Filippo La Porta e Claudio Giovanardi su Come il profumo

Ancora un contributo, per chi volesse conoscere meglio “Come il profumo” e la sua autrice, Emma Saponaro:
gli interventi di Filippo La Porta e Claudio Giovanardi. La serata, è quella del 14 giugno, alla TAG – Tevere Art Gallery.
Vi ricordiamo che più giù trovate anche un bellissimo brano composto per l’occasione dal Maestro Marcello Rosa ed eseguito dai JazzTales.

Scatti d’Autore per Come il profumo

Una serata che ti si appiccica addosso come la resina di benzoino 

Se volete farvi una passeggiata visiva, cliccate sul simbolo blu di Facebook ed entrerete negli  album.

eravamo alla TAG – Tevere Art Gallery – Roma

ph Zhanna Stankovych

Un bellissimo servizio fotografico curato da Zhanna Stankovych, che ringraziamo con immenso affetto, in occasione della…

Posted by Come il profumo di Emma Saponaro on Wednesday, June 20, 2018

 

ph Roberto Cavallini

E questo è il secondo album di foto scattate in occasione della presentazione romana, autore, questa volta, Roberto…

Posted by Come il profumo di Emma Saponaro on Thursday, June 21, 2018

Ricordi in videoclip

Lavarsi i denti utilizzando l’arnica anziché il dentifricio, uscire con un vestito elegante e gli infradito di casa, tentare con accanimento di aprire un’altra macchina, cercare per tutta casa il cellulare mentre si tiene all’orecchio ascoltando l’interlocutore. È possibile? Sì, è possibile questo e tanto altro ancora se si ha addosso la scia persistente di una esperienza galvanizzante.
Oggi vorrei scrivere un post, così, vorrei parlare, dire, sfogarmi un po’, solo un po’, di quello che mi è accaduto, altrimenti rischio di fare altre figuracce.

L’attività promozionale è importante, non lo discuto, però oggi mettiamoci in pausa, un momento di relax per parlare di emozioni, aneddoti, ricordi, tanto per non affogare la Pagina[1] di video e foto. Ah, le foto sono bellissime e scattate da professionisti del campo, e le inseriremo, prometto, però ora no, ora vorrei prendermi un giorno. Vorrei respirare anche la vostra presenza in un reciproco scambio, e non rimpinzarvi solo di appetitosi stuzzichini, buoni per carità ma non sempre graditi.

Ecco i miei videoclip.
Fotogrammi impressi sulla pellicola della memoria, ancora vivida, come vividi sono i graffi sulle gambe e sulle ginocchia, procurati dai rovi che ostacolano la vista del Dolmen Stabile. Segni protostorici. Salento megalitico. I Menhir svettano là dove non te li aspetti. Svettano come la mia smania di esplorare e conoscere.
Il respiro di libertà nella guida solitaria mi fa sentire una bambina alla quale lo zio ricco chiede di scegliere il giocattolo che più desidera. [Riavvolgimento nastro] Lecce. Scaffali pieni zeppi di giocattoli. Zio Giacomino chiede a Emma piccola di scegliere quello che vuole. Colta all’improvviso da una gioia fiabesca, Emma vorrebbe una jeep a pedali, verde, grande, bella. È troppo, Emma non ce la fa. È timida e quello zio che vede una volta l’anno si è trasformato in Mago di Oz. Indica, così, il giocattolo che le sta davanti, uno a caso: la lavagnetta con i chiodini tutti colorati. Ma è piccolo, scegline un altro. La situazione si è complicata e la bimba si sente anche esaminata. Cerca aria di casa, i giocattoli semplici. Vorrebbe i suoi genitori. Poi sceglie la bambola Michela, non tanto per la bambola per la quale non ha mai dimostrato tanta simpatia, ma per giocare con il piccolo apparecchio posto sulla sua schiena. Lo zio è soddisfatto, lei anche. Può giocare con i piccoli dischi uguali a quelli dei suoi genitori in formato ridotto. E forse un ponte che la traghetta verso la sponda sicura trova soluzione al suo impaccio. [Avanzamento nastro]
Conosco a memoria la litoranea che da Otranto scende fino a Santa Cesarea. Costa alta. Venti chilometri selvaggi, anche in pieno agosto. Raro è l’accesso al mare, ma appagante la vista, l’olfatto. Lo so cosa nasconde quella curva e anche l’altra e l’altra ancora, eppure rivivo la curiosità della novella esploratrice.
È finita la pacchia, dopo Lecce e Nardò, presenterò nel Nord Barese. Altra zona. Come sarà? Guido tra i pensieri e l’impazienza di conoscere Bitonto, Barletta e Trani. Sottofondo musicale Pink Floyd, Us and Them. Magnifico!
Scracketndfksladfcrashhhhhh
Cos’è? Scusa, Roger. Scusa, Richard. Devo mettervi in pausa. Anche la gomma squarciata sembra aver arricchito il viaggio. Trovo nell’imprevisto un senso. Sono stata risucchiata dall’avidità di scoprire [Slow Motion]. Posso raccontare: la mia prima volta è accaduta a cinque chilometri da Brindisi, dove viveva nonna. Altri pensieri. Sento il profumo delle sue leccornie. La focaccia, la pizza di patate, i pasticciotti. L’acqua di colonia che rinnovava nei pomeriggi afosi.

