Egregio Editore ti scrivo

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Riflessione del momento:
Se tutti noi avessimo un briciolo in più di dignità e difendessimo la nostra opera dalle grinfie imprendiEditoriali, non contribuiremmo forse a migliorare l’Editoria e i suoi “prodotti”?

Anche io ho vissuto attimi di tentazioni, è chiaro. Ma non bisogna farsi ingannare. Editoria a pagamento è anche quella che ti obbliga ad acquistare un tot di copie, a pagarti l’editing della loro CE o cercarti uno sponsor. A doppio binario, la chiamano, ma seppur infiocchettata sempre di editoria a pagamento si tratta.

E a te, cosa hanno chiesto?

Punto di partenza: Vi racconto gli sguardi – di Emma Saponaro

Pubblicato domenica 8 novembre su PresS/Tletter

Lo zenzero e la curcuma non erano ancora entrati nei nostri supermercati e per trovarli bisognava andare al vecchio mercato di piazza Vittorio.

Camminare tra quei banchi era come fare il giro del mondo. Oltre alle piramidi di arance, mele e olive, la particolarità risiedeva nei colori. I colori delle spezie più svariate, provenienti da ogni dove, esposte in vaschette come a formare un mosaico.

Questo è il ricordo che viene a galla quando penso ai primi approcci con questa piazza. La piazza del mercato. Credo che proprio grazie a questo commercio esotico si debba non solo la contaminazione della nostra cucina, ma anche il riconoscimento di un polo di riferimento multietnico. Nonostante il trasferimento del mercato all’ex caserma Sani, poco distante, piazza Vittorio infatti è stata e rimane il cuore pulsante di un quartiere multiculturale, colorato e vivace, quale è l’Esquilino.

Cos’è una piazza se non uno spazio libero dove i cittadini si incontrano, si riuniscono, passeggiano. E cosa è stata la piazza nell’antichità se non luogo con funzioni politiche e religiose? Cos’è oggi la piazza? Riflettendoci su, in questa era che corre lungo i fili del web, probabilmente la troviamo qui, sui social. Si parla, si chiedono consigli, si scambiano idee, opinioni e perfino gli auguri, senza però incontrarsi mai. In tal modo, il significato di piazza ereditato dal passato si dissolve nelle contraddizioni della città. I centri commerciali sono i maggior punti di riferimento del commercio e lì ci si incontra. In quei corridoi tutti uguali, illuminati dai freddi raggi di un neon, e tra le musiche intermittenti al passaggio da un negozio all’altro.

Freddo. Freddo gelido. Gelo glaciale.

Però.

Tra queste contrapposizioni e il nostro bisogno ancestrale di rapporti umani (sottratti alle barriere di un monitor), il desiderio di riconquistare il senso di quelle relazioni non si è del tutto sgretolato.

È stata probabilmente questa l’intuizione colta da Barbara Lalle e Marco Marassi, firme del progetto Punto di partenza, curato da Roberta Melasecca: una performance! Nulla di scenografico. Nulla di coreografico. Nessuna parte da imparare, nessuna parola da memorizzare, nessun costume da indossare o posizione da mantenere. Solo un cartello. Un cartello di invito dalla grafica esplicita –realizzata ad hoc da Alessandro Arrigo –, con due semplici parole: Fermati, parliamo!

E così, sabato 26 ottobre, mi sono ritrovata con una trentina di altri performer a dar vita al progetto Lalle-Marassi. Semplice, profondo.

Ci siamo disposti lungo l’ampio porticato che abbraccia la piazza di stile umbertino e quei giardini che, avendo conosciuto tempi migliori, oggi sono assediati non solo dai cantieri per la tanto attesa riqualificazione, ma dall’incuria che, in quel poco spazio lasciato libero, affiora nell’immondizia rigurgitante e nelle bottiglie in vetro abbandonate a terra.

Ore 16.00. Modalità ON.

Arriviamo sul posto, come da programma. Mi viene assegnato il porticato che unisce via Conte Verde con via Principe Eugenio, e mi posiziono tra gli amici Roberto Cavallini e Antonio Romano. Stendo a terra un tappeto e due cuscini da meditazione, uno per me e l’altro per l’ospite che vuole parlare.

Vorrei raccontare la mia esperienza attraverso gli sguardi delle persone che stanno sfilando davanti a me e di quelle che si avvicineranno. Perché proprio attraverso questi si colgono un mucchio di segnali: timidezza, rifiuto, timore, curiosità, accoglienza, diffidenza e via dicendo. Nei primi dieci minuti non ne incrocio nessuno, di sguardo. Stanno passando per lo più cinesi, quasi tutti con gli auricolati. Quando avvertono la mia presenza, abbassano il capo. In due parole, mi evitano.

