Il mio 45 (capo)giri

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta.

Acquistai il mio primo LP a tredici anni in una delle tante bancarelle di dischi usati concentrate all’inizio di un serpentone che è il mercato di Porta Portese. La copertina era quasi nuova e la grafica mi fulminò. Quel cartoncino quadrato era totalmente ricoperto dal faccione di un uomo: gli occhi spaventati, le narici dilatate e la bocca così spalancata che l’ugola sembrava far parte della faccia. Solo due colori, il rosso e il blu, dai quali emergeva la paura, e a coloro i quali si fossero spinti a interpretazioni più approfondite anche l’urlo. Una volta controllato che il vinile fosse integro, pagai con i risparmi delle merende meno costose di quelle che la mamma preventivava e sui viaggi clandestini in bus, e me ne tornai a casa con la voglia di ascoltare In the Court of the Crimson King, dei King Crimson. Era mio, era la mia musica.
Le mie compagne di scuola, diversamente da me, ascoltavano la musica leggera. A dire il vero, per loro era diventata una ossessione, al punto di riprodurre mozziconi di strofe sui diari e anche sui jeans. Non hanno inventato nulla oggigiorno con gli strappi, noi i jeans li imbrattavamo con i pennarelli colorati: frasi o disegni tipo le due dita a V di Vittoria o i cuori inflitti da frecce del dio alato, se eravamo innamorate. Nelle feste, non c’era verso di cambiare musica. Sempre e solo roba come i Pooh, Patty Pravo, Mia Martini, Gilbert O’Sullivan e poi Antonello Venditti che con la sua Lilly aveva intossicato i cori: veniva ripetuta a gogò malgrado anche la puntina del giradischi implorasse un time out. Il risultato è che ancora mi porto addosso questo peso: non sopporto Venditti e il nome Lilly mi suscita dermatiti urticanti.
Ero un po’ schiacciata dalla incomprensione, la mia e la loro. Non capivo cosa potessero trovarci di bello in musiche piatte e melense. Immaginavo un pentagramma pulito, prevedibile, insomma senza onde irregolari, le stesse che sentivo arrivare all’ascolto dei Doors o dei Led Zeppelin. Anche se, devo ammetterlo, la musica noiosa si animò qualche tempo dopo con l’approdo dei maschi alle feste. Con loro arrivò anche Carlos Santana, ma era una mossa tattica per far durare di più il lento, bacio annesso, sulle note di Samba Pa Ti.

Mi chiamo Francesca, sono una donna di mezza età, vivo a Testaccio, il quartiere al di là del Tevere rispetto al mercato, e sono figlia degli anni ‘70, l’età d’oro del rock. La mia prematura tenacia nell’immergermi in questo genere musicale mi ha regalato una inarrivabile colonna sonora che dall’adolescenza mi ha deliziato per oltre un decennio, poi si è indebolita gradualmente. Una colonna sonora unica, destinata a vivere solo nei ricordi quando li rianimo con l’Hi-Fi. Dov’è il rock? Quello vero. Quello psichedelico, dove ti perdevi con i pensieri o non sapevi mai dove finisse il suono febbricitante della chitarra di Ritchie Blackmore, dei Deep Purple, quel heavy metal lì oggi non lo trovi in nessun gruppo rock. Così ascolto la mia buona vecchia musica e mi sembra di essere una delle vecchiette di quando ero giovane. Una di quelle che ascoltando Claudio Villa diceva che come lui non c’era nessuno. Allora esploro, cerco, setaccio, e approdo al jazz. Dave Brubeck Quartet. Pezzo: Time Out. Registrazione: 1959. Caspita che tempo, che frenesia, che tensione. Una combinazione di strumenti disorganica, inestricabile, e poi all’improvviso ecco il sax contralto che afferra le redini per farti saltare da quei ritmi impossibili al rassicurante quattro quarti.

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta. Però c’è sempre un però.
Quando vado in palestra, porto con me gli auricolari per sovrapporre la mia musica a quella che gli altoparlanti diffondono: solo canali italiani. Un giorno però li dimenticai a casa, gli auricolari, e le prestazioni atletiche si ammosciarono così come l’udito.
La musica è importante per l’umore: fa gioire, dà carica, fa anche piangere.
Questo tapis roulant deve avere il display rotto. Non è possibile che siano trascorsi solo dieci minuti. Che noia. Cambiate musica, per pietà.
Come se avessero ascoltato la mia supplica, cambiarono. Fu il momento di radio nostalgia, o qualcosa del genere.