Avviso Bitonto del ritardo. E riprendo il viaggio, sempre ignara di quello che mi aspetterà. Non so ancora le meraviglie che vedrò, gli abbracci dei già amici, i librai, le chiese barocche e quelle paleocristiane, le cattedrali, i sorrisi, le pinacoteche, i fiori, il caffè nautico, e i brindisi ripetuti ripetuti ripetuti. E lo sguardo di chi mi saluta con una patina di acerba malinconia e che ricambio con il mio, denso della stessa promessa. Ci rivedremo, presto presto!

post RICCIA ROSSA

[1] Racconto pubblicato sulla mia Pagina Facebook
Immagine tratta dal web

Profumo Blu composto per me

Un fiore all’occhiello su un vestito già di per sé elegante.
Una sorpresa che mi è stata riservata a conclusione della presentazione del libro e inserita nell’esibizione musicale dei JazzTales. Nascosta fino all’ultimo.
Con grande emozione, che ancora non riesco a smaltire, vi invito all’ascolto di Profumo Blu, un brevissimo brano composto dal Maestro Marcello Rosa ispiratosi al mio romanzo Come il profumo, eseguito insieme ai complici musicisti: Filippo La Porta, percussioni; Stefano Cantarano, contrabbasso; Luca Monaldi, batteria; Paolo Tombolesi, piano.
Che dire? Grazie, Maestro! Grazie, complici!

diario di bordo pugliese #9

Renata è stanca. La mattina trascorsa a scuola, il pomeriggio un lungo Consiglio comunale. È interminabile, pensa di non farcela, Renata, ma deve. Deve per i suoi figli, suo marito, per gli affetti che la circondano e tutti gli altri. E basta questo per farle tornare la forza, e sopporta. Urli, schiamazzi, minacce le scivolano addosso come acqua fresca, che trascina con sé ogni residuo di perplessità. Non ha mai visto quel collega urlare in quel modo. La pelle del collo, ormai purpurea come lo è il suo volto quadrato, tendendosi per l’issarsi delle carotidi potrebbe squarciarsi. Urla per coprirle le parole. È il caos e il Consiglio termina che è già notte. Renata non vede l’ora di tornare a casa, ha bisogno della sua famiglia, ora, a volte trascurata per la sua diligenza e forte senso di responsabilità. Ha la sensazione che un nodo le stringa la gola, perché in fondo si sente in colpa di non poter abbracciare i suoi figli prima che si addormentino. Qualche passo e arriverà a casa, si accontenterà di baciarli sulla fronte, delicatamente. E invece a casa non arriverà mai. Tre proiettili la strappano alla vita. Una vita che ancora deve sbocciare.

