Caro Claudio Magris

“Caro Magris,
con grande dispiacere leggo il tuo articolo “Gli sbagliati”. Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.
Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico. Solo chi – uomo e donna – è convinto al cento per cento d’avere la possibilità morale e materiale non solo d’allevare un figlio ma d’accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d’imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l’aborto a un’idea d’edonismo o di vita allegra. L’aborto è «una» cosa spaventosa «…».
Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell’incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all’utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t’obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell’«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite.
Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia.”

Italo Calvino

La lettera, indirizzata a Claudio Magris e pubblicata nel febbraio 1975 da Il Corriere della Sera, era in risposta a Magris, il quale aveva pubblicamente preso posizione antiabortista (sempre sullo stesso giornale), come del resto aveva fatto anche Pasolini. Ricordo che la legge 194 fu poi approvata nel 1978 grazie a un referendum.
La prima volta che lessi questa lettera, mi meravigliai non solo delle posizioni contrarie a un pensiero progressista assunte da Magris e Pasolini, ma dalla eleganza con la quale affronta una questione morale e dalla spiccata onestà intellettuale con la quale Calvino spiega al suo amico la necessità, seppur colma di dolore, di prendere le distanze da lui. Anzi, di recidere il loro rapporto di amicizia.
Quante riflessioni stimola questa lettera…
Il valore dell’amicizia, un valore profondo, fatto di condivisione, di somiglianza e basata su un rapporto di onestà e reciproco rispetto.
Fa riflettere sull’atteggiamento politico di oggi che guarda l’altro come nemico da sconfiggere e non più come avversario da contestare con argomentazioni o con il quale dibattere.
Ma soprattutto, a distanza di ben quarantatré anni, non capisco come la legge 194 possa venire ancora attaccata. Da dove vengono queste idee ipocrite che spingerebbero la società verso una involuzione e a un inevitabile ritorno a pratiche incivili? E a proposito di pratiche incivili, troppi ancora sono gli aborti clandestini. Troppi sono gli obiettori di coscienza. Obiettori di coscienza? Altro tema scottante. Non capisco come un medico possa rifiutarsi di praticare un intervento. Prima dell’obiezioni di coscienza, dovrebbe esistere la salute delle pazienti. Tornando ancora più indietro, prima di iscriversi a Medicina, gli obiettori devono capire che se vogliono difendere le cause, giuste o sbagliate, devono iscriversi a Giurisprudenza.

Scusate, mi sono lasciata prendere dall’assurdità di…

Risultato immagini per mammane aborti clandestini

Fuori era primavera, il film di Salvatores

Ho visto un film di fantascienza, ieri sera.
Ambientato in varie città e con tanti personaggi.
Ho sospirato, ho pianto, mi è mancata l’aria.
Là in quel set, anzi, in quei set, c’ero anche io, c’eravate voi, c’eravamo tutti.
C’era chi non c’è più!
C’erano sguardi di paura e quelli di speranza. C’erano quelli allegri e spensierati: bugie dei più forti per non angustiare i figli, opacizzare l’angoscia del giorno che non si sa quando finirà.
E non so cosa sto scrivendo ma so perché lo sto facendo. Per sollevare il respiro da questo strazio che non è finito ancora, perché il pensiero vola e, come un drone, passa sopra i tetti delle case della gente e immagina le loro sofferenze, le loro difficoltà, le loro paure. Perché quello di Salvatores non è un capolavoro, ma uno specchio fedele delle nostre realtà.
No, non era un film di fantascienza, ma lo sembrerà tra dieci o venti o trent’anni, agli occhi di chi forse bambin* lo ha vissuto come una avventura se non divertente almeno lieta, leggera e un po’ giocosa, grazie a quelle menzogne autentiche di genitori coraggiosi.

CRONTAB E IL DEMONE CHE VIAGGIA IN BACKGROUND – di Emma Saponaro

Pubblicato domenica 24 novembre su PresS/Tletter

Crontab è una installazione fotografica partecipativa e performativa firmata da Barbara Lalle e Marco Marassi, con la curatela di Roberta Melasecca e la partecipazione di Daniela Carreras e Luca Pagliani. Realizzata all’interno della mostra collettiva Tempo im[perfetto] alla TAG – Tevere Art Gallery lo scorso 9 novembre.

“Il tempo non è sempre uguale, tuttavia lo è. Contiene in sé l’imperfezione e la perfezione, l’inganno della memoria, la distruzione e la deformazione del ricordo”, scrivono Alessandro Amico, Flavia Cardoso e Ilaria Giudice, i curatori di Tempo im[perfetto].

Ma è così?
Cos’è il tempo?
Esiste veramente?

Secondo-Minuto-Ora-Giorno-Settimana-Mese-Anno-
Decennio-Secolo-Millennio-Era

Messa così, sembra facile. Il tempo si palesa: ha un ritmo, una durata, una misura. Eppure la questione è molto più complessa, altrimenti non sarebbe stata da sempre al centro di riflessioni filosofiche. Guardando all’antica Grecia, vediamo prevalere una concezione ciclica del tempo, scandito dal passaggio delle stagioni, che in seguito lascerà il posto a un andamento lineare secondo la tradizione cristiana, nella cui concezione il mondo ha avuto un inizio e avrà una fine. Passeranno anni,  secoli, ma i filosofi di riferimento saranno sempre loro: Platone (l’immagine mobile dell’eternità) e Aristotele (misura del movimento secondo il prima e il poi), fino a quando a dare una sterzata rivoluzionaria ci penserà Kant, che per la prima volta pone al centro della filosofia il soggetto e non l’oggetto osservato, riconoscendo così alla mente umana un ruolo attivo nel processo della conoscenza. Il tempo e lo spazio sono forme a priori della sensibilità, con la differenza che lo spazio è una percezione proveniente dall’esterno, il tempo entra in gioco quando esistono delle percezioni interne.