Passerotto non andare via
Nei tuoi occhi il sole muore già

Non me ne andrei, lo sai.

Scusa se la colpa è un poco mia
Se non so tenerti ancora qua

Devo andare con i miei genitori,
è loro la colpa.

Ma cosa è stato di un amore
Che asciugava il mare
Che voleva vivere
Volare
Che toglieva il fiato
Ed è ferito ormai

È sempre qui e resterà.
Un mese passa in fretta e poi…

Non andar via
Ti prego
Passerotto non andare via
Senza i tuoi capricci che farò
Ogni cosa basta che sia tua
Con il cuore a pezzi cercherò

Beh, non è vero. Sei tu che mi vizi.
Porto il tuo peluche e ti sentirò vicino.

Ma cosa è stato di quel tempo
Che sfidava il vento
Che faceva fremere
Gridare
Contro il cielo

Sta qui, nel mio cuore. E tu fai il bravo.
Non guardare le altre.
Già mi manchi.

Non lasciarmi solo no
Non andar via
Non andar via
Senza te
Morirei
Senza te

Muoio anche io, però devo andare.
Mi aspettano.
Scrivimi.
Ti amo.

Baglioni! La nostra canzone.
Come ho potuto dimenticare?
Eppure il primo bacio non si scorda mai.
«Vuoi ballare?», mi chiese Matteo in una delle feste miste, così le chiamavamo quando erano presenti anche i maschi.
Non risposi. Annuii.
Ci eravamo scambiati alcuni sguardi già da un po’, però il fatto di dovermi rapportare con un maschio mi faceva ondeggiare le gambe. Un esame da superare. Un test della vita. Un passaggio dalla fase d’immaginari giochi fanciulleschi a quella che ti srotola davanti un terreno infinito tutto da esplorare.
Eravamo in una cantina dalle parti di piazza di Santa Maria in Trastevere. Il proprietario aveva tinteggiato le pareti di blu e come luci si era inventato un fustino cilindrico capovolto del Dash trasformato in lampada psichedelica. Fatta girare su un vecchio giradischi, ci regalava atmosfera da discoteca, quando era ancora presto per poterci andare.
Le luci colorate giravano, Matteo mi piaceva e non sentivo nulla se non l’emozione che ballava il flamenco sul mio cuore. Mi strinse a lui, mi accarezzò le spalle, la schiena e incollò la sua guancia alla mia. Che devo fare? Cosa si fa in questi casi? Mi piace, ci sto. Abbandonata alla sua presa, nella penombra colorata che smonta un po’ la timidezza, sentii le sue dita accarezzarmi la guancia e poi scostarla per incastrare il suo sguardo nel mio.
«Ti vuoi mettere con me?»
«Sì». Sorrisi impacciata. E lì e in quel momento collaudai il primo bacio. Dove devo mettere la lingua? E la sua cosa fa? Sottofondo musicale: Sabato Pomeriggio, Claudio Baglioni. Quel pezzo sugellò la nostra storia prolungata per un anno tra i vicoli trasteverini. Era la musica più bella dell’universo. Era miele. E ci piaceva.
Il primo bacio non si scorda mai, e neanche la musica che lo celebra. Non si sceglie, si assorbe, si insinua e non importa se non è quella che piace a te, perché da quel momento tu la osannerai. Quando l’ascolti, anche dopo quarant’anni, ti riporterà là, in quel momento, al primo bacio, e sentirai il sapore e l’odore.

«France’, ne hai ancora per molto?», mi chiese un tale con l’asciugamano al collo. Era un personal trainer.
«Perché?»
«È più di un’ora che corri, è troppo».
Si era accorto del mio viaggio onirico.
«Certo, scusa».
Mi destai: il display funzionava.

La musica leggera non mi piace. Non mi è mai piaciuta. Tranne Sabato Pomeriggio di Baglioni.

Emma Saponaro

(…) I quarantacinque racconti costruiscono un tributo alla Città eterna e alla musica che, in queste pagine, diventano un duetto inseparabile.