Così immagino la scena mentre cammino. Renata Fonte era assessore alla pubblica istruzione nel comune di Nardò e aveva la colpa di amare la sua terra, il suo Salento, talmente tanto che ebbe l’“ardire” di opporsi alla speculazione edilizia che rischiava di trasformare i circa 1000 ettari del Parco naturale di Porto Selvaggio in una colata di cemento. Era il 1984 e il costante e consapevole impegno civile e la condotta di una vita all’insegna dell’onestà e politicamente incorruttibile le è costata la vita.

Manovra. Infilo la macchina tra due alberi sperando che l’ombra la protegga. Scarpe da ginnastica e zaino in spalla, m’inoltro nella folta macchia mediterranea per arrivare alla spiaggia di Porto Selvaggio. Fa caldo, ma non mi lamento, il cammino è piacevole anche se pietroso in discesa in salita e poi in discesa. Il mio olfatto ha il privilegio di inalare profumo di resina come non se ne sente più, e mi riporta all’infanzia, quando i profumi erano più nitidi, forti, buoni. Arrivano zaffate anche di rosmarino e di mirto. È un paradiso olfattivo, qui. I 700 metri che mi avevano detto sono in realtà lunghi 1200 e non me ne sono resa conto, è l’iPhone che li ha contati. Arrivata. Trovo un posticino sui ciottoli bianchi in prossimità dell’acqua cristallina. Posso fermarmi solo un paio d’ore (Antonio, il boss, mi dice sempre: “Stai lì per lavorare mica per riposarti!” e alle mie faccine tristi chiude la chat con un “divertiti”). Che incanto. Una meraviglia. Verde eazzurro e azzurro e verde. Mare e natura e natura e mare. Osservo intorno e non posso non immaginare residence, hotel, ristoranti, campi da tennis, le rocce deturpate, i pini abbattuti e il cemento cemento cemento cemento cemento.

Infinite grazie, Renata! Persone come te davvero cambierebbero il mondo.

Non ho domande da porvi, se non quelle sul coraggio e sulla giustizia…

Vostra Emma

P.S. Una orchidea è stata dedicata a Renata Fonte e porta il suo nome: Ophrys x renatafontae.