Non si fermerà nessuno, penso.

A sconfessare me stessa ci penso da sola. Si avvicina infatti un signore sulla cinquantina. Si avvicina senza leggere il cartello. Il suo sguardo scruta solo me, e molto. Chiede spiegazioni e dopo le mie risposte, dice: «Ho tempo, tanto il cellulare è a casa sotto carica». Mi intristisco. Poi ci prova. Non scherzo, ci prova proprio. Ciao ciao.

Arriva Valentina, di sua iniziativa. Il suo volto si allarga in un megasorriso. Ha gli occhi blu cobalto che rivestono di fascino lo sguardo vivace e al tempo stesso melanconico. Tiene laboratori teatrali, mi dice, e parliamo della commedia dell’arte e del teatro performativo. Entriamo in sintonia e ci scambiamo i contatti Facebook.

Incrocio lo sguardo animatamente curioso di una coppia di amiche. Una, insegnante di geografia di Torino, l’altra, una sarta di Firenze. Intraprendenti e impegnate nel sociale, si sono date appuntamento a Roma per un incontro sul Kurdistan. Domande a me. Domande a loro. Ci soffermiamo su una esperienza del passato che ci accomuna: i gruppi di lettura. Si parla parecchio e si fa tardi. Mi chiedono consigli su locali particolari di queste parti e le indirizzo da Antonio, ché lui è di zona.

Arrivano due sorelle, una laureanda in ingegneria chimica, l’altra laureata in storia dell’arte nonché corsista al terzo anno di una scuola di sartoria. Accidenti, per me che non so attaccare un bottone è strano mi capitino due sarte in mezz’ora. Però so attaccar bottone a chiacchiere, e lo faccio. Entrambe hanno lo sguardo vispo e carico di curiosità. Hanno un cane, Dylan. «Non come Bob Dylan, ma come Dylan Dog», tengono a precisarmi. La chiacchierata salta di argomento in argomento e approda ai burritos. A tagliare corto è Dylan che da qualche minuto sta puntando Paolina, la canetta di Antonio. «Forse vuole parlare anche Dylan», dice una, così le invito a farlo.

Un signore molto anziano mi guarda di sfuggita, poi continua a camminare come se non mi avesse vista. Lo invito. «Non posso, devo andare a prendere l’autobus», mi risponde senza voltarsi. «Spero non attenda molto», gli rispondo. A quel punto si ferma. «Ma di preciso, cosa sta facendo?». Spiego. Mi saluta sfoderando un sorriso e scappa.

Sento avvicinarsi due sguardi che non mi piacciono per niente, sono sospettosi e carichi di sfida. Una coppia abbracciata. Lui ha gli occhi che esprimono o vogliono esprimere spavalderia, e lancia domande mediocri, banali. Mi annoio. Mi rivolgo alla compagna, voglio sentire la sua voce. «Roma sporca, autobus non passare». È slava. Vorrebbero parlare di politica. Non mi va. Non con loro. Non qui. Qui sto bene. Cambio discorso e lui mi fa: «Mi sa che sei un po’ compagna».

La conversazione viene interrotta da una signora invadente, e a me questa invadenza ora piace. È una ricercatrice in pensione tutto pepe, gli occhi le brillano. «Con tutti voglio parlare, sì, con tutti. Mi faccio il giro della piazza».

Passano una signora e un bambino interessato alla cosa. Non ha problemi ad avvicinarsi. I suoi occhi frugano i miei e il mio cartello. Spiego la situazione. «Zia, posso?». Si siede. Ha otto anni, mi dice, e uno sguardo puro, limpido come il cielo di agosto, aggiungo io.

«A scuola c’è qualche bambina che ti piace?»

«Le femmine sono fastidiose», risponde.

«Allora, hai qualche compagno?»

«Anche quelli sono fastidiosi.»

Rimango perplessa. Insisto: «Matteo, però ce l’avrai qualche amico, eh!?»

«Certo!»

«E quelli non ti infastidiscono?»

«No no, quelli sono amici del cuore, non mi tradiscono mai. Sanno tenere i segreti», chiarisce, anche se dalla dolcezza dei suoi occhi azzurri si poteva già capire. Prosegue: «Gli altri invece vogliono ficcare il naso negli affari degli altri, ma io li dico solo ai miei amici del cuore».