Storie metropolitane #1

«Signora, è lei la moglie del signore con la camicia bianca fuori dal negozio?», chiede concitata una commessa del supermercato.

La signora, più sulla ottantina che sulla settantina, si volta di scatto e, mantenendo con ostinazione in alto il bagnosciuma con la mano destra, squadra dalla testa ai piedi la ragazza del supermercato visibilmente in imbarazzo.

«È lei la moglie del signore…»

«Sì, perché?», rimbomba scocciata la signora.

«Beh, venga fuori, suo marito è svenuto e abbiamo chiamato l’ambulanza. Ora si è ripreso e ci ha detto che lei stava qui.»

La signora posa la bottiglia di bagnosciuma sullo scaffale alzandosi sulle punte dei piedi e sistemandolo ben benino nel punto più alto, si volta di nuovo verso la ragazza e con calma incomprensibile chiede: «Avete chiamato l’ambulanza, mi ha detto?»

«Sì, signora, lo abbiamo trovato disteso per terra e…»

«Ma sì – la interrompe di nuovo -, quello ha sempre capogiri e ogni tanto sviene».

La ragazza trattiene qualche probabile parola violenta serrando le labbra e con delicatezza si eclissa.

L’ambulanza arriva.

Fuori dal supermercato nel frattempo si è formato un capannello di gente.

Un tizio, senza mascherina, sembra stia gustando la scena di un film hitchcockiano svapando a pieni polmoni con una sigaretta elettronica al gusto di mentolo che la strada sembra sia diventata una cabina di fisioterapia. Una signora ha posato la spesa a terra per vedere come va a finire la scena. Un ragazzo si tiene in disparte e osserva preoccupato. Gli infermieri cercano di rassicurare il paziente. La moglie tenta di fare domande ma nessuno risponde, non più. La commessa, sulla porta, che contina a girare la testa da una parte all’altra il che esibisce un certo disgusto.

Sistemato sulla barella, gli infermieri stanno per trasportare il signore sull’ambulanza, quando la voce della moglie taglia improvvisamente il silenzio.

«Ma che lo portate al San Giovanni?»

«Sì, signora.»

«E io?»

«Lei non può salire sull’ambulanza, e non può neanche entrare al pronto soccorso.»

«E mò che faccio?»

Il signore anziano raccoglie le forze che gli restano e le utilizza nel migliore dei modi: «Vattene a casa e rimani lì, così me lasci in pace, finalmente».

Gli sguardi dei presenti si scambiano consenso. Applaudirebbero se potessero farlo.

E io sgattaiolo via.

Già, perché il fatto non è un racconto di fantasia, ma pura realtà. Una realtà vissuta oggi, nell’afa di mezzogiorno.

Racconti marini #1

Il quinto giorno che sono qui. Mi decido a scendere in spiaggia.
Ma sì, una bella nuotata, mi asciugo e poi risalgo.
Di bagnarmi non se ne parla, non ora, l’acqua è ghiacciata.
Leggo.
In fondo c’è pace. Il distanziamento funziona. Adoro il distanziamento, soprattutto in spiaggia. No, lo adoro sempre.
Mi sdraio e nella pace mi concedo la lettura del nuovo romanzo del mio amico Maurizio. Mi “acchiappa”. Bello.
Ah, che quiete. Il giusto venticello. Il sole non troppo caldo. Il profumo del mare.
Leggo.

“È arrivata la BUFEEERAAA / è arrivato il TEMPORAAALEEE!”

Mi volto.
Il signore anziano che se ne stava pacioso pacioso seduto sulla sua poltroncina a guardare il mare, all’improvviso si è acceso al canto di questo ritornello ripetuto più volte.
Pochi secondi e capisco che la bufera e il temporale sono sostantivi che si riferiscono entrambi alla moglie.
Di colpo, la simpatia per lui si appassisce come un canotto squarciato.
Leggo.
Niente da fare, vengo continuamente infastidita da una voce stridula e martellante.
“Alzati, non vedi che sei seduto sulla maglietta?”, sbraita la moglie.
Lui si alza silenzioso. Poi si rimette seduto.
“Alzati, non vedi che l’asciugamano è bagnato? Lo dovevi mettere appeso allo schienale. Così. Vedi?”, sbraita sbuffando la moglie.
“Che fai, in piedi? Non vedi che hai i piedi tutti insabbiati? Metti le ciabatte al sole altrimenti porti la sabbia a casa.”, ordina la bufer… ehm, la moglie.
Ora capisco.
Con “temporale” e “bufera” Rascel si riferiva alla guerra.
Capisco. Capisco perché con “temporale” e “bufera” l’amabile signore anziano abbia inteso riferirsi alla moglie.

