Scrivere, gioire, soffrire

Ieri ho consegnato il dattiloscritto all’editor e oggi mi sento leggera.
Più che leggera dovrei dire vuota. Ecco, vuota.
Perché quando chiudi quella che speri sia l’ultima versione del tuo romanzo e lasci che scivoli via allegata a una e-mail, succede qualcosa.
In quell’attimo, quello in cui premi SEND, hai un sussulto, una vibrazione. E ancora una volta, come se fosse la prima, ti stupisci del piccolo scompiglio che stai vivendo.
È come quando i figli una volta autonomi se ne vanno per conto loro. Non sei più dentro la loro storia, non puoi più entrarci per commentare, cambiare, correggere, aggiungere o cancellare.
Mi è capitato spesso – in momenti anche semplici, come fare la spesa o nuotare o passeggiare o cose così – che il pensiero si dirigesse a loro, ai miei personaggi. Che aspetto hanno? Come devono muoversi, vestirsi? Com’è il loro carattere? Come pensano, e cosa dicono? E, soprattutto, cosa combinano?
In poche parole, non devo più preparare la cena per loro, non devo più imboccarli, rimproverarli, incoraggiarli. Sono andati via.
Arrivare al THE END di un romanzo toglie energia, e ti ritrovi un po’ sola.
Questo intendevo per leggerezza…

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C’era ‘na vorta la principessa de Roma

Noto che molti non la conoscono, e allora la voglio raccontare ‘sta storia dei bus di Roma.

C’era una volta una bella principessa di nome Virgigna, molto saputella e volenterosa e anche maniaca dell’ordine, tant’è che venne a Roma per rassettarla.
Ma niente, più spazzava e più la spazzatura si accumulava, più si accumulava e più arrivavano animali per mangiarla, più arrivavano animali per mangiarla e più la gente urlava e scappava implorando a un compare della principessa il porto d’armi per ufficializzare la caccia.
Insomma, Roma era nel caos. 
Allora la principessa volle andare a parlare con il sindaco di Roma. Chiamò i cocchieri che però le diedero una triste notizia.
– Le ruote della carrozza sono tutte forate, principessa.
– Cambiatele subito!
– Siamo in lista per il gommista più veloce. Ci siamo prenotati fra sei mesi.
– Accidenti a voi, incapaci. Come si fa a bucare le ruote di una carrozza, dico io…
– Principessa, le strade della città sono piene di buche, bucone e buchette.
– Chiamatemi un taxi.
– Sono in sciopero.
– Allora accompagnatemi a ciccincollo fino alla fermata del bus.
– Se lo vuole lei, principessa, ogni suo desiderio è un ordine.
Dopo ore di attesa sotto il sole, del fantasmatico 007 neanche l’ombra. “E meno male che nun ho fatto pota’ gli arberi”, pensò la principessa che cercava di rifocillarsi sotto la protezione dei rami pericolanti dei grandi pini. Poi, prese il cellulare e chiamò i suoi servi.   
– Mettetemi in contatto con Tel Aviv, immediatamente.
– Pronto? Sì sono la principessa de Roma. Per favore, vorei 70 busse. Come? Usati risparmio? C’hanno più de diec’anni? Figurete, tanto quelli nòvi pijano subbito fòco, chi se n’accorge!? Ma, aspetta, aho, quanto me li fai a quintale? Ok li pijo tutti. Cosa? Sì sì er 16 per cento der totale, te li faccio versa’ subbito sur conto, ‘n te preoccupa’.
Fu così che nella grande reggia di Campi Doglie, dove lei viveva, arrivarono all’istante 70 autobus datati 2008, poiché gli israeliani se li volevano togliere dalle palle al più presto. I romani la osannarono, la ringraziarono, saltarono dalla gioia, talmente tanto che procurarono una enorme voragine, la ventesima in tre anni. Ma pure in quel’occasione finì a tarallucci e vino dei castelli.
– Metteteli in circolazione – ordinò la principessa ai suoi servitori.
– Principessa, ma sono euro 5, non si può. C’è una direttiva europea da rispettare.
– Ah sì, e mò ‘ndo se li mettemo?
– Io ho dei parenti a Salerno, una parte possono andare lì, nello stadio che lei manco se l’immaggina.
– Va bene, va bene. Dove stavo andando? Ah, sì, dal sindaco. Prendo la funivia. Noo? ‘a metro. Noo? Portateme a ciccincollo fino a là. Je ne devo di’ quattro, minimo minimo, eh. ‘Sta città è ‘nvivibbile da quando c’è lui.
Tutti i servitori chinarono il capo e rimasero in silenzio, sperando che la principessa non chiedesse quello che invece chiese.
– A proposito. Come se chiama ‘sto cojone?

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Incomprensioni domestiche

In casa, lui in cucina e io in salotto.