Continuiamo a parlare di amicizia ma anche di sport e di hobby, e la zia mi dice che Matteo ha un talento per la fotografia. Occasione che lui prende al volo per mostrarmi le sue foto dal cellulare. Gli consiglio di andare là, là da Roberto: «Lui è un fotografo importante, parlaci». È contento ma, ahimè, Roberto ha la sedia occupata. Allora prendono nota della TAG, e forse ci vengono a trovare.

È con Matteo che vorrei rimanere a parlare, però è tardi. Ciao, spero di rivederti.

Il caso vuole che si fermi un altro bambino. Sempre di nome Matteo, sempre di otto anni. È affetto da sindrome di Down. Vuole parlare e il padre lo asseconda, anche se va di fretta. Matteo fa lo spiritoso, scherza, e mi presenta il papà come un bambino di cinque anni. «Mi raccomando, Matteo, prima di attraversare stringigli la mano, ché i bambini vanno protetti», dico. Un successo. Sorride, ride, e poi… E poi mi stringe così forte a lui che sento il cuore sciogliersi al calore che emana. Troppo poco, Matteo, torna!

L’uomo molto anziano dell’autobus ripassa dopo un paio di ore. «Sarà stanca», mi lancia senza fermarsi. «No, è un piacere parlare con voi», rispondo. E fugge. Vorrebbe fermarsi, lo so, ma non saprebbe di cosa parlare.

Un signore sulla sessantina si ferma sì e no tre minuti. Vive a cinque fermate di metro e spesso viene qui per fare un giro sotto i portici, soprattutto quando piove. Parliamo di questa piazza, che è l’unica ad averli, i portici. E il discorso ci porta ai porticati di Bologna, e a Bologna. Lo sguardo non lo incrocio mai. I suoi occhi guardano di qua e di là e non si fermano mai.

Passano tre uomini di origine araba. Uno si ferma lasciando che i due amici avanzino senza di lui.

«Che cosa è?», chiede, e io spiego. «Sì, ma il significato?». Spiego ancora. Mi guarda con occhi profondi e quasi delusi. «Cosa servire?», insiste. Spiego. «Perché?». Spiego, ci provo. «Proprio non capisco» e se ne va. Mi è piaciuta questa sua curiosità e insistenza nel voler capire. Insomma, figo!

È quasi finita. Manca un quarto d’ora alle sette. Si avvicina una bella sessantenne che mi sorride. «Non mi fermo solo perché ho già parlato con una sua amica per due ore e sono stanca». Ora sono io che sorrido a lei. Si ferma. E quel quarto d’ora se lo prende tutto. Si sfoga. È stata lasciata dal suo compagno molto più giovane di lei, dopo dodici anni. È di Riccione. Parla come un fiume in piena fissando un punto indefinito oltre le mie spalle, e comunque non mi guarda quasi mai. È ferita. Ha lo sguardo stanco, ma vuole rimettersi in carreggiata prima possibile.

«Ciao Rosa, abbi cura di te.»

«Sicuro!», mi dice.

Ore 19.00. Modalità OFF.

Raccolgo il tappeto e i due cuscini.

Dove si va?

In pizzeria.

Lasciamo la piazza. Mi accorgo di avere addosso i colori della curcuma, il sapore dello zenzero, il profumo delle parole e, soprattutto, gli occhi dei miei compagni di chiacchiere che non dimenticherò mai.

Fermati, parliamo!

Si tirano sempre le somme dopo un’esperienza.

La performance alla quale ho partecipato sabato, insieme ad altri 30 performer disposti lungo i portici di piazza Vittorio, mi ha regalato tanti spunti di riflessione, confidenze, e sfoghi anche. Ho visto tante persone scorrere davanti a me, alcuni evitavano il mio sguardo, altri guardavano incuriositi e filavano via, e altri ancora si avvicinavano spontaneamente, sorridenti.
Abbiamo parlato per tre ore.
Di questo si è trattato. Parlare, comunicare, relazionarsi.

La performance “Punto di Partenza”, ideata da Barbara Lalle e Marco Marassi, e curata da Roberta Melasecca, si è svolta sabato pomeriggio in una delle piazze più vivaci della città, in occasione di Rome Art Week giunta alla quarta edizione.
Progetto grafico a cura di Alessandro Arrigo
Chiudo con una foto del mio interlocutore preferito, augurandovi una buona serata
Emma Saponaro

Punto di Partenza

Se domani avete voglia di farvi due chiacchiere, io ci sarò!
Saremo in molti e con tanta voglia di parlare, comunicare, stare insieme.

