza. Ha lavorato nel campo della disabilità mentale a Viterbo e si è sempre interessato alla salute mentale fin dai primi anni ‘70 e in seguito nell’ambito delle teorie basagliane all’interno di “Psichiatria democratica”.

Lorena Paris ha pubblicato sette sillogi poetiche. È presente come autrice in varie antologie di poesia e di poesia-haiku ed è ideatrice e conduttrice della trasmissione di cultura e società “di Tuscia un po’” su Radio Verde. È autrice e interprete di reading e performance poetiche.

La Fondazione Caffeina Cultura è nata l’8 novembre 2012 grazie al contributo di 38 soci fondatori che hanno creduto in un progetto culturale di grande rilevanza per la città di Viterbo. Associazioni imprenditoriali, aziende, privati, banche, ordini professionali, università, cooperative, ma anche semplici cittadini, si sono uniti per una causa comune: promuovere e diffondere la cultura. In 38 hanno creduto nel fare impresa sociale e nell’investire in cultura, un bene comune imprescindibile che, all’atto pratico, crea anche un valore aggiunto per il territorio. Caffeina Festival, pur essendo l’evento culturale più importante che la Fondazione organizza, non è l’unico. La Fondazione promuove, sviluppa, diffonde attività e iniziative a carattere culturale, artistico, scientifico, sociale, educativo, turistico e artigianale. Incontri, convegni, seminari, dibattiti, corsi di formazione e informazione; spettacoli e mostre. Inoltre promuove attività di formazione e corsi di aggiornamento in collaborazione con istituti scolastici e università pubbliche e private, per educatori, insegnanti, operatori sociali e cittadini e per tutte le categorie professionali e non interessate alla cultura in generale.
Il Festival è la più importante fra le manifestazioni organizzate.

CAFFEINA

Programma Caffeina Festival 2018
Sono a pag. 25, prima di Valerio Massimo Manfredi
e stesso orario de, ehm, la sagra del Maccarone  canepinese 🙂

Ricordi in videoclip

Lavarsi i denti utilizzando l’arnica anziché il dentifricio, uscire con un vestito elegante e gli infradito di casa, tentare con accanimento di aprire un’altra macchina, cercare per tutta casa il cellulare mentre si tiene all’orecchio ascoltando l’interlocutore. È possibile? Sì, è possibile questo e tanto altro ancora se si ha addosso la scia persistente di una esperienza galvanizzante.
Oggi vorrei scrivere un post, così, vorrei parlare, dire, sfogarmi un po’, solo un po’, di quello che mi è accaduto, altrimenti rischio di fare altre figuracce.

L’attività promozionale è importante, non lo discuto, però oggi mettiamoci in pausa, un momento di relax per parlare di emozioni, aneddoti, ricordi, tanto per non affogare la Pagina[1] di video e foto. Ah, le foto sono bellissime e scattate da professionisti del campo, e le inseriremo, prometto, però ora no, ora vorrei prendermi un giorno. Vorrei respirare anche la vostra presenza in un reciproco scambio, e non rimpinzarvi solo di appetitosi stuzzichini, buoni per carità ma non sempre graditi.