E parafrasando Camus “Solo la musica è all’altezza del mare.”

Mare-in-tempesta-40x50 - Napoliflash24 - Giornale di informazione ...
foto tratta dal web

Dicono di me ma io :-)

Accade che a volte riponi il passato in un angolo del cuore e guardi al futuro. Poi un giorno quel passato ritorna e ti regala una perla: un premio che non ti saresti mai aspettata.
Ringrazio il direttore Paolo De Chiara, l’inappuntabile madrina della serata Beatrice Tauro e colei che tutti aspettavamo con gioia ma che purtroppo non è potuta essere con noi, Maggie van der Toorn.
Infine un grande in bocca al lupo alla neo testata giornalistica WordNews.
E ancora grazie 🙏
Vostra Emma Saponaro

PREMIO CULTURA alla scrittrice Emma Saponaro per il libro “Come il Profumo”: noir psicologico e olfattivo, arricchito con molti riferimenti colti e rimandi intertestuali ad ambiti culturali diversi; mostra modalità narrative attentamente controllate con sottile umorismo, felicemente reso dalla scrittura.

Evento del 21 Febbraio 2020 presso FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori

presentazione di Wordnews

Presente!

A Roma venerdì 21 febbraio, la redazione di WordNews diretto da Paolo De Chiara vi aspetta alla Casa dello Scrittore FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori (Teatro Ex Abaco) per una serata piena di sorprese.

Ospiti speciali gli scrittori: Ettore Zanza, Beatrice Tauro, Maria Franzè, Antonella Pagano, Maurizio Carletti ed Emma Saponaro. Vi aspettiamo per brindare insieme!

Nessuna descrizione della foto disponibile.

CRONTAB E IL DEMONE CHE VIAGGIA IN BACKGROUND – di Emma Saponaro

Pubblicato domenica 24 novembre su PresS/Tletter

Crontab è una installazione fotografica partecipativa e performativa firmata da Barbara Lalle e Marco Marassi, con la curatela di Roberta Melasecca e la partecipazione di Daniela Carreras e Luca Pagliani. Realizzata all’interno della mostra collettiva Tempo im[perfetto] alla TAG – Tevere Art Gallery lo scorso 9 novembre.

“Il tempo non è sempre uguale, tuttavia lo è. Contiene in sé l’imperfezione e la perfezione, l’inganno della memoria, la distruzione e la deformazione del ricordo”, scrivono Alessandro Amico, Flavia Cardoso e Ilaria Giudice, i curatori di Tempo im[perfetto].

Ma è così?
Cos’è il tempo?
Esiste veramente?

Secondo-Minuto-Ora-Giorno-Settimana-Mese-Anno-
Decennio-Secolo-Millennio-Era

Messa così, sembra facile. Il tempo si palesa: ha un ritmo, una durata, una misura. Eppure la questione è molto più complessa, altrimenti non sarebbe stata da sempre al centro di riflessioni filosofiche. Guardando all’antica Grecia, vediamo prevalere una concezione ciclica del tempo, scandito dal passaggio delle stagioni, che in seguito lascerà il posto a un andamento lineare secondo la tradizione cristiana, nella cui concezione il mondo ha avuto un inizio e avrà una fine. Passeranno anni,  secoli, ma i filosofi di riferimento saranno sempre loro: Platone (l’immagine mobile dell’eternità) e Aristotele (misura del movimento secondo il prima e il poi), fino a quando a dare una sterzata rivoluzionaria ci penserà Kant, che per la prima volta pone al centro della filosofia il soggetto e non l’oggetto osservato, riconoscendo così alla mente umana un ruolo attivo nel processo della conoscenza. Il tempo e lo spazio sono forme a priori della sensibilità, con la differenza che lo spazio è una percezione proveniente dall’esterno, il tempo entra in gioco quando esistono delle percezioni interne.