diario di bordo pugliese #8

Bastano pelle di capretto e sonagli colpiti con il giusto ritmo e il desiderio di saltellare fino a che il fiato regga è semplicemente inarrestabile. Il tamburello salentino aveva e ha una magica proprietà terapeutica. In realtà, come un po’ tutta la musica, ma in questo caso parliamo di danza, anche: la taranta.
Se il Salento è la patria elettiva del tarantismo, Galatina ne è il cuore.
Questo antico fenomeno è una delle tradizioni più antiche d’Italia eppure è scomparso solo negli anni ’60. È d’obbligo ricordare qui l’esimio professor Ernesto De Martino, l’antropologo delle diversità, che lo analizzò a fondo, raccogliendo dati, documenti, interviste e foto, con l’aiuto di un gruppo di lavoro costituito da esperti della psichiatria, psicologia e sociologia che avviarono, nel 1959, questa “Spedizione in Salento”, nel periodo clou della vigilia e della festa di San Paolo, il 29 giugno.
Entriamo nel contesto e vediamo cos’è il tarantismo. Almeno, provo a descriverlo.
La campagna è insidiosa e accadeva spesso che qualche fanciulla (sì, raramente i masculi) venisse morsa dalla tarantola. Da lì il finimondo. La ragazza cadeva in uno stato di prostrazione psicofisica fino ad arrivare presto a uno stato di trance spasmotico, attivando movimenti simili a quelli dell’epilessia e dell’isteria. Unica terapia, quella musicale. Non si chiamava il 118, ovvio, ma i suonatori che si davano un gran da fare per uccidere il ragno, e le cui spese ricadevano sui familiari che speravano anche per questo in una guarigione lampo. Si procedeva con un rito, o esorcismo, che vedeva la paziente, ipnotizzata dal ritmo, ballare una danza dissennata che poteva durare ore ma anche giorni, finché la poverina, stremata, cadeva a terra.
Finita la terapia, la tarantata andava in pellegrinaggio, il 29 giugno, a Galatina, per “danzare” di nuovo – a volte si dice che le più disperate si aggrappavano indemoniate sull’altare del santo – ma anche per bere l’acqua sacra del pozzo della cappella e ricevere la grazia. Questo tentativo di cristianizzazione, tuttavia si scontrò con alcune complicazioni non poco imbarazzanti, poiché le donne, durante il rituale, esibivano performance oscene e chiaramente si riteneva sconveniente che il santo fosse associato alla sessualità.
Le tarantate, attenzione, erano ragazze o donne frustrate, depresse, e per questo emarginate dalla comunità, e il tarantismo era una disgrazia che le segnava anche per tutta la vita, poiché la crisi tornava ogni anno e sempre verso il mese di giugno.
Considerando che le vittime erano sempre di origini umili, che in natura non esiste un ragno che provochi malesseri tali, che gli abitanti di Galatina ne erano immuni, si è portati a pensare che questa condotta, più o meno socialmente tollerato, dei loro traumi, fosse un vero e proprio sfogo per liberarle dalle oppressioni familiari, sociali, e quindi dal senso di fortissima frustrazione. Bisogna tener conto dell’ambiente e del periodo in cui questo fenomeno sociale è nato e si è protratto nei secoli. Ci troviamo in un’epoca patriarcale, in cui il ruolo della donna, se non di schiavitù, era di sudditanza e servilismo verso i padri e i padroni.
Oggi la taranta ha assunto un altro significato, ma ci piace pensare che quel ritmo e quella musica esercitino su di noi un potere liberatorio. La differenza è che invece di isolare, riunisce in allegria differenti generazioni e ceti.
Vi ho raccontato questo, perché ogni volta che scendo in Salento non posso fare a meno di tornare a Galatina, un vero gioiello di bellezze artistiche. Eppure, quest’anno ho visitato un piccolo luogo mai visto prima: la piccola cappella (praticamente una stanza che dà sulla strada) di San Paolo, protettore dei morsicati da animali velenosi. E da qui è nato il mio racconto.
Avete mai ballato la taranta o la pizzica? Quali sensazioni vi ha provocato?
Si è fatto tardi, la taranta mi chiama.
Vostra Emma

DIARIO DI BORDO PUGLIESE #7

Libring è stata di parola. Ho trovato sul mio conto paypal il rimborso di 375,50 euro, peccato che nella dicitura ci sia scritto “Rimborso totale”, quello che avevo richiesto (ricordo che all’atto della prenotazione mi hanno indebitamente prelevato 515 euro comprensive di 50 euro per puluzie finali) essendo la struttura piena di inghippi, sporca e non occupata. Ho contattato Altroconsumo. Vedremo.
Ho poco da scrivere, sono stata al chiodo tutto il giorno, preparando l’evento per la presentazione di Roma e iniziando a pensare alle prossime che mi attenderanno.
Bitonto 6 giugno
Barletta 7 giugno
Andria 8 giugno
Trani 9 giugno
Dovendo lasciare la masseria tra due giorni, sono uscita giusto il tempo per vedere una casetta a dieci metri dalla mia spiaggetta di Torre Squillace, proprio accanto a quella di Mogol. Semplice, pulita, piccola, forse non entrerà la valigia se la lascio aperta, ma è il contorno che mi riempie l’anima.
Dovrei uscire per cena, ma non ne ho voglia. Riesco a racimolare un po’ di pomodori, di cucummarazzi (simili ai cetrioli ma molto più buoni), basilico e olive. Apro una bottiglia di rosato Negroamaro e… continuo a stare in paradiso.
Basta poco per sentirsi in sintonia con l’ambiente, la natura, con noi stessi. Basta la semplicità. Vi siete mai trovati a disagio nel lusso, nelle situazioni costruite là dove non ce n’era bisogno e/o vi siete sentiti appagati dalla semplicità?

