Festa di questa nostra povera Repubblica

Il 2 giugno del 1946 le donne andarono a votare per il referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Si presentarono con il vestito della festa e i figli al seguito. Per loro era la prima volta, e sono passati solamente 73 anni.
Vorrei augurarvi buona Festa della Repubblica a tutti, e in realtà lo sto facendo, ma ho un groppo in gola, perché quella che dovrebbe essere la Festa di tutti noi, è vissuta in modo diverso. Vivo il disagio di appartenere a un popolo i cui “valori”, di gran parte di questo, non riconosco e anzi aborro. Abbiamo lottato per ottenere diritti sacrosanti che oggi vengono oltraggiati. La cultura è infranta. La formazione svilita. La politica accecata. 
E niente, non riesco proprio ad abbracciarvi tutti, perché almeno un terzo di voi non solo non lo comprendo, ma mi spaventa.
Vebbe’, la chiudo qui.
Nonostante tutto: viva la democrazia, viva la libertà, viva la Costituzione, e tanta buona fortuna, Italia mia.

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Le esperienze passate che non si dimenticano

Quando frequentavo le medie, la professoressa Bedello aveva un metodo tutto suo di insegnare la Storia, soprattutto in terza. Arrivate al ventennio fascista, ci dettò quella che per lei era la vera storia e i fogli dovevano essere incollati sulle pagine del libro. Insomma, bisognava coprire quello che per lei erano menzogne. La cosa che mi colpì di più e che ancora oggi ricordo come fosse ieri: “Non erano sei milioni di ebrei ad essere stati sterminati, ma seimila”. Così decisi di contrastarla con il mio silenzio, di protestare a modo mio, non incollando quei fogli zeppi di frottole. Li attaccai solo con lo scotch sul dorso, così avrei potuto continuare a studiare sul libro.
Arrivarono gli esami per la licenza media, e cosa mi chiede la cara prof? Ovvio, il fascismo!
Rimasi a bocca chiusa. Non dissi nulla. Silenzio. Solo uno scambio di sguardi.
“Saponaro, non rispondi?
“No, professoressa”
“Non hai studiato?”
“Sì, professoressa”
“Allora, rispondi”
“No, professoressa”
Era paonazza, forse perché immaginava quella che sarebbe stata la mia risposta e non sapeva come uscire dall’imbarazzo.
La professoressa di Italiano, socialista, ridacchiava. Anche lei immaginava, e questo mi diete ancora più forza, giacché nella sua materia me la cavavo abbastanza.
Ancora silenzio. La prof era stretta all’angolo, così dovette romperlo, il silenzio.
“Insomma, perché non rispondi?”
Non aspettavo altro.
“Perché ho studiato Storia sul libro e non sui suoi dettati di una storia tutta inventata da lei”.
Malgrado gli ottimi risultati nelle altre materie, fui promossa con il sei, però è stata una delle mie più grandi soddisfazioni. 
Un’adolescente che si ribella, consapevole di dover pagare un pedaggio anche se ingiusto.
Erano gli anni ’70, e quella sì che era una professoressa da sospendere!

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Semplicemente nuoto

Sono tornata alle abituali 40 vasche.
La piscina è vuota.
Mi tuffo e infrango il silenzio dell’acqua.
Inizio con stile libero.
Bracciata.
1 2 3 battute di gambe.
Bracciata.
1 2 3 battute di gambe.
E’ come affrontare la vita: la si abbraccia e la si schiaffeggia. E’ l’impegno di un’arrampicata orizzontale, senza gravità.
Il respiro provoca nell’acqua bolle sonanti e avverto un odore che tutte le santissime volte mi riporta indietro nel tempo. 
Un odore forte di cloro che riempiva tutta la piscina. Le gare, il podio, l’emozione, il voluto ritardo per saltare quel noioso quarto d’ora di riscaldamento in palestra, i rimproveri, gli incoraggiamenti, il tifo, le medaglie, e gli innamoramenti adolescenziali. Anche quelli profumavano di cloro. E gli occhi rossi e gli impacchi con il latte. 
Cambio stile.
Dorso.
Ora è tutto più ovattato. Ascolto solo il mio respiro, potente e dilatato. Sono in contatto con me stessa. La sensazione è di vivere in un grande guscio, un enorme grembo materno.
Il mondo si è allontanato. Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro. È scomparso tutto, ci sono solo io. Solo io con il mio respiro.
E allora ruoto il corpo e ricomincio.
Cambio stile. 
Libero!