E oggi? Oggi viene messa in dubbio la sua esistenza, considerato privo di ogni realtà fisica.
Allora, il tempo esiste o non esiste?

Secondo il fisico Rovelli semplicemente no, non esiste. Ma non significa che non ci sia il tempo nella nostra vita quotidiana. Non esiste un tempo ma ne esistono tanti, infiniti, uno per ogni punto dello spazio. Esistono tanti orologi nell’universo.
Perché siamo tanto attratti dal velo misterioso che avvolge il tempo, il suo concetto, la sua definizione? Per la sua inafferrabilità? Per cosa? Abbiamo mai pensato a come sarebbe la nostra vita senza il tempo, senza quel tempo che misura e scandisce?
Caos.
Ecco così che proprio al tempo Lalle e Marassi dedicano la performance dal titolo Contrab. Quasi a voler cercare in un campo zeppo di riferimenti precisi, calcolati e programmati – quale è quello dell’informatica – una definizione scientifica e rassicurante a un concetto troppo nebuloso.

Entra Daniela Carreras con passi lenti. Si posiziona, volgendo le spalle al pubblico. I suoi movimenti sono molto semplici, ripetitivi e lenti. Si intuisce che appartengono alla sua quotidianità. È il suo tempo, il suo spazio. Si accarezza i capelli lunghi, lunghissimi, con movimenti lenti lenti lenti, movimenti lenti e ripetitivi, lenti e ripetitivi. E la sua rappresentazione si contrappone alla meccanicità, misurata e puntuale, delle lancette di un grande orologio posizionato davanti a sé. I movimenti della donna sono armoniosi, liberi, e lenti. Lenti e ripetitivi. Eppure, talmente imprevedibili che appaiono svincolati dalla musica eseguita alla chitarra da Luca Pagliani. Pur nella sua morbidezza, la melodia non può che collocarsi ingabbiata nel sistema rigido della partitura, fatta di ritmi e di tempi e di pause. In altri momenti forse sarebbe passato inosservato, ma non oggi. Oggi il tempo è palpabile e si respira tutto. E nello spartito di quel brano, Daniela continua a muoversi ignorando la sintassi musicale, le indicazioni modulate, e anzi segue solo il tempo che le appartiene e che ci trasmette. Nell’attesa di una definizione, cresce la curiosità, si attende che accada qualcosa, si tenta di immaginare il futuro, e lo bramiamo sempre di più sempre di più sempre di più. La maestria è racchiusa in questo carico di aspettative che Lalle e Marassi riescono a infondere. Giocare con il tempo per farsi beffa, ingannare (lui o noi?), muovere gli attimi e trasmettere la percezione del tempo. Eccoci. Finalmente il movimento si risolve nell’imprevedibile e nell’inaspettato e avvertiamo quell’accelerata che ci fa comprendere la distinzione dei movimenti del tempo e della sua percezione, che si dilata nella noia per poi contrarsi nel diletto.
La performance è quasi finita. Ora partecipa il pubblico. Una alla volta le persone si avvicinano all’orologio, lo fissano, e Marassi fotografa.
Cattura l’istante.
L’istante del presente.
Ed è già passato.

“Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.
Questo è il tempo. Familiare e intimo. La sua rapina ci porta. Il precipitare di secondi, ore, anni ci lancia verso la vita, poi ci trascina verso il niente… Lo abitiamo come i pesci l’acqua. Il nostro essere è essere nel tempo. La sua nenia ci nutre, ci apre il mondo, ci turba, ci spaventa, ci culla. L’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo.” [Carlo Rovelli – L’ordine del tempo – Adelphi]

Egregio Editore ti scrivo

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Riflessione del momento:
Se tutti noi avessimo un briciolo in più di dignità e difendessimo la nostra opera dalle grinfie imprendiEditoriali, non contribuiremmo forse a migliorare l’Editoria e i suoi “prodotti”?

Anche io ho vissuto attimi di tentazioni, è chiaro. Ma non bisogna farsi ingannare. Editoria a pagamento è anche quella che ti obbliga ad acquistare un tot di copie, a pagarti l’editing della loro CE o cercarti uno sponsor. A doppio binario, la chiamano, ma seppur infiocchettata sempre di editoria a pagamento si tratta.