Lui – Come stai oggi?
Io – E come devo stare? Sto bene, grazie. E tu? 🤔
Lui – Bene, bene. Fa caldo lì?
Io – Non più della cucina.
Lui – Cosa hai mangiato oggi?
Io – Oh, ma che ti prende? Abbiamo pranzato insieme, eh!
Fa capolino dalla porta, ride e muove la mano chiusa a becco di papera come dire “ma che dici tu” 
Lui – Va bene, mamma, ci sentiamo domani.
Click.
😂

Festa di questa nostra povera Repubblica

Il 2 giugno del 1946 le donne andarono a votare per il referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Si presentarono con il vestito della festa e i figli al seguito. Per loro era la prima volta, e sono passati solamente 73 anni.
Vorrei augurarvi buona Festa della Repubblica a tutti, e in realtà lo sto facendo, ma ho un groppo in gola, perché quella che dovrebbe essere la Festa di tutti noi, è vissuta in modo diverso. Vivo il disagio di appartenere a un popolo i cui “valori”, di gran parte di questo, non riconosco e anzi aborro. Abbiamo lottato per ottenere diritti sacrosanti che oggi vengono oltraggiati. La cultura è infranta. La formazione svilita. La politica accecata. 
E niente, non riesco proprio ad abbracciarvi tutti, perché almeno un terzo di voi non solo non lo comprendo, ma mi spaventa.
Vebbe’, la chiudo qui.
Nonostante tutto: viva la democrazia, viva la libertà, viva la Costituzione, e tanta buona fortuna, Italia mia.

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Le esperienze passate che non si dimenticano

Quando frequentavo le medie, la professoressa Bedello aveva un metodo tutto suo di insegnare la Storia, soprattutto in terza. Arrivate al ventennio fascista, ci dettò quella che per lei era la vera storia e i fogli dovevano essere incollati sulle pagine del libro. Insomma, bisognava coprire quello che per lei erano menzogne. La cosa che mi colpì di più e che ancora oggi ricordo come fosse ieri: “Non erano sei milioni di ebrei ad essere stati sterminati, ma seimila”. Così decisi di contrastarla con il mio silenzio, di protestare a modo mio, non incollando quei fogli zeppi di frottole. Li attaccai solo con lo scotch sul dorso, così avrei potuto continuare a studiare sul libro.
Arrivarono gli esami per la licenza media, e cosa mi chiede la cara prof? Ovvio, il fascismo!
Rimasi a bocca chiusa. Non dissi nulla. Silenzio. Solo uno scambio di sguardi.
“Saponaro, non rispondi?
“No, professoressa”
“Non hai studiato?”
“Sì, professoressa”
“Allora, rispondi”
“No, professoressa”
Era paonazza, forse perché immaginava quella che sarebbe stata la mia risposta e non sapeva come uscire dall’imbarazzo.
La professoressa di Italiano, socialista, ridacchiava. Anche lei immaginava, e questo mi diete ancora più forza, giacché nella sua materia me la cavavo abbastanza.
Ancora silenzio. La prof era stretta all’angolo, così dovette romperlo, il silenzio.
“Insomma, perché non rispondi?”
Non aspettavo altro.
“Perché ho studiato Storia sul libro e non sui suoi dettati di una storia tutta inventata da lei”.
Malgrado gli ottimi risultati nelle altre materie, fui promossa con il sei, però è stata una delle mie più grandi soddisfazioni. 
Un’adolescente che si ribella, consapevole di dover pagare un pedaggio anche se ingiusto.
Erano gli anni ’70, e quella sì che era una professoressa da sospendere!

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Semplicemente nuoto

Sono tornata alle abituali 40 vasche.
La piscina è vuota.
Mi tuffo e infrango il silenzio dell’acqua.
Inizio con stile libero.
Bracciata.
1 2 3 battute di gambe.
Bracciata.
1 2 3 battute di gambe.
E’ come affrontare la vita: la si abbraccia e la si schiaffeggia. E’ l’impegno di un’arrampicata orizzontale, senza gravità.
Il respiro provoca nell’acqua bolle sonanti e avverto un odore che tutte le santissime volte mi riporta indietro nel tempo. 
Un odore forte di cloro che riempiva tutta la piscina. Le gare, il podio, l’emozione, il voluto ritardo per saltare quel noioso quarto d’ora di riscaldamento in palestra, i rimproveri, gli incoraggiamenti, il tifo, le medaglie, e gli innamoramenti adolescenziali. Anche quelli profumavano di cloro. E gli occhi rossi e gli impacchi con il latte. 
Cambio stile.
Dorso.
Ora è tutto più ovattato. Ascolto solo il mio respiro, potente e dilatato. Sono in contatto con me stessa. La sensazione è di vivere in un grande guscio, un enorme grembo materno.
Il mondo si è allontanato. Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro. È scomparso tutto, ci sono solo io. Solo io con il mio respiro.
E allora ruoto il corpo e ricomincio.
Cambio stile. 
Libero!

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Foto tratta dal web

Questa sono io. Prendere o lasciare.