Ecco i miei videoclip.
Fotogrammi impressi sulla pellicola della memoria, ancora vivida, come vividi sono i graffi sulle gambe e sulle ginocchia, procurati dai rovi che ostacolano la vista del Dolmen Stabile. Segni protostorici. Salento megalitico. I Menhir svettano là dove non te li aspetti. Svettano come la mia smania di esplorare e conoscere.
Il respiro di libertà nella guida solitaria mi fa sentire una bambina alla quale lo zio ricco chiede di scegliere il giocattolo che più desidera. [Riavvolgimento nastro] Lecce. Scaffali pieni zeppi di giocattoli. Zio Giacomino chiede a Emma piccola di scegliere quello che vuole. Colta all’improvviso da una gioia fiabesca, Emma vorrebbe una jeep a pedali, verde, grande, bella. È troppo, Emma non ce la fa. È timida e quello zio che vede una volta l’anno si è trasformato in Mago di Oz. Indica, così, il giocattolo che le sta davanti, uno a caso: la lavagnetta con i chiodini tutti colorati. Ma è piccolo, scegline un altro. La situazione si è complicata e la bimba si sente anche esaminata. Cerca aria di casa, i giocattoli semplici. Vorrebbe i suoi genitori. Poi sceglie la bambola Michela, non tanto per la bambola per la quale non ha mai dimostrato tanta simpatia, ma per giocare con il piccolo apparecchio posto sulla sua schiena. Lo zio è soddisfatto, lei anche. Può giocare con i piccoli dischi uguali a quelli dei suoi genitori in formato ridotto. E forse un ponte che la traghetta verso la sponda sicura trova soluzione al suo impaccio. [Avanzamento nastro]
Conosco a memoria la litoranea che da Otranto scende fino a Santa Cesarea. Costa alta. Venti chilometri selvaggi, anche in pieno agosto. Raro è l’accesso al mare, ma appagante la vista, l’olfatto. Lo so cosa nasconde quella curva e anche l’altra e l’altra ancora, eppure rivivo la curiosità della novella esploratrice.
È finita la pacchia, dopo Lecce e Nardò, presenterò nel Nord Barese. Altra zona. Come sarà? Guido tra i pensieri e l’impazienza di conoscere Bitonto, Barletta e Trani. Sottofondo musicale Pink Floyd, Us and Them. Magnifico!
Scracketndfksladfcrashhhhhh
Cos’è? Scusa, Roger. Scusa, Richard. Devo mettervi in pausa. Anche la gomma squarciata sembra aver arricchito il viaggio. Trovo nell’imprevisto un senso. Sono stata risucchiata dall’avidità di scoprire [Slow Motion]. Posso raccontare: la mia prima volta è accaduta a cinque chilometri da Brindisi, dove viveva nonna. Altri pensieri. Sento il profumo delle sue leccornie. La focaccia, la pizza di patate, i pasticciotti. L’acqua di colonia che rinnovava nei pomeriggi afosi.

Avviso Bitonto del ritardo. E riprendo il viaggio, sempre ignara di quello che mi aspetterà. Non so ancora le meraviglie che vedrò, gli abbracci dei già amici, i librai, le chiese barocche e quelle paleocristiane, le cattedrali, i sorrisi, le pinacoteche, i fiori, il caffè nautico, e i brindisi ripetuti ripetuti ripetuti. E lo sguardo di chi mi saluta con una patina di acerba malinconia e che ricambio con il mio, denso della stessa promessa. Ci rivedremo, presto presto!

post RICCIA ROSSA

[1] Racconto pubblicato sulla mia Pagina Facebook
Immagine tratta dal web

Profumo Blu composto per me

Un fiore all’occhiello su un vestito già di per sé elegante.
Una sorpresa che mi è stata riservata a conclusione della presentazione del libro e inserita nell’esibizione musicale dei JazzTales. Nascosta fino all’ultimo.
Con grande emozione, che ancora non riesco a smaltire, vi invito all’ascolto di Profumo Blu, un brevissimo brano composto dal Maestro Marcello Rosa ispiratosi al mio romanzo Come il profumo, eseguito insieme ai complici musicisti: Filippo La Porta, percussioni; Stefano Cantarano, contrabbasso; Luca Monaldi, batteria; Paolo Tombolesi, piano.
Che dire? Grazie, Maestro! Grazie, complici!

Filippo La Porta e Claudio Giovanardi presentano Come il profumo alla TAG

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Giovedì 14 giugno H 19:30
TAG – Tevere Art Gallery
Presentazione del libro Come il profumo (Castelvecchi Ed.)
► Ingresso Gratuito

Sarà presente l’autrice Emma Saponaro

☞ Agli ospiti della presentazione verranno offerti penne all’arrabbiata di Capitan Coperchio e drink


Giovedì 14 giugno Emma Saponaro, autrice del romanzo “Come il profumo” (Castelvecchi) sarà ospite della TAG – Tevere Art Gallery (via di Santa Passera, 25 – Roma). A presentare l’evento saranno Claudio Giovanardi, linguista e scrittore, e Filippo La Porta, saggista e critico letterario. Carmen Di Marzo leggerà brani tratti dal romanzo mentre una esibizione del gruppo Jazztales concluderà la serata.