E a te, cosa hanno chiesto?

Punto di partenza: Vi racconto gli sguardi – di Emma Saponaro

Pubblicato domenica 8 novembre su PresS/Tletter

Lo zenzero e la curcuma non erano ancora entrati nei nostri supermercati e per trovarli bisognava andare al vecchio mercato di piazza Vittorio.

Camminare tra quei banchi era come fare il giro del mondo. Oltre alle piramidi di arance, mele e olive, la particolarità risiedeva nei colori. I colori delle spezie più svariate, provenienti da ogni dove, esposte in vaschette come a formare un mosaico.

Questo è il ricordo che viene a galla quando penso ai primi approcci con questa piazza. La piazza del mercato. Credo che proprio grazie a questo commercio esotico si debba non solo la contaminazione della nostra cucina, ma anche il riconoscimento di un polo di riferimento multietnico. Nonostante il trasferimento del mercato all’ex caserma Sani, poco distante, piazza Vittorio infatti è stata e rimane il cuore pulsante di un quartiere multiculturale, colorato e vivace, quale è l’Esquilino.

Cos’è una piazza se non uno spazio libero dove i cittadini si incontrano, si riuniscono, passeggiano. E cosa è stata la piazza nell’antichità se non luogo con funzioni politiche e religiose? Cos’è oggi la piazza? Riflettendoci su, in questa era che corre lungo i fili del web, probabilmente la troviamo qui, sui social. Si parla, si chiedono consigli, si scambiano idee, opinioni e perfino gli auguri, senza però incontrarsi mai. In tal modo, il significato di piazza ereditato dal passato si dissolve nelle contraddizioni della città. I centri commerciali sono i maggior punti di riferimento del commercio e lì ci si incontra. In quei corridoi tutti uguali, illuminati dai freddi raggi di un neon, e tra le musiche intermittenti al passaggio da un negozio all’altro.

Freddo. Freddo gelido. Gelo glaciale.

Però.

Tra queste contrapposizioni e il nostro bisogno ancestrale di rapporti umani (sottratti alle barriere di un monitor), il desiderio di riconquistare il senso di quelle relazioni non si è del tutto sgretolato.

È stata probabilmente questa l’intuizione colta da Barbara Lalle e Marco Marassi, firme del progetto Punto di partenza, curato da Roberta Melasecca: una performance! Nulla di scenografico. Nulla di coreografico. Nessuna parte da imparare, nessuna parola da memorizzare, nessun costume da indossare o posizione da mantenere. Solo un cartello. Un cartello di invito dalla grafica esplicita –realizzata ad hoc da Alessandro Arrigo –, con due semplici parole: Fermati, parliamo!

E così, sabato 26 ottobre, mi sono ritrovata con una trentina di altri performer a dar vita al progetto Lalle-Marassi. Semplice, profondo.

Ci siamo disposti lungo l’ampio porticato che abbraccia la piazza di stile umbertino e quei giardini che, avendo conosciuto tempi migliori, oggi sono assediati non solo dai cantieri per la tanto attesa riqualificazione, ma dall’incuria che, in quel poco spazio lasciato libero, affiora nell’immondizia rigurgitante e nelle bottiglie in vetro abbandonate a terra.

Ore 16.00. Modalità ON.

Arriviamo sul posto, come da programma. Mi viene assegnato il porticato che unisce via Conte Verde con via Principe Eugenio, e mi posiziono tra gli amici Roberto Cavallini e Antonio Romano. Stendo a terra un tappeto e due cuscini da meditazione, uno per me e l’altro per l’ospite che vuole parlare.

Vorrei raccontare la mia esperienza attraverso gli sguardi delle persone che stanno sfilando davanti a me e di quelle che si avvicineranno. Perché proprio attraverso questi si colgono un mucchio di segnali: timidezza, rifiuto, timore, curiosità, accoglienza, diffidenza e via dicendo. Nei primi dieci minuti non ne incrocio nessuno, di sguardo. Stanno passando per lo più cinesi, quasi tutti con gli auricolati. Quando avvertono la mia presenza, abbassano il capo. In due parole, mi evitano.

Non si fermerà nessuno, penso.