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Foto tratta dal web

Questa sono io. Prendere o lasciare.

Mi reputo una persona tranquilla e pacifista. Mi piace confrontarmi con chi la pensa diversamente da me, perché ritengo che il contraddittorio sia un’occasione di crescita: si può cambiare idea o si possono rinsaldare le proprie convinzioni. Però, perché c’è sempre un però, in questo momento storico ho delle intolleranze, e non solo al glutine (questa si supera eliminandolo dalla dieta e tutto fila liscio).
Ho servito per più di trent’anni le Istituzioni ed è stato per me sempre un onore farlo, e farlo con diligenza e correttezza, nonostante alcune mie divergenze. A volte ho dovuto rinunciare a cene di compleanno, a vacanze con la famiglia, una volta anche al natale con i miei cari, perché le esigenze del lavoro, ahimè, dovevano esser messe al primo posto, sì, prima della figlia, anche. Durante la sessione di bilancio non si conoscevano orari, si mangiavano panini che ci venivano recapitati in ufficio e non si interrompeva il lavoro. Un morso al panino e un emendamento da correggere. Erano migliaia, gli emendamenti, erano e sono sempre tanti, interminabili. Ma i miei colleghi ed io ci sentivamo parte importante dell’ingranaggio che non doveva fermarsi, mai. Non sapevamo quando potessero iniziare le nostre vacanze natalizie, eppure, una volta a casa, eravamo stanchi, sfiniti, sì, ma soddisfatti: avevamo contribuito a uno dei passaggi importanti , il più importante dell’anno, della storia dello Stato.
Perché questa premessa? Perché da qualche anno a questa parte vedo la decadenza, l’indecenza, la putrefazione di questa Istituzione, quale è il Parlamento, organo rappresentativo della volontà politica dei cittadini e di controllo politico del governo (ricordarlo non fa mai male). Vedo lo sgretolamento della democrazia. Vedo l’incomunicabilità tra noi. La rabbia, la prepotenza, la presunzione.
Metto da parte le considerazioni sull’inaccettabile quanto comico iter di questa sessione di bilancio (chi ha seguito, avrà tratto le conclusioni da sé), e vado al punto.
Ieri, su Facebook, ho postato la foto di Salvini mentre, beato, inizia la sua giornata mangiando pane e nutella, alla faccia dell’incarico, dell’alto incarico, di cui è stato rivestito, alla faccia dei problemi che il popolo italiano sta patendo. E lui che fa? Replica “Confesso questo mio torto. Mi piace la nutella”. Bravo! Anche a me. Toh, abbiamo una cosa in comune. Ma io, che non sono ministro, posso postarla, tu no! Del resto, il nostro ministro è avvezzo a queste minchiate. Come non ricordare quando, senza nutella ma con la tuta della protezione civile, postava un selfie che lo ritraeva con un sorriso beota e fuori luogo, mentre partiva per il bellunese, dove l’alluvione aveva spazzato via le vite di una decina di persone? 
Ne è nata una discussione violenta fomentata da poche, per fortuna, persone che difendevano il pupazzo di ministro. Mi sono stupita. Continuo a stupirmi, ancora e per fortuna, che ciò che è limpido sotto i nostri occhi venga percepito come normalità.
No, non riconosco più queste istituzioni. Perché questo manipolo di “ragazzi immaturi”, impreparati e privi di umanità, ci stanno trascinando alla deriva, calpestando quello che rimane della democrazia, sbattendosene di quella legge, colonna portante su cui si basa la legislazione dello Stato, che si chiama Costituzione, riconosciuta come una delle più belle al mondo. 
Conclusione/avvertenza.
Di tutto ciò che ho detto, sono fermamente convinta, quindi in questo caso non esistono confronti, per me. Se ancora ci fossero dubbi, lo ripeto: questo è il governo più brutto e pericoloso della storia della Repubblica italiana!
Questa sono io. L’amarezza che respiro mi toglie la speranza; l’arroganza dei sostenitori di questi ipocriti malefattori mi atterrisce; la decadenza politica mi affligge.
Ora, voi che non capite la mia indignazione e continuate a sostenere e giustificare i cialtroni, iniziate pure a togliermi l’amicizia o a bannarmi. Io ho già iniziato a farlo, proprio come il glutine, che mi fa male.
Grazie,
sempre vostra Emma

Nobel per la Pace 2018

A 70 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato consegnato a Nadia Murad e Denis Meukwege.