Thriller a sfondo psicologico, colorato di ironia, “Come il profumo” è un romanzo intrigante che si muove a metà strada fra affetti e criminalità internazionale. Denso di colpi di scena e di improvvisi cambiamenti di ritmo e di scenario, racconta la storia di una giovane donna e della sua bambina, protagoniste di una vicenda nella quale i profumi, gli odori, hanno un ruolo importante.
In attesa di conoscere la risposta del pubblico, “Come il profumo” ha anche una Pagina Facebook, molto curata, sulla quale trovare notizie ma anche riflessioni, una pagina molto seguita grazie anche a diverse iniziative, come concorsi e dibattiti su temi legati al libro.
Emma Saponaro è approdata al romanzo dopo un lungo percorso che l’ha vista dapprima blogger di successo e poi autrice di saggi psicogiuridici sulle problematiche legate all’adozione, all’abbandono e sulle violenze sulle donne. Ha scritto numerosi racconti ed è stata curatrice di antologie letterarie.
Claudio Giovanardi insegna Linguistica italiana all’Università Roma Tre ed è autore di numerosi saggi sulla storia della lingua italiana. È inoltre autore di due romanzi, “Mamma ricordi” e “A mezz’ora e trenta giorni dalla fine”, nonché di un libro di racconti, “Tutto così regolare tutto così prevedibile”.
Filippo La Porta, critico e saggista, collabora con Il Sole24Ore, Il Messaggero e Left. Ha esordito nel 1995 con “La nuova narrativa italiana”. Da allora ha pubblicato innumerevoli titoli. Ricordiamo gli ultimi due: “Indaffarati” e “Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio”.
Il gruppo Jazztales, guidato da Marcello Rosa e Filippo La Porta, propone da vari anni un progetto al confine tra jazz e letteratura: l’arte sincopata.
Carmen Di Marzo è attrice teatrale e cinematografica. Ha lavorato, tra gli altri, con Pino Caruso, Eugenio Bennato, Nello Mascia, Claudio Bisio, Gianfranco Jannuzzo e Debora Caprioglio.
La Tevere Art Gallery è stata fondata nel 2014 da Luciano Corvaglia e in poco tempo si è caratterizzata per essere uno degli spazi più attivi e frequentati nel campo dell’interazione fra Arti Visive, Musica e Performance d’Arte. Numerose le mostre che, ospitate dalla TAG, hanno segnato la creatività della capitale.


Giovedì 14 giugno H 19.30
TAG – Tevere Art Gallery
Via di Santa Passera, 25 – Roma
www.tevereartgallery.net
info@tevereartgallery.net

 

Diario di bordo salentino #10

Sapevate che non mangiare glutine, qui in Salento, ingrassa?

Mi alzo e ancora insonnolita ho l’imprudenza di passare davanti allo specchio, che non è come quello di Roma che mi fa più magra, o meno…, insomma. Ripasso e mi soffermo. Guardo bene, mi scruto. Abbasso lo sguardo sui fianchi e sull’addome. Sì, almeno due chili ci sono. Non credo sia per il calice serale di Negramaro, neanche per lo spumone alla cupeta salentina (da sballo, ergo irrinunciabile). Del resto, niente pasta, pane, pucce, pasticciotti, rustici, orecchiette e friselle. Astinenza ferrea, rinuncia affranta, che comunque avrebbe dovuto ricompensare gli stravizietti, e invece? Devo stare più attenta, punto e basta.

Avevo avvisato la signora Gina della mia intolleranza e che la mia colazione può paragonarsi a quella di una scimmietta: banana e noccioline, e naturalmente caffè. Nel cortile dove serve le colazioni, però, trovo un muffin ancora caldo, preparato apposta per me con farina senza glutine e mele. Un’esalazione pasticcera manda in cortocircuito la gola, e la determinazione. Specchio. Pancia. 2 chili. Che faccio, rinuncio e dico che sono a dieta?

No, mangio. Poi, senza un briciolo di senso di colpa – anzi, appagata – decido di scendere in spiaggia per il solito paio d’ore. Farò una nuotata più lunga e… Ancora non mi stendo che mi viene incontro Paola. “Aggiu lettu, sai? Che beddho quello che scrivi sulla povera Renata Fonte. Il Salento ha bisogno di persone come lei”. Ci mettiamo a parlare di questa eroina fino a che, sempre più gasata e con un pizzico di sarcasmo, mi dice che nessun salentino può permettersi di recidere un ulivo, perché sono secolari e dichiarati patrimonio monumentale.

E quindi?

E quindi poco lontano da qui, verso la costa di Sant’Isidoro, vicino al mercato… Paola non ci sono mai stata al mercato, dico. Sì, là, dice.

Sentimi. Hanno reciso il 60 per cento dei 35 ettari del Bosco degli Ulivi per costruire un gigantesco resort. Si avvicina con discrezione un’altra nuova amica. Ciao Emma, ho letto, sai? Sono lusingata, mi sento sopravvalutata, io non faccio altro che raccontare. Si siede vicino a me e racconta che l’Ama avrebbe voluto portare i rifiuti capitolini qui in Salento, ma per ora è tutto bloccato perché la manovra ha incontrato forte opposizione. Interviene Paola. E i rifiuti tossici dellu nodd ch’hanno copertu coll’asfalto, te li ricordi, negli anni 80?