Vostra Emma

pomodori e negroamaro

diario di bordo pugliese #5 e #6

Vicende che hanno del rocambolesco mi hanno costretto a trascurare il diario per due giorni. Ho lasciato un paradiso credendo di trovarne un altro, le Maldive del Salento, e invece sono finita in un inferno. In due parole? Mi sono vista succhiare dalla Visa 515 euro nel giro di mezz’ora solo cliccando “Prenota”.

#5 – Ore 10,30. Lasciare una parte stupenda del Salento e dover salutare Anna, Elisa, Boris, la masseria, la baia di Torre Squillace, strizza un po’ il cuore, ma la curiosità di andare allo sbaraglio non sapendo in quale luogo mi fermerò, quali altre sorprese questa terra meravigliosa mi riserverà è di per sé intrigante. Partenza h. 10, meta Maldive del Salento, ovvero Pescoluse. I colori continuano a essere gavettoni visivi. 70 chilometri ad andatura lenta e arrivo. Inizio a chiedere, ma le strutture disponibili sono solo hotel, che per me sono troppo costrittive. Le altre? Non sono pronte, non sono pulite. Con 30 gradi, dicono “con calma: è presto”. Dopo 5 ore di ricerca, mi allontano dal mare e mi inoltro sulle collinette. Le poche strutture che trovo hanno frigoriferi da pulire, aria condizionata da riparare, televisori da istallare, mobili da rinnovare, e sono comunque affidate all’agenzia, ovvero a quel sito che permette di prenotare strutture alberghiere, insomma ci siamo capiti “Libring”. Sono affidate, ma non sono pronte. Mistero. Inizio a preoccuparmi (dove dormirò stanotte?). Ore 16. Cerco su Libring un qualcosa. Toh, un residence nelle vicinanze, faccio la furbata e la cerco con google. Telefono. Concordiamo il prezzo e vado. Il proprietario è milanese e molto gentile. Ci tiene a farmi vedere la meravigliosa piscina dall’acqua cristallina (e il mare?) ed è orgoglioso quando, come un rappresentante della folletto, mi dà dimostrazione di una mandrakata. Basta una pressione su un pulsante per azionare il motore et voilà: una magica cascata di bolle. Chiamasi idromassaggio. Poi mi fa portare i bagagli nell’alloggio. Una deliziosa stanza tre metri per tre (sto esagerando in eccesso) senza finestre che riesce a contenere un letto matrimoniale, un’asta con tante stampelle (dice che l’armadio rovinerebbe il design, dice), una cassettiera, un lavandino, una macchina del gas e un piccolo frigorifero. A parte, per fortuna, il bagno rivestito totalmente in pietra. Buio e con un leggero odore di umidità. Ma fuori c’è il patio, gli ulivi, la luce. Dentro il buio, fuori la luce. Sono circa una decina, i monolocali. Più avanti, i bilocali. Me lo faccio andar bene. Non devo pensare alla masseria per apprezzare nuove situazioni. Non penso non penso non penso. Ci sono solo due vicini, una coppia milanese che dovrebbe ripartire. Dopo un po’ di tiritera, il proprietario, e i due operai che lo hanno accompagnato, mi salutano, dicono che ci rivedremo domani. E no! Qui da sola, su una collina sperduta che neanche ho acceso google map per sapere dove accidenti sono finita e voi mi lasciate sola? Ricarico tutto in auto e me ne vado. Ore 17. Disperazione. Apro Libring. Cerco. C’erano due trulli che tenevo d’occhio, ma erano troppo cari e avevo timore che anche lì mi sarei ritrovata sola in mezzo al nulla. Disperata (già l’ho detto?), cerco, lo trovo e vedo comparire la scritta “Rimane solo una camera in questa struttura”. Voi cosa avreste capito? Che l’altro trullo è stato affittato, no? Prenoto e mi chiama subito il referente che mi dice che è troppo isolato per una persona sola, che non è illuminato, che in realtà i due trulli sono un’unica struttura e mi propone altre sistemazioni più economiche. Sono lontane, sempre isolate, sporche. Ore 19.30, niente. sono sempre più disperata (sì, lo so, già detto) e inizio anche ad essere stanca. Dico la verità, mi tremano un pochino le gambe. Chiedo di andare a questi benedetti trulli. Che saranno mai? Andiamo. Isolatissimi. Buio attorno. Da pulire, sistemare. È tutto accatastato. Niente wifi. Una tacca TIM. In preda all’ira, voglio cancellare la prenotazione su Libring. Ci sono due opzioni: “Cancella con una penale di 139 euro” “Cancella chiedendo l’annullamento della penalità”. Scelgo la seconda.
Ore 21, sono di nuovo in masseria, a La Strea, Porto Cesareo. Niente Maldive del Salento, non sono pronti, ma sono furbi, danno tutto in mano a Libring, con la quale sono ancora in trattativa. Secondo loro, il proprietario vuole l’intero importo: cioè 465 (prezzo per 5 persone occupanti) più le pulizie finali (50 euro), totale 515, che poi collegandomi su paypal mi accorgo che già mi hanno prelevato. Due ore dalla prenotazione e dovrei pagare come se fossimo cinque persone e soggiornassimo in quella stamberga per cinque notti.
Sono in masseria, è come se fossi tornata a casa. La serenità è tornata.