Ho cercato notizie, ho letto e mi sono commossa. Siamo circondati da tanta disumanità, violenze e atrocità che, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai a immaginare. Non riusciremo mai ad accostarci al dolore e alla sofferenza che attacca impietosa intere comunità.
Questo è un post un po’ confuso, un po’ patito, un po’ tutto, e non so neanche io perché lo stia scrivendo. Però lo sto facendo, così, un modo per ringraziare queste persone che dedicano la loro vita a difendere diritti, dignità, a gridare l’ingiustizia. Forse è un modo di ringraziarli e di guardare al futuro con un briciolo di speranza in più.

“Decidere di raccontare la verità è stata una delle decisioni più difficili che abbia mai preso, ma è stata anche la più importante”.
(Nadia Murad)

“È incredibile vedere queste persone sofferenti che riescono ancora a ringraziare Dio, che hanno la forza di lavorare. Mi chiedo anche come facciano a cantare, quando fanno fatica a sopravvivere. Riescono ancora a cantare, e questo mi rende felice.”
(Denis Mukwege)

Solo una sana e consapevole lettura salva il mondo dallo stress e dall’azione dispotica, uhhhh

Sono appena tornata da PLPL e decido di non aver voglia di cucinare. Ho il tutore al braccio e questa è un’ottima scusa per dire a me stessa che se voglio nutrirmi devo stare a ricasco degli altri. Entro nella solita trattoria sotto casa, dove si può mangiare pasta gluten free. Stranamente è vuota e io inizio a sfogliare i libri che ho appena acquistato alla fiera.
Entrano tre donne che occupano il tavolo vicino al mio. Finita la pacchia. Sono distinte e chiaramente amiche da tempo. Una rimpatriata, penso. No, non sono impicciona, ma attenta sì. Lo sapete che chi scrive ha l’orecchio sempre teso, no? Dunque, dicevo, le tre iniziano a parlare di cose tranquille: il lavoro, il pupo che sta male, lo svezzamento, l’incazzatura con il collega, ma il loro interloquire con “cazzo” è molto ostentato e rimbomba nella sala vuota. Cazzo, dico io, non c’è un modo diverso per dare la giusta intonazione?
Arriva una carbonara fumante e a quelle volgarità gratuite non penso più, cazzo! Assaporo la pasta. Mhhhhh, slurp, gnam. Sono in grazia di dio, sembra una pasta vera, una libidine.
Entra un uomo. È goffo. È vistosamente in imbarazzo. Posso mangiare da solo?, chiede. Si mette seduto poco lontano da me e legge il menu appoggiandosi con le braccia sullo schienale della sedia che ancora non ha sfilato da sotto il tavolino. Bizzarro, penso. Poi si mette seduto senza togliersi il cappotto. Davanti a sé ha una bottiglia di acqua minerale che versa in continuazione in piccole quantità, sbattendola ogni volta sul tavolo. Ronfa. Ringhia. Rumoreggia. A questo punto, la mia attenzione lascia le tre donne dal linguaggio vivace e acuto per concentrarsi su di lui. Mastica in un modo che la sua eco potrebbe svegliare il bambino che dorme angelico al settimo piano. E sbatte la bottiglia di acqua, ancora. Non so cosa pensare. Certo, è un rozzo, è in imbarazzo perché non gli è mai capitato di mangiare da solo. O chissà cosa. Mi fissa. Abbasso lo sguardo ma sento i suoi occhi puntarmi. Continuo ad assaporare la carbonara che non merita di essere trascurata. Lui tira su con il naso, e in un certo senso anche con la gola, contemporaneamente. Avete presente, no? Poi prende il telefonino e registra un messaggio. Sei feccia, sei una schifosa, sparisci dalla mia vita, ho lasciato le chiavi BIPPP. E non voglio più sentirti, capitoooo? Eh, ma se mangi così, ci credo che questa magari si è fatta l’amante. Poi guarda in continuazione il cellulare. Nessun messaggio, così lo sbatte sul tavolo. Ogni rumore rimbomba nella sala semivuota, ma ce ne accorgiamo solo io e la proprietaria della trattoria con la quale scambio occhiate di complicità. Le tre tipe continuano a “cazz”eggiare, noncuranti. Ho finito la carbonara, mi portano uno zabaione fatto al momento. Mhhh che goduria. Il tipo invia un altro messaggio ed è difficile non ascoltarlo perché grida. E spero solo di trovare la forza di uscire dal buio della mia vita sprecata con te. E riattacca. Si scola il calice di vino quasi d’un fiato. Gli cadono le chiavi per terra. Si inchina e gli cade la sedia. Si alza per sollevare la sedia e gli cadono le posate. Sto sudando, vorrei aiutarlo ma non posso. È faticoso assistere a ciò che sta facendo. No, mi correggo, ora è faticoso anche assistere a ciò che sta provando. Rozzo o no, sta soffrendo, è in difficoltà e il mio iniziale divertimento sta scemando.
Il locale rimane semivuoto, stranamente. Siamo ancora io, le tre “cazz”one e lo sbandato.
E gli altri?
Ho capito: saranno tutti a interessarsi di letture a Più libri più liberi. Almeno spero!