Sembra abbia detto tutto, o non vuole più ripetere le stesse cose. Mi guarda e riattacca. Ma, Emma, in Salento l’indice di mortalità per tumore è più alto assai in confronto allo stivale intero, mica solo al tacco. Chissà perché!?. Ha lo sguardo insinuante e non posso che condividere questa sua silenziosa stizza. Riesco solo a pronunciare un debole “che peccato”, venuto d’istinto, così, insieme a un sospiro. Un peccato pensare che siamo noi i demolitori della nostra vita.

Chi acquista, chi autorizza, chi deturpa, chi inquina, chi intossica, che persona è?

Davvero i soldi sono superiori al benessere, alla serenità, alla fratellanza?

Usufruire delle meraviglie offerte dalla natura non è già ricchezza?

I rifiuti tossici non intossicano anche chi ha inquinato?

Gli sfruttatori non si chiedono mai cosa provano gli sfruttati?

Rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora, volgendo lo sguardo dove il mare scompare. Ed è come se la vedessimo, la fine, e non solo del mare.

Poi si volta di scatto e mi dice “Mèna, sciamu scià facimune lu bagnu tantu nnó simu nu ca cangiamu lu munnu”.

Noi no, ma neanche gli altri, però.

Ma quanto ancora dobbiamo autodistruggerci per capire che è tutto sbagliato? Quando rinascerà una coscienza civile?

Anche domani mangerò il muffin. Mi piace il sorriso soddisfatto della signora Gina.

Vostra Emma

diario di bordo pugliese #9

Renata è stanca. La mattina trascorsa a scuola, il pomeriggio un lungo Consiglio comunale. È interminabile, pensa di non farcela, Renata, ma deve. Deve per i suoi figli, suo marito, per gli affetti che la circondano e tutti gli altri. E basta questo per farle tornare la forza, e sopporta. Urli, schiamazzi, minacce le scivolano addosso come acqua fresca, che trascina con sé ogni residuo di perplessità. Non ha mai visto quel collega urlare in quel modo. La pelle del collo, ormai purpurea come lo è il suo volto quadrato, tendendosi per l’issarsi delle carotidi potrebbe squarciarsi. Urla per coprirle le parole. È il caos e il Consiglio termina che è già notte. Renata non vede l’ora di tornare a casa, ha bisogno della sua famiglia, ora, a volte trascurata per la sua diligenza e forte senso di responsabilità. Ha la sensazione che un nodo le stringa la gola, perché in fondo si sente in colpa di non poter abbracciare i suoi figli prima che si addormentino. Qualche passo e arriverà a casa, si accontenterà di baciarli sulla fronte, delicatamente. E invece a casa non arriverà mai. Tre proiettili la strappano alla vita. Una vita che ancora deve sbocciare.

Così immagino la scena mentre cammino. Renata Fonte era assessore alla pubblica istruzione nel comune di Nardò e aveva la colpa di amare la sua terra, il suo Salento, talmente tanto che ebbe l’“ardire” di opporsi alla speculazione edilizia che rischiava di trasformare i circa 1000 ettari del Parco naturale di Porto Selvaggio in una colata di cemento. Era il 1984 e il costante e consapevole impegno civile e la condotta di una vita all’insegna dell’onestà e politicamente incorruttibile le è costata la vita.

Manovra. Infilo la macchina tra due alberi sperando che l’ombra la protegga. Scarpe da ginnastica e zaino in spalla, m’inoltro nella folta macchia mediterranea per arrivare alla spiaggia di Porto Selvaggio. Fa caldo, ma non mi lamento, il cammino è piacevole anche se pietroso in discesa in salita e poi in discesa. Il mio olfatto ha il privilegio di inalare profumo di resina come non se ne sente più, e mi riporta all’infanzia, quando i profumi erano più nitidi, forti, buoni. Arrivano zaffate anche di rosmarino e di mirto. È un paradiso olfattivo, qui. I 700 metri che mi avevano detto sono in realtà lunghi 1200 e non me ne sono resa conto, è l’iPhone che li ha contati. Arrivata. Trovo un posticino sui ciottoli bianchi in prossimità dell’acqua cristallina. Posso fermarmi solo un paio d’ore (Antonio, il boss, mi dice sempre: “Stai lì per lavorare mica per riposarti!” e alle mie faccine tristi chiude la chat con un “divertiti”). Che incanto. Una meraviglia. Verde eazzurro e azzurro e verde. Mare e natura e natura e mare. Osservo intorno e non posso non immaginare residence, hotel, ristoranti, campi da tennis, le rocce deturpate, i pini abbattuti e il cemento cemento cemento cemento cemento.

