I Colori del Libro IX edizione: emozione

Sono ancora vibrante per l’emozione vissuta ieri a Bagno Vignoni in occasione della manifestazione I Colori del Libro. Il mio Come il profumo ha inaugurato una maratona di presentazioni che ha proseguito anche oggi. Tanta gente, tante bancarelle di libri nuovi, vecchi e di collezione. Tanti amici e non amici che mi hanno ascoltato curiosi.
Dopo la presentazione mi hanno catapultato nella bellissima libreria Librorcia per una intervista a tranello, diciamo quasi a tranello. Ero in diretta e non lo sapevo. Sigh. E non conoscevo i tempi e nulla. Ma è stato fantastico.

Ringrazio Anna Martini, ottima relatrice e intervistatrice oltre che giornalista appassionata delle parole scritte; Toscanalibri.it, organizzatore di questo stupendo evento atteso da tutta la Toscana; Simone Gallorini, libraio appassionato e instancabile, il cui supporto ha potuto far funzionare tutta la manifestazione. E le mie colleghe che mi hanno fatto una ultragraditissima sorpresa nel presentarsi, e anche ai tanti amici presenti della Val d’Orcia, terra che reputo luogo della mia anima e che frequento dal 2008… ah quanti ricordi…

Ma ora basta… ecco l’intervista, dura solo 4 minuti.

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“Come il profumo”, noir psicologico e olfattivo. Emma Saponaro «Voglio che iI miei personaggi abbiano coraggio» di Anna Martini

Sabato 8 settembre Emma Saponaro, autrice romana, inaugurerà la nona edizione della rassegna “I Colori del Libro” organizzato da toscanalibri.it nel borgo di Bagno Vignoni con la presentazione del suo ultimo romanzo “Come il profumo” edito da Castelvecchi. L’abbiamo incontrata per svelarvi i dietro le quinte di questo noir e darvi una piccola anteprima.

©Andrea Pizzi
emma_saponaroRicordi in scatola. “Come il profumo” è la storia di Cecilia, una donna che sopravvive alla scomparsa della figlia; è una storia di coraggio, dolore e mistero. Incontriamo Cecilia alle prese con un trasloco e un mare di scatoloni. È il momento di lasciarsi alle spalle una vita che sente non appartenerle più e fare i conti con i propri ricordi. Inizia tutto nove anni prima, quando l’incontro con un uomo le cambierà la vita per sempre donandole la figlia Leila che, però, otto anni dopo scomparirà improvvisamente. La Polizia scopre che Leila è stata rapita e il mandante è un boss della ’Ndrangheta calabrese. Sarà questa scoperta a trasformare la storia in una serie di colpi scene e verità drammatiche che, in un modo o nell’altro, segneranno la vita di Cecilia e tutto l’universo narrativo ricco di personaggi di “Come il profumo”, in cui immergersi lasciandosi guidare dalla dimensione olfattiva ed emotiva.

«Perché la vita è come un profumo –  racconta Emma Saponaro – e questo romanzo non poteva che averne l’animo e la struttura. Questo aspetto del romanzo è talmente importante che ho scelto di dedicargli tutta la postfazione. Perché volevo fosse chiaro ai lettori in quale viaggio li avessi condotti per mano. Perché l’olfatto si è finalmente riscattato dalla dimensione sensuale a cui era relegato negli ultimi anni di narrativa, perché l’olfatto è il primo senso che si sviluppa nell’embrione ed è annusando che ci affacciamo alla vita, è attraverso l’olfatto che il bambino appena nato riconosce la madre. E cosa respiriamo nella nostra vita è anche una questione di fortuna, non solo di scelte. Perché il profumo stimola i sensi, procurando sensazioni più o meno gradevoli, come la vita, che con le sue fasi, può far vivere momenti più o meno piacevoli. La costruzione di un profumo è un’architettura, con le sue fondamenta, il suo sviluppo e il suo coronamento. Esattamente come la vita, esattamente come un romanzo. Da qui la struttura narrativa di “Come il profumo”, anche se i tre livelli di cui si compone la piramide olfattiva – note di testa, note di cuore, note di base –  non vanno intesi come compartimenti stagni, perché tra loro esiste una connessione profonda, grazie alla quale il profumo è presente e si espande lungo tutta la narrazione».