Il mio albero di natale

Ho tirato giù l’albero di natale e, come tutti gli anni, aprendo la vecchia scatola ci ho trovato di tutto. Non di semplici palle di vetro si tratta, ma di oggetti che mi ricordano tante cose e che mi riportano a ricordi di tanti anni fa, risvegliando quel dolore sottile che riposa silente perché la vita va avanti e si fa finta che non esista, il dolore. Ho buttato il puntale di mio zio. Si teneva con lo scotch e ha resistito per 42 anni, quando lui se n’è andato e io ero adolescente. Gli oggetti sono anche simboli, grimaldelli delle emozioni, pillole di vita passata.
Il mio albero è scarno, ora, niente ricordi. Guardo avanti, vivo il presente, ma quei ricordi li conservo in me, e li rianimo ornandoli di tenerezza, almeno ci provo. Perché, tutto sommato, il mio passato è un gran bel passato e non ha bisogno di oggetti per commemorarlo.

leggi L’albero di Natale

Lettera sfogo

E sì che la nostra sindaca non sa come altro bersagliarci con accuse prive di fondamento.

Ieri ha dichiarato che le donne che gestiscono “La Casa internazionale delle donne” pretendono un trattamento privilegiato perché donne. Oddio, che brividi che mi ha fatto venire.
Ma lei si è mai recata personalmente alla Casa? No. 
Ma lei si è mai informata sul progetto della Casa dell’accoglienza ormai lungo trent’anni e sempre condiviso con il Comune di Roma? Credo di no.
Ma lei sa che oltre alle lotte per la parità dei diritti la donna continua ad essere vessata, discriminata, aggredita, violentata, e ha bisogno di accoglienza e assistenza legale e psicologica, cosucce, tutte queste, che vengono offerte gratuitamente dalla Casa? Evidentemente, no. 
Ma lei sa che le organizzatrici della Casa fanno fronte, oltre a tutto questo, anche alla manutenzione di tutta la struttura avvalendosi del sostegno di donazioni, sottoscrizioni e aiuti vari? Mhhh, ne dubito.
Ma lei sa che il canone pagato è sì inferiore a quello richiesto, ma non uguale a zero euro come lei stessa ha dichiarato ieri alla giornalista Latella? No, proprio no. Anzi, sì, ma conviene mentire per propaganda (siete bravi in questo).
Ma lei sa che le donne della Casa hanno ribadito, ultimamente con due lettere, la volontà di arrivare a una soluzione condivisa e a una proposta di transazione senza ricevere alcuna risposta? Sì, lo sa. Ma afferma il contrario.

Allora io sono costretta a pensare che voi proprio non riuscite a capire il significato della parola “solidarietà”. E’ fuori da ogni vostra logica il poter pensare che esistano belle realtà essenziali, che faticano per offrire servizi anche attraverso il volontariato prestato pure da tanti professionisti. 
La verità è che voi avete paura di queste realtà, degli spazi aperti a tutti, uomini e donne, dove possa circolare il libero pensiero e dove esiste ancora il confronto. Ah, il confronto! Altro passaggio che non vi appartiene. Confronto, solidarietà, assistenza, sono parole che non possono appartenere a persone impreparate, inadeguate, razziste e sessiste, animate da ben altri sentimenti.

Del resto cosa possiamo aspettarci da chi non accetta divergenze e dissensi, appellando le organizzatrici della protesta romana “radical chic” o “simpatizzanti di mafia capitale”, da chi chiama “quattro deficienti” gli studenti manifestanti o “damine” le donne dell’ultima manifestazione a Torino?