Infinite grazie, Renata! Persone come te davvero cambierebbero il mondo.

Non ho domande da porvi, se non quelle sul coraggio e sulla giustizia…

Vostra Emma

P.S. Una orchidea è stata dedicata a Renata Fonte e porta il suo nome: Ophrys x renatafontae.

diario di bordo pugliese #8

Bastano pelle di capretto e sonagli colpiti con il giusto ritmo e il desiderio di saltellare fino a che il fiato regga è semplicemente inarrestabile. Il tamburello salentino aveva e ha una magica proprietà terapeutica. In realtà, come un po’ tutta la musica, ma in questo caso parliamo di danza, anche: la taranta.
Se il Salento è la patria elettiva del tarantismo, Galatina ne è il cuore.
Questo antico fenomeno è una delle tradizioni più antiche d’Italia eppure è scomparso solo negli anni ’60. È d’obbligo ricordare qui l’esimio professor Ernesto De Martino, l’antropologo delle diversità, che lo analizzò a fondo, raccogliendo dati, documenti, interviste e foto, con l’aiuto di un gruppo di lavoro costituito da esperti della psichiatria, psicologia e sociologia che avviarono, nel 1959, questa “Spedizione in Salento”, nel periodo clou della vigilia e della festa di San Paolo, il 29 giugno.
Entriamo nel contesto e vediamo cos’è il tarantismo. Almeno, provo a descriverlo.
La campagna è insidiosa e accadeva spesso che qualche fanciulla (sì, raramente i masculi) venisse morsa dalla tarantola. Da lì il finimondo. La ragazza cadeva in uno stato di prostrazione psicofisica fino ad arrivare presto a uno stato di trance spasmotico, attivando movimenti simili a quelli dell’epilessia e dell’isteria. Unica terapia, quella musicale. Non si chiamava il 118, ovvio, ma i suonatori che si davano un gran da fare per uccidere il ragno, e le cui spese ricadevano sui familiari che speravano anche per questo in una guarigione lampo. Si procedeva con un rito, o esorcismo, che vedeva la paziente, ipnotizzata dal ritmo, ballare una danza dissennata che poteva durare ore ma anche giorni, finché la poverina, stremata, cadeva a terra.
Finita la terapia, la tarantata andava in pellegrinaggio, il 29 giugno, a Galatina, per “danzare” di nuovo – a volte si dice che le più disperate si aggrappavano indemoniate sull’altare del santo – ma anche per bere l’acqua sacra del pozzo della cappella e ricevere la grazia. Questo tentativo di cristianizzazione, tuttavia si scontrò con alcune complicazioni non poco imbarazzanti, poiché le donne, durante il rituale, esibivano performance oscene e chiaramente si riteneva sconveniente che il santo fosse associato alla sessualità.
Le tarantate, attenzione, erano ragazze o donne frustrate, depresse, e per questo emarginate dalla comunità, e il tarantismo era una disgrazia che le segnava anche per tutta la vita, poiché la crisi tornava ogni anno e sempre verso il mese di giugno.
Considerando che le vittime erano sempre di origini umili, che in natura non esiste un ragno che provochi malesseri tali, che gli abitanti di Galatina ne erano immuni, si è portati a pensare che questa condotta, più o meno socialmente tollerato, dei loro traumi, fosse un vero e proprio sfogo per liberarle dalle oppressioni familiari, sociali, e quindi dal senso di fortissima frustrazione. Bisogna tener conto dell’ambiente e del periodo in cui questo fenomeno sociale è nato e si è protratto nei secoli. Ci troviamo in un’epoca patriarcale, in cui il ruolo della donna, se non di schiavitù, era di sudditanza e servilismo verso i padri e i padroni.
Oggi la taranta ha assunto un altro significato, ma ci piace pensare che quel ritmo e quella musica esercitino su di noi un potere liberatorio. La differenza è che invece di isolare, riunisce in allegria differenti generazioni e ceti.
Vi ho raccontato questo, perché ogni volta che scendo in Salento non posso fare a meno di tornare a Galatina, un vero gioiello di bellezze artistiche. Eppure, quest’anno ho visitato un piccolo luogo mai visto prima: la piccola cappella (praticamente una stanza che dà sulla strada) di San Paolo, protettore dei morsicati da animali velenosi. E da qui è nato il mio racconto.
Avete mai ballato la taranta o la pizzica? Quali sensazioni vi ha provocato?
Si è fatto tardi, la taranta mi chiama.
Vostra Emma