I personaggi e l’invito ai lettori «L’idea guida che mi ha ispirato fin dall’inizio è stata lo studio attento della persona, delle sue potenzialità che si scontrano con le vicissitudini, attese o meno, in cui ci si può imbattere nel corso della vita. È stata irresistibile e irrinunciabile la tentazione di intrecciare vite diverse come quelle dei miei personaggi. Sono entrata nelle loro vite tentando di immedesimarmi. Non mi sono potuta fermare dove passava il boss mafioso, il killer, la donna vittima delle sopraffazioni della famiglia e ho trascurato Cecilia per analizzare loro e raccontare il loro profumo: che cosa hanno respirato per diventare così? Quali sono state le loro chance? Perché l’assassino è così, come è vissuto, cresciuto, diventato l’uomo che è? È un’analisi psicologica e olfattiva per spiegare e non giudicare il loro essere e calarmi nei loro panni. Come un narratore e un attore, per farli rivivere. È un’immersione profonda. E a volte mi sono ribellata. Alcuni di essi si sono affrancati dal loro destino e hanno riscattato la loro esistenza. Per altri è stato impossibile. Perché il mio libro in fondo non vuole essere che questo: un incoraggiamento per i più deboli, i più fragili, per chi si sente vittima passiva, per tentare di affrontare un cambiamento e con coraggio tentare di dare un nuovo significato alla propria vita”.

Che donna è Cecilia?
«
Cecilia è una donna ribelle nel ruolo di figlia, non ha accettato le imposizioni della madre, rinuncia alla laurea e se ne va di casa. È un’amante fragile e allo stesso tempo una madre coraggiosa».

E le figure maschili?
«
Gli uomini di “Come il profumo” sono tanti e vari. Nel romanzo ci sono più figure maschili che femminili, a dire il vero. Tra le pagine ho idealizzato la mia figura di uomo ideale, Andres, lo straniero col quale Cecilia passa una notte e un giorno, la storia d’amore più breve della sua vita. Oltre a questo c’è un po’ di tutto: equivoco, fragilità, cinismo, essere mammoni, violenza ma anche speranza – come nel boss mafioso: c’è una dolcezza ritrovata nei confronti della vita perché sapere trent’anni dopo di essere un padre lo addolcisce e lo trasforma e fa cambiare direzione alla sua esistenza».

Il tuo personaggio preferito?
«Sono affezionata a Calogero, un tipo molto goffo che ha lasciato la polizia per intraprendere la carriera di detective. È il fratello di una cliente di Cecilia che si accorge ad un certo punto, da adulto a 60 anni, di essere vittima della sorella, sfruttato per qualsiasi cosa. Un uomo che ha vissuto tutta la vita in panchina, al riparo dai sentimenti. Che per paura delle emozioni ha preferito una vita piatta fatta di abitudini, piuttosto che una vita rischiosa costellata di relazioni amorose. Però ad un certo punto tutto cambia: Calogero decide di innamorarsi dell’amore e esce di casa e dalla sua dimensione di porto sicuro e inizia il suo riscatto, la sua vita vera, autentica. È il prototipo perfetto di personaggio che si riscatta e di lettore a cui rivolgo il mio invito di vivere una vita piena. Oltre ai drammi, oltre ai cambiamenti che sconvolgono il corso della vita: abbiate coraggio».

La presentazione del libro “Come il profumo” di Emma Saponaro è in calendario sabato 8 settembre (ore 15.00) a Bagno Vignoni per la IX edizione de “I colori del libro”.

 

Come il profumo a Radio InBlu

Ringrazio Ida Guglielmotti per avermi ospitato IL 26 dicembre a Radio InBlu nel suo programma Cosa succede in città?

«Emma Saponaro è l’autrice di “Come il profumo”, una storia che, da leggera, si sviluppa fino a toccare le corde del giallo e del noir, seguendo le tracce della piramide olfattiva, attraverso incontri fortuiti, misteriose sparizioni, storie d’amore e colpi di scena»

Intervista radiofonica

Emma Saponaro: Sopportare per sopravviere

Intervista rilasciata a Convenzionali
Ringrazio, in particolare, Gabriele Ottaviani.

INTERVISTA

di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Emma Saponaro, autrice di Come il profumo.

Da dove nasce questo romanzo?