Mi reputo una persona tranquilla e pacifista. Mi piace confrontarmi con chi la pensa diversamente da me, perché ritengo che il contraddittorio sia un’occasione di crescita: si può cambiare idea o si possono rinsaldare le proprie convinzioni. Però, perché c’è sempre un però, in questo momento storico ho delle intolleranze, e non solo al glutine (questa si supera eliminandolo dalla dieta e tutto fila liscio).
Ho servito per più di trent’anni le Istituzioni ed è stato per me sempre un onore farlo, e farlo con diligenza e correttezza, nonostante alcune mie divergenze. A volte ho dovuto rinunciare a cene di compleanno, a vacanze con la famiglia, una volta anche al natale con i miei cari, perché le esigenze del lavoro, ahimè, dovevano esser messe al primo posto, sì, prima della figlia, anche. Durante la sessione di bilancio non si conoscevano orari, si mangiavano panini che ci venivano recapitati in ufficio e non si interrompeva il lavoro. Un morso al panino e un emendamento da correggere. Erano migliaia, gli emendamenti, erano e sono sempre tanti, interminabili. Ma i miei colleghi ed io ci sentivamo parte importante dell’ingranaggio che non doveva fermarsi, mai. Non sapevamo quando potessero iniziare le nostre vacanze natalizie, eppure, una volta a casa, eravamo stanchi, sfiniti, sì, ma soddisfatti: avevamo contribuito a uno dei passaggi importanti , il più importante dell’anno, della storia dello Stato.
Perché questa premessa? Perché da qualche anno a questa parte vedo la decadenza, l’indecenza, la putrefazione di questa Istituzione, quale è il Parlamento, organo rappresentativo della volontà politica dei cittadini e di controllo politico del governo (ricordarlo non fa mai male). Vedo lo sgretolamento della democrazia. Vedo l’incomunicabilità tra noi. La rabbia, la prepotenza, la presunzione.
Metto da parte le considerazioni sull’inaccettabile quanto comico iter di questa sessione di bilancio (chi ha seguito, avrà tratto le conclusioni da sé), e vado al punto.
Ieri, su Facebook, ho postato la foto di Salvini mentre, beato, inizia la sua giornata mangiando pane e nutella, alla faccia dell’incarico, dell’alto incarico, di cui è stato rivestito, alla faccia dei problemi che il popolo italiano sta patendo. E lui che fa? Replica “Confesso questo mio torto. Mi piace la nutella”. Bravo! Anche a me. Toh, abbiamo una cosa in comune. Ma io, che non sono ministro, posso postarla, tu no! Del resto, il nostro ministro è avvezzo a queste minchiate. Come non ricordare quando, senza nutella ma con la tuta della protezione civile, postava un selfie che lo ritraeva con un sorriso beota e fuori luogo, mentre partiva per il bellunese, dove l’alluvione aveva spazzato via le vite di una decina di persone? 
Ne è nata una discussione violenta fomentata da poche, per fortuna, persone che difendevano il pupazzo di ministro. Mi sono stupita. Continuo a stupirmi, ancora e per fortuna, che ciò che è limpido sotto i nostri occhi venga percepito come normalità.
No, non riconosco più queste istituzioni. Perché questo manipolo di “ragazzi immaturi”, impreparati e privi di umanità, ci stanno trascinando alla deriva, calpestando quello che rimane della democrazia, sbattendosene di quella legge, colonna portante su cui si basa la legislazione dello Stato, che si chiama Costituzione, riconosciuta come una delle più belle al mondo. 
Conclusione/avvertenza.
Di tutto ciò che ho detto, sono fermamente convinta, quindi in questo caso non esistono confronti, per me. Se ancora ci fossero dubbi, lo ripeto: questo è il governo più brutto e pericoloso della storia della Repubblica italiana!
Questa sono io. L’amarezza che respiro mi toglie la speranza; l’arroganza dei sostenitori di questi ipocriti malefattori mi atterrisce; la decadenza politica mi affligge.
Ora, voi che non capite la mia indignazione e continuate a sostenere e giustificare i cialtroni, iniziate pure a togliermi l’amicizia o a bannarmi. Io ho già iniziato a farlo, proprio come il glutine, che mi fa male.
Grazie,
sempre vostra Emma

Nobel per la Pace 2018

A 70 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato consegnato a Nadia Murad e Denis Meukwege.

Ho cercato notizie, ho letto e mi sono commossa. Siamo circondati da tanta disumanità, violenze e atrocità che, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai a immaginare. Non riusciremo mai ad accostarci al dolore e alla sofferenza che attacca impietosa intere comunità.
Questo è un post un po’ confuso, un po’ patito, un po’ tutto, e non so neanche io perché lo stia scrivendo. Però lo sto facendo, così, un modo per ringraziare queste persone che dedicano la loro vita a difendere diritti, dignità, a gridare l’ingiustizia. Forse è un modo di ringraziarli e di guardare al futuro con un briciolo di speranza in più.

“Decidere di raccontare la verità è stata una delle decisioni più difficili che abbia mai preso, ma è stata anche la più importante”.
(Nadia Murad)

“È incredibile vedere queste persone sofferenti che riescono ancora a ringraziare Dio, che hanno la forza di lavorare. Mi chiedo anche come facciano a cantare, quando fanno fatica a sopravvivere. Riescono ancora a cantare, e questo mi rende felice.”
(Denis Mukwege)