A sconfessare me stessa ci penso da sola. Si avvicina infatti un signore sulla cinquantina. Si avvicina senza leggere il cartello. Il suo sguardo scruta solo me, e molto. Chiede spiegazioni e dopo le mie risposte, dice: «Ho tempo, tanto il cellulare è a casa sotto carica». Mi intristisco. Poi ci prova. Non scherzo, ci prova proprio. Ciao ciao.

Arriva Valentina, di sua iniziativa. Il suo volto si allarga in un megasorriso. Ha gli occhi blu cobalto che rivestono di fascino lo sguardo vivace e al tempo stesso melanconico. Tiene laboratori teatrali, mi dice, e parliamo della commedia dell’arte e del teatro performativo. Entriamo in sintonia e ci scambiamo i contatti Facebook.

Incrocio lo sguardo animatamente curioso di una coppia di amiche. Una, insegnante di geografia di Torino, l’altra, una sarta di Firenze. Intraprendenti e impegnate nel sociale, si sono date appuntamento a Roma per un incontro sul Kurdistan. Domande a me. Domande a loro. Ci soffermiamo su una esperienza del passato che ci accomuna: i gruppi di lettura. Si parla parecchio e si fa tardi. Mi chiedono consigli su locali particolari di queste parti e le indirizzo da Antonio, ché lui è di zona.

Arrivano due sorelle, una laureanda in ingegneria chimica, l’altra laureata in storia dell’arte nonché corsista al terzo anno di una scuola di sartoria. Accidenti, per me che non so attaccare un bottone è strano mi capitino due sarte in mezz’ora. Però so attaccar bottone a chiacchiere, e lo faccio. Entrambe hanno lo sguardo vispo e carico di curiosità. Hanno un cane, Dylan. «Non come Bob Dylan, ma come Dylan Dog», tengono a precisarmi. La chiacchierata salta di argomento in argomento e approda ai burritos. A tagliare corto è Dylan che da qualche minuto sta puntando Paolina, la canetta di Antonio. «Forse vuole parlare anche Dylan», dice una, così le invito a farlo.

Un signore molto anziano mi guarda di sfuggita, poi continua a camminare come se non mi avesse vista. Lo invito. «Non posso, devo andare a prendere l’autobus», mi risponde senza voltarsi. «Spero non attenda molto», gli rispondo. A quel punto si ferma. «Ma di preciso, cosa sta facendo?». Spiego. Mi saluta sfoderando un sorriso e scappa.

Sento avvicinarsi due sguardi che non mi piacciono per niente, sono sospettosi e carichi di sfida. Una coppia abbracciata. Lui ha gli occhi che esprimono o vogliono esprimere spavalderia, e lancia domande mediocri, banali. Mi annoio. Mi rivolgo alla compagna, voglio sentire la sua voce. «Roma sporca, autobus non passare». È slava. Vorrebbero parlare di politica. Non mi va. Non con loro. Non qui. Qui sto bene. Cambio discorso e lui mi fa: «Mi sa che sei un po’ compagna».

La conversazione viene interrotta da una signora invadente, e a me questa invadenza ora piace. È una ricercatrice in pensione tutto pepe, gli occhi le brillano. «Con tutti voglio parlare, sì, con tutti. Mi faccio il giro della piazza».

Passano una signora e un bambino interessato alla cosa. Non ha problemi ad avvicinarsi. I suoi occhi frugano i miei e il mio cartello. Spiego la situazione. «Zia, posso?». Si siede. Ha otto anni, mi dice, e uno sguardo puro, limpido come il cielo di agosto, aggiungo io.

«A scuola c’è qualche bambina che ti piace?»

«Le femmine sono fastidiose», risponde.

«Allora, hai qualche compagno?»

«Anche quelli sono fastidiosi.»

Rimango perplessa. Insisto: «Matteo, però ce l’avrai qualche amico, eh!?»

«Certo!»

«E quelli non ti infastidiscono?»

«No no, quelli sono amici del cuore, non mi tradiscono mai. Sanno tenere i segreti», chiarisce, anche se dalla dolcezza dei suoi occhi azzurri si poteva già capire. Prosegue: «Gli altri invece vogliono ficcare il naso negli affari degli altri, ma io li dico solo ai miei amici del cuore».