Come il profumo nasce in un momento della mia vita molto intenso sotto l’aspetto sia emotivo che affettivo. Non ho fatto altro che travasare alcuni miei stati d’animo sulle pagine di un quadernone, vestendoli di abiti diversi e inventando storie. Poi mi sono fatta prendere la mano, vittima io stessa di altre emozioni suscitate dagli stessi personaggi che avevo creato. Per trasmettere emozioni al lettore, se le si vuole trasmettere, io credo che non ci si possa limitare alle parole, alle descrizioni, ma sia necessario ricorrere ai fatti, alle storie. Creare la giusta atmosfera per accendere la commozione o la rabbia, o comunque la curiosità, e il desiderio di voltare un’altra pagina ancora. Se è accaduto per me spero che accada anche con chi mi leggerà. Tornando allo specifico della domanda, posso dire che l’idea guida che mi ha ispirato fin dall’inizio è stata lo studio attento della persona, delle sue potenzialità che si scontrano con le vicissitudini della vita. Ho intrecciato vite diverse e mi ci sono addentrata, immedesimandomi a tal punto da comprendere anche l’ingiustificabile: dovevo! In fondo il mio è un romanzo sul coraggio, sull’esortazione al cambiamento, è una insurrezione contro l’accettazione passiva di un fantomatico “destino”. È anche la raffigurazione del conflitto tra un fato avverso, un ambiente tossico, una famiglia criminale, un background angoscioso, da una parte, e la non-accettazione di ciò che il fato vorrebbe imporre. Forse non ce ne accorgiamo, ma tutti abbiamo la possibilità di scegliere, tutti abbiamo la possibilità di appropriarci di una vita diversa, una vita migliore.

Chi è Cecilia?

Cecilia, Cecilia… Quanto mi ha fatto penare, Cecilia. Sai che prima di darle questo nome l’avevo chiamata Rebecca e poi Giulia e poi non so come altro ancora? Nulla, lei non rispondeva. Poi nel cuore di una notte mi svegliai all’improvviso e gridai: “Cecilia!”. E Cecilia fu. Solo per dire come il protagonista di un romanzo sia molto importante per il suo autore, che un po’, in un certo senso, gli è genitore. Genitore di un personaggio che spesso si materializza nei suoi pensieri. Così è importante il suo nome, come lo è il carattere, il comportamento, l’educazione, com’è vestito. Credo che noi scrittori siamo un po’ tutti Geppetto con il suo Pinocchio: diamo forma umana a ciò che è irreale, immaginario, e che poi può sfuggirci di mano, può disobbedirci, combinarne di tutti i colori, ma nonostante ciò ne saremo sempre fieri. Cecilia è una donna che si ribella all’invadenza della famiglia e lotta per la sua indipendenza, pur rinunciando alle sue stesse aspirazioni come una laurea ormai prossima e una carriera da psicologa. Tuttavia, questa battaglia dovrà apparirle come un nonnulla, rispetto a quello che la attenderà una volta diventata madre. In definitiva, Cecilia è una figlia ribelle, un’amante fragile, una donna romantica e una madre coraggiosa. Basta, di più non farmi dire.

Chi è Leila?

Leila è una bambina spigliata, sensibile e con un coraggio che saprà dimostrare, malgrado gli inevitabili momenti di tristezza e di sconforto, nel momento in cui si troverà ad affrontare una vicenda tragica. Vedi? Anche i bambini sanno essere coraggiosi. Leila è una bambina cresciuta nell’amore incondizionato di una famiglia monogenitoriale, il che va sottolineato perché le circostanze la porteranno a rapportarsi in modo intenso con una coetanea, ne nascerà un confronto e da questo la dimostrazione che il “due è meglio di uno” a volte non funziona.

 

Cosa significa essere genitori?

Si diventa genitori all’improvviso e benché si sia avuto il tempo di informarsi, confrontarsi, progettare, fantasticare, quando nasce tua figlia o tuo figlio ti accorgi che è tutto completamente diverso da come lo immaginavi. La prospettiva cambia: sei passato dallo stato di figlio a quello di genitore. Un bel salto, direi. Con la nascita, si dovrà trovare un nuovo assetto familiare, sia per salvaguardare la relazione di coppia che per includere il figlio nel rapporto di amore. Essere genitori significa acquisire un nuovo ruolo, più responsabile, più generoso. È necessario rendersi sempre disponibili per la crescita sana del proprio figlio, che quanto più è piccolo tanto più dipenderà fisicamente e psichicamente dalle cure e dalla vicinanza dei suoi genitori. È la fase dell’attaccamento, indispensabile ai fini di una crescita sana. Man mano che il bambino cresce, assumerà maggiore importanza la sua relazione con le figure genitoriali per la costruzione del proprio Io e quindi della propria identità. Per l’importanza del loro ruolo, quindi, non è affatto semplice essere genitori, o almeno, genitori consapevoli e responsabili. Se poi parliamo di famiglia monogenitoriale, come nel caso di Cecilia, i problemi raddoppiano. Non si possono condividere le preoccupazioni e le gioie, né le aspettative e le decisioni da assumere per il proprio figlio. Si è soli. Dimmi che non sono stata noiosa…

Assolutamente no, tutt’altro. Come si elabora una perdita?