Punto di partenza è questo.
Performance relazionale, ad opera degli amici artisti Barbara Lalle e Marco Marassi, curata da Roberta Melasecca.

Il progetto grafico è di Alessandro Arrigo.
Be’, ho detto tutto. No, volevo dirvi: se volete farmi parlare, assicuratevi di sapermi anche spegnere 😉
A domani
Portici di Piazza Vittorio (Roma)
Dalle 16 alle 19.

COMUNICATO STAMPA clicca qui

Scrivere, gioire, soffrire

Ieri ho consegnato il dattiloscritto all’editor e oggi mi sento leggera.
Più che leggera dovrei dire vuota. Ecco, vuota.
Perché quando chiudi quella che speri sia l’ultima versione del tuo romanzo e lasci che scivoli via allegata a una e-mail, succede qualcosa.
In quell’attimo, quello in cui premi SEND, hai un sussulto, una vibrazione. E ancora una volta, come se fosse la prima, ti stupisci del piccolo scompiglio che stai vivendo.
È come quando i figli una volta autonomi se ne vanno per conto loro. Non sei più dentro la loro storia, non puoi più entrarci per commentare, cambiare, correggere, aggiungere o cancellare.
Mi è capitato spesso – in momenti anche semplici, come fare la spesa o nuotare o passeggiare o cose così – che il pensiero si dirigesse a loro, ai miei personaggi. Che aspetto hanno? Come devono muoversi, vestirsi? Com’è il loro carattere? Come pensano, e cosa dicono? E, soprattutto, cosa combinano?
In poche parole, non devo più preparare la cena per loro, non devo più imboccarli, rimproverarli, incoraggiarli. Sono andati via.
Arrivare al THE END di un romanzo toglie energia, e ti ritrovi un po’ sola.
Questo intendevo per leggerezza…

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C’era ‘na vorta la principessa de Roma

Noto che molti non la conoscono, e allora la voglio raccontare ‘sta storia dei bus di Roma.

C’era una volta una bella principessa di nome Virgigna, molto saputella e volenterosa e anche maniaca dell’ordine, tant’è che venne a Roma per rassettarla.
Ma niente, più spazzava e più la spazzatura si accumulava, più si accumulava e più arrivavano animali per mangiarla, più arrivavano animali per mangiarla e più la gente urlava e scappava implorando a un compare della principessa il porto d’armi per ufficializzare la caccia.
Insomma, Roma era nel caos. 
Allora la principessa volle andare a parlare con il sindaco di Roma. Chiamò i cocchieri che però le diedero una triste notizia.
– Le ruote della carrozza sono tutte forate, principessa.
– Cambiatele subito!
– Siamo in lista per il gommista più veloce. Ci siamo prenotati fra sei mesi.
– Accidenti a voi, incapaci. Come si fa a bucare le ruote di una carrozza, dico io…
– Principessa, le strade della città sono piene di buche, bucone e buchette.
– Chiamatemi un taxi.
– Sono in sciopero.
– Allora accompagnatemi a ciccincollo fino alla fermata del bus.
– Se lo vuole lei, principessa, ogni suo desiderio è un ordine.
Dopo ore di attesa sotto il sole, del fantasmatico 007 neanche l’ombra. “E meno male che nun ho fatto pota’ gli arberi”, pensò la principessa che cercava di rifocillarsi sotto la protezione dei rami pericolanti dei grandi pini. Poi, prese il cellulare e chiamò i suoi servi.   
– Mettetemi in contatto con Tel Aviv, immediatamente.
– Pronto? Sì sono la principessa de Roma. Per favore, vorei 70 busse. Come? Usati risparmio? C’hanno più de diec’anni? Figurete, tanto quelli nòvi pijano subbito fòco, chi se n’accorge!? Ma, aspetta, aho, quanto me li fai a quintale? Ok li pijo tutti. Cosa? Sì sì er 16 per cento der totale, te li faccio versa’ subbito sur conto, ‘n te preoccupa’.
Fu così che nella grande reggia di Campi Doglie, dove lei viveva, arrivarono all’istante 70 autobus datati 2008, poiché gli israeliani se li volevano togliere dalle palle al più presto. I romani la osannarono, la ringraziarono, saltarono dalla gioia, talmente tanto che procurarono una enorme voragine, la ventesima in tre anni. Ma pure in quel’occasione finì a tarallucci e vino dei castelli.
– Metteteli in circolazione – ordinò la principessa ai suoi servitori.
– Principessa, ma sono euro 5, non si può. C’è una direttiva europea da rispettare.
– Ah sì, e mò ‘ndo se li mettemo?
– Io ho dei parenti a Salerno, una parte possono andare lì, nello stadio che lei manco se l’immaggina.
– Va bene, va bene. Dove stavo andando? Ah, sì, dal sindaco. Prendo la funivia. Noo? ‘a metro. Noo? Portateme a ciccincollo fino a là. Je ne devo di’ quattro, minimo minimo, eh. ‘Sta città è ‘nvivibbile da quando c’è lui.
Tutti i servitori chinarono il capo e rimasero in silenzio, sperando che la principessa non chiedesse quello che invece chiese.
– A proposito. Come se chiama ‘sto cojone?