#6 – Oggi mi merito tanto riposo. Sono stanca. Ricevo una telefonata da Libring che in contemporanea è al telefono con il referente della struttura. Vuole avere la mia versione, ma non è un commissario, giuro. Il tizio, che tra l’altro chiama dall’Olanda, mi dice che probabilmente mi addebiteranno il 30 per cento del prezzo intero, cioè 150,50! Ma come? Se avessi accettato la cancellazione, mi avrebbero addebitato 139 e invece ho richiesto la cancellazione senza penalità. Dove ho sbagliato? Mi richiamerà. Attendo speranzosa.
Scendo in spiaggia in tarda mattinata.
Quanto è bella la baia con i nuovi amici che avevo lasciato. Questa è Maldive, Tropici e di più. Si riparte con le chiacchierate, le nuotate, e il libro di Antonella Caputo resta lì, sullo scoglio, che aspetta di esser terminato. Vorrei ma non posso, ma lo farò!
Le Maldive, sì, sono qui, sono Maldive anche le persone, la loro simpatia e generosità! Le altre? Un flop!
Vostra Emma
Ora, prendetevi un minuto di riflessione, e non fate i timidi (ultimamente state dimostrando zittudine). Perché non ci raccontate un aneddoto, vostro o riferito, che possa avere a che fare con la ricerca di armonia con le circostanze, con le situazioni, e che ha richiesto impegno pur di ottenerla?

Diario di bordo pugliese #4

Ieri è stata una giornata ricca di eventi:
– non ho avuto presentazioni
– primo bagno completo con annessa nuotata
– amicizia in via di consolidamento: in Salento dopo due giorni che ci si confida, si stringe un’amicizia vera e Anna (ve la ricordate? l’ho descritta ieri), una volta rincasata, mi ha fatto arrivare in spiaggia dove ero spiaggiata, tramite la figlia, una fettona di focaccia di patate
– il bergamasco non si è visto (sarà che sono arrivata tardi io?)
– ho conosciuto la mamma e il figlio di Elisa e siamo rimasti a chiacchierare finché non ci è finita l’acqua e la lingua si è trasformata in liofilizzato
– Elisa ha già iniziato il mio libro e le sta piacendo. Giuro, non ha bevuto alcolici nè fumato nient’altro che tabacco
– domani si riparte verso il Sud e non so dove mi fermerò
– ho assistito a un magnifico tramonto rosso sulla spiaggia di Punta Prosciutto e credo mi sia preso un leggero mal di gola (ma come la sete, non va via col prosciutto. Ahi, ci cado e scherzo sempre. Sorry
– ho mangiato uno strepitoso spumone di mandorle con fichi
– non ho letto e non ho scritto
E voi, vi prendete mai delle pause di bighellonaggio ozioso che alla fine della giornata non lo considerate perdita di tempo bensì arricchimento?
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