Continuiamo a parlare di amicizia ma anche di sport e di hobby, e la zia mi dice che Matteo ha un talento per la fotografia. Occasione che lui prende al volo per mostrarmi le sue foto dal cellulare. Gli consiglio di andare là, là da Roberto: «Lui è un fotografo importante, parlaci». È contento ma, ahimè, Roberto ha la sedia occupata. Allora prendono nota della TAG, e forse ci vengono a trovare.

È con Matteo che vorrei rimanere a parlare, però è tardi. Ciao, spero di rivederti.

Il caso vuole che si fermi un altro bambino. Sempre di nome Matteo, sempre di otto anni. È affetto da sindrome di Down. Vuole parlare e il padre lo asseconda, anche se va di fretta. Matteo fa lo spiritoso, scherza, e mi presenta il papà come un bambino di cinque anni. «Mi raccomando, Matteo, prima di attraversare stringigli la mano, ché i bambini vanno protetti», dico. Un successo. Sorride, ride, e poi… E poi mi stringe così forte a lui che sento il cuore sciogliersi al calore che emana. Troppo poco, Matteo, torna!

L’uomo molto anziano dell’autobus ripassa dopo un paio di ore. «Sarà stanca», mi lancia senza fermarsi. «No, è un piacere parlare con voi», rispondo. E fugge. Vorrebbe fermarsi, lo so, ma non saprebbe di cosa parlare.

Un signore sulla sessantina si ferma sì e no tre minuti. Vive a cinque fermate di metro e spesso viene qui per fare un giro sotto i portici, soprattutto quando piove. Parliamo di questa piazza, che è l’unica ad averli, i portici. E il discorso ci porta ai porticati di Bologna, e a Bologna. Lo sguardo non lo incrocio mai. I suoi occhi guardano di qua e di là e non si fermano mai.

Passano tre uomini di origine araba. Uno si ferma lasciando che i due amici avanzino senza di lui.

«Che cosa è?», chiede, e io spiego. «Sì, ma il significato?». Spiego ancora. Mi guarda con occhi profondi e quasi delusi. «Cosa servire?», insiste. Spiego. «Perché?». Spiego, ci provo. «Proprio non capisco» e se ne va. Mi è piaciuta questa sua curiosità e insistenza nel voler capire. Insomma, figo!

È quasi finita. Manca un quarto d’ora alle sette. Si avvicina una bella sessantenne che mi sorride. «Non mi fermo solo perché ho già parlato con una sua amica per due ore e sono stanca». Ora sono io che sorrido a lei. Si ferma. E quel quarto d’ora se lo prende tutto. Si sfoga. È stata lasciata dal suo compagno molto più giovane di lei, dopo dodici anni. È di Riccione. Parla come un fiume in piena fissando un punto indefinito oltre le mie spalle, e comunque non mi guarda quasi mai. È ferita. Ha lo sguardo stanco, ma vuole rimettersi in carreggiata prima possibile.

«Ciao Rosa, abbi cura di te.»

«Sicuro!», mi dice.

Ore 19.00. Modalità OFF.

Raccolgo il tappeto e i due cuscini.

Dove si va?

In pizzeria.

Lasciamo la piazza. Mi accorgo di avere addosso i colori della curcuma, il sapore dello zenzero, il profumo delle parole e, soprattutto, gli occhi dei miei compagni di chiacchiere che non dimenticherò mai.

Fermati, parliamo!

Si tirano sempre le somme dopo un’esperienza.

La performance alla quale ho partecipato sabato, insieme ad altri 30 performer disposti lungo i portici di piazza Vittorio, mi ha regalato tanti spunti di riflessione, confidenze, e sfoghi anche. Ho visto tante persone scorrere davanti a me, alcuni evitavano il mio sguardo, altri guardavano incuriositi e filavano via, e altri ancora si avvicinavano spontaneamente, sorridenti.
Abbiamo parlato per tre ore.
Di questo si è trattato. Parlare, comunicare, relazionarsi.

La performance “Punto di Partenza”, ideata da Barbara Lalle e Marco Marassi, e curata da Roberta Melasecca, si è svolta sabato pomeriggio in una delle piazze più vivaci della città, in occasione di Rome Art Week giunta alla quarta edizione.
Progetto grafico a cura di Alessandro Arrigo
Chiudo con una foto del mio interlocutore preferito, augurandovi una buona serata
Emma Saponaro