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Incomprensioni domestiche

In casa, lui in cucina e io in salotto.

Lui – Come stai oggi?
Io – E come devo stare? Sto bene, grazie. E tu? 🤔
Lui – Bene, bene. Fa caldo lì?
Io – Non più della cucina.
Lui – Cosa hai mangiato oggi?
Io – Oh, ma che ti prende? Abbiamo pranzato insieme, eh!
Fa capolino dalla porta, ride e muove la mano chiusa a becco di papera come dire “ma che dici tu” 
Lui – Va bene, mamma, ci sentiamo domani.
Click.
😂

Festa di questa nostra povera Repubblica

Il 2 giugno del 1946 le donne andarono a votare per il referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Si presentarono con il vestito della festa e i figli al seguito. Per loro era la prima volta, e sono passati solamente 73 anni.
Vorrei augurarvi buona Festa della Repubblica a tutti, e in realtà lo sto facendo, ma ho un groppo in gola, perché quella che dovrebbe essere la Festa di tutti noi, è vissuta in modo diverso. Vivo il disagio di appartenere a un popolo i cui “valori”, di gran parte di questo, non riconosco e anzi aborro. Abbiamo lottato per ottenere diritti sacrosanti che oggi vengono oltraggiati. La cultura è infranta. La formazione svilita. La politica accecata. 
E niente, non riesco proprio ad abbracciarvi tutti, perché almeno un terzo di voi non solo non lo comprendo, ma mi spaventa.
Vebbe’, la chiudo qui.
Nonostante tutto: viva la democrazia, viva la libertà, viva la Costituzione, e tanta buona fortuna, Italia mia.

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Le esperienze passate che non si dimenticano

Quando frequentavo le medie, la professoressa Bedello aveva un metodo tutto suo di insegnare la Storia, soprattutto in terza. Arrivate al ventennio fascista, ci dettò quella che per lei era la vera storia e i fogli dovevano essere incollati sulle pagine del libro. Insomma, bisognava coprire quello che per lei erano menzogne. La cosa che mi colpì di più e che ancora oggi ricordo come fosse ieri: “Non erano sei milioni di ebrei ad essere stati sterminati, ma seimila”. Così decisi di contrastarla con il mio silenzio, di protestare a modo mio, non incollando quei fogli zeppi di frottole. Li attaccai solo con lo scotch sul dorso, così avrei potuto continuare a studiare sul libro.
Arrivarono gli esami per la licenza media, e cosa mi chiede la cara prof? Ovvio, il fascismo!
Rimasi a bocca chiusa. Non dissi nulla. Silenzio. Solo uno scambio di sguardi.
“Saponaro, non rispondi?
“No, professoressa”
“Non hai studiato?”
“Sì, professoressa”
“Allora, rispondi”
“No, professoressa”
Era paonazza, forse perché immaginava quella che sarebbe stata la mia risposta e non sapeva come uscire dall’imbarazzo.
La professoressa di Italiano, socialista, ridacchiava. Anche lei immaginava, e questo mi diete ancora più forza, giacché nella sua materia me la cavavo abbastanza.
Ancora silenzio. La prof era stretta all’angolo, così dovette romperlo, il silenzio.
“Insomma, perché non rispondi?”
Non aspettavo altro.
“Perché ho studiato Storia sul libro e non sui suoi dettati di una storia tutta inventata da lei”.
Malgrado gli ottimi risultati nelle altre materie, fui promossa con il sei, però è stata una delle mie più grandi soddisfazioni. 
Un’adolescente che si ribella, consapevole di dover pagare un pedaggio anche se ingiusto.
Erano gli anni ’70, e quella sì che era una professoressa da sospendere!

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