Questa è una domanda impegnativa, molto impegnativa. Ma rispondo lo stesso, anche perché ho dovuto rispolverare i miei studi durante la stesura del romanzo, posto che una parte di questi era incentrata proprio sul concetto di perdita. Se si parla di perdita come separazione, come fine di una storia d’amore, l’elaborazione inizia con la negazione, ossia con il rifiuto del nuovo stato. Chi è quel masochista che gioisce se viene mollato, magari via WhatsApp? Bauman docet… Ci piomba il mondo addosso. Nulla più ci interessa, nulla più ha un senso e siamo presi dall’angoscia. Tranquilli, dopo qualche giorno ci accorgiamo che la vita sta andando avanti lo stesso, e quel senso che ci sembrava di non trovare più in niente e in nessuno dobbiamo recuperarlo altrove, per restituirlo a noi stessi (se volete ancora continuare a piangere, fermatevi su questo punto per qualche altro giorno). Quando si scopre che il mondo sta andando avanti anche senza di noi, è il momento della rabbia. Ci sentiamo forti, pieni di energia. Ma non c’è da illudersi troppo. Deve passare altro tempo per poter riscoprire la gioia, sentirsi veramente, se non proprio forti, almeno in forma. È negativa, infatti, questa energia interiore che ci fa sentire forti come un leone, sì, è negativa, perché nasce dal senso dell’abbandono, perché quel leone è un leone offeso. Quindi, alla larga dalla rabbia, da questa rabbia. Continuiamo a pensare al passato, alle nostre scelte, ai nostri comportamenti, e ci affligge un dubbio: se avessimo agito diversamente, la nostra storia si sarebbe salvata? Ecco, sta per innescarsi il meccanismo dell’auto-denigrazione: non è proprio il caso di colpevolizzare sé stessi. Attenzione! Si corre il rischio di avvilupparsi totalmente, di rimanere ancorati al passato. Finalmente, così, arriva il momento del dolore. Non c’è da averne timore: il dolore non guarisce ma depura, disintossica. Non si deve mai dimenticare che, per elaborare il lutto, non c’è bisogno di evitare i posti frequentati insieme, né di allontanare i ricordi della persona perduta; il dolore in questi frangenti fa bene e aiuta a riflettere, ad elaborare. Smettere di piangere e guardare il punto in cui ci si trova: si è davanti a un bivio. Bisogna solo scegliere se continuare a soffrire per la perdita oppure tornare a vivere, anche meglio di prima, con la convinzione di essere fantastici e di poter bastare a sé stessi. L’accettazione del nuovo stato è il traguardo naturale. Ci si arriva quando si riesce a comprendere che noi e solo noi siamo l’unica persona indispensabile per noi stessi, a riconoscere dentro di sé le giuste risorse per poter ricominciare. E ricominciare, cioè mettersi nella condizione di poter vivere nuove esperienze e intraprendere conoscenze nuove che man mano prenderanno il posto di quelle finite, con il loro carico di dolore. Altra storia è l’elaborazione della perdita di un figlio, qui non è davvero il caso di ironizzare. I passaggi sono sempre gli stessi: dallo stordimento e l’incredulità, alla rabbia, al dolore e infine alla fatale accettazione della perdita; una perdita del genere, però, è innaturale, e inaccettabile da vivere. L’istinto iniziale di rifugiarsi nella propria sofferenza fisica e psicologica, in questo caso, è più invadente, al punto di potersi trasformare in una chiusura psichica totale, accompagnata dal desiderio di non sopravvivere o comunque dalla convinzione di non farcela. È facile cadere in disturbi che ostacolano l’elaborazione del lutto, come la depressione, una scarsa cura verso sé stessi e gli altri, l’insonnia, l’inappetenza. Qui non si tratta di accettare, perché la perdita di un figlio non è accettabile. L’obiettivo massimo non può essere che quello di riuscire a sopportarla, per tornare a vivere.