E oggi? Oggi viene messa in dubbio la sua esistenza, considerato privo di ogni realtà fisica.
Allora, il tempo esiste o non esiste?

Secondo il fisico Rovelli semplicemente no, non esiste. Ma non significa che non ci sia il tempo nella nostra vita quotidiana. Non esiste un tempo ma ne esistono tanti, infiniti, uno per ogni punto dello spazio. Esistono tanti orologi nell’universo.
Perché siamo tanto attratti dal velo misterioso che avvolge il tempo, il suo concetto, la sua definizione? Per la sua inafferrabilità? Per cosa? Abbiamo mai pensato a come sarebbe la nostra vita senza il tempo, senza quel tempo che misura e scandisce?
Caos.
Ecco così che proprio al tempo Lalle e Marassi dedicano la performance dal titolo Contrab. Quasi a voler cercare in un campo zeppo di riferimenti precisi, calcolati e programmati – quale è quello dell’informatica – una definizione scientifica e rassicurante a un concetto troppo nebuloso.

Entra Daniela Carreras con passi lenti. Si posiziona, volgendo le spalle al pubblico. I suoi movimenti sono molto semplici, ripetitivi e lenti. Si intuisce che appartengono alla sua quotidianità. È il suo tempo, il suo spazio. Si accarezza i capelli lunghi, lunghissimi, con movimenti lenti lenti lenti, movimenti lenti e ripetitivi, lenti e ripetitivi. E la sua rappresentazione si contrappone alla meccanicità, misurata e puntuale, delle lancette di un grande orologio posizionato davanti a sé. I movimenti della donna sono armoniosi, liberi, e lenti. Lenti e ripetitivi. Eppure, talmente imprevedibili che appaiono svincolati dalla musica eseguita alla chitarra da Luca Pagliani. Pur nella sua morbidezza, la melodia non può che collocarsi ingabbiata nel sistema rigido della partitura, fatta di ritmi e di tempi e di pause. In altri momenti forse sarebbe passato inosservato, ma non oggi. Oggi il tempo è palpabile e si respira tutto. E nello spartito di quel brano, Daniela continua a muoversi ignorando la sintassi musicale, le indicazioni modulate, e anzi segue solo il tempo che le appartiene e che ci trasmette. Nell’attesa di una definizione, cresce la curiosità, si attende che accada qualcosa, si tenta di immaginare il futuro, e lo bramiamo sempre di più sempre di più sempre di più. La maestria è racchiusa in questo carico di aspettative che Lalle e Marassi riescono a infondere. Giocare con il tempo per farsi beffa, ingannare (lui o noi?), muovere gli attimi e trasmettere la percezione del tempo. Eccoci. Finalmente il movimento si risolve nell’imprevedibile e nell’inaspettato e avvertiamo quell’accelerata che ci fa comprendere la distinzione dei movimenti del tempo e della sua percezione, che si dilata nella noia per poi contrarsi nel diletto.
La performance è quasi finita. Ora partecipa il pubblico. Una alla volta le persone si avvicinano all’orologio, lo fissano, e Marassi fotografa.
Cattura l’istante.
L’istante del presente.
Ed è già passato.

“Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.
Questo è il tempo. Familiare e intimo. La sua rapina ci porta. Il precipitare di secondi, ore, anni ci lancia verso la vita, poi ci trascina verso il niente… Lo abitiamo come i pesci l’acqua. Il nostro essere è essere nel tempo. La sua nenia ci nutre, ci apre il mondo, ci turba, ci spaventa, ci culla. L’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo.” [Carlo Rovelli – L’ordine del tempo – Adelphi]

Scrivere, gioire, soffrire

Ieri ho consegnato il dattiloscritto all’editor e oggi mi sento leggera.
Più che leggera dovrei dire vuota. Ecco, vuota.
Perché quando chiudi quella che speri sia l’ultima versione del tuo romanzo e lasci che scivoli via allegata a una e-mail, succede qualcosa.
In quell’attimo, quello in cui premi SEND, hai un sussulto, una vibrazione. E ancora una volta, come se fosse la prima, ti stupisci del piccolo scompiglio che stai vivendo.
È come quando i figli una volta autonomi se ne vanno per conto loro. Non sei più dentro la loro storia, non puoi più entrarci per commentare, cambiare, correggere, aggiungere o cancellare.
Mi è capitato spesso – in momenti anche semplici, come fare la spesa o nuotare o passeggiare o cose così – che il pensiero si dirigesse a loro, ai miei personaggi. Che aspetto hanno? Come devono muoversi, vestirsi? Com’è il loro carattere? Come pensano, e cosa dicono? E, soprattutto, cosa combinano?
In poche parole, non devo più preparare la cena per loro, non devo più imboccarli, rimproverarli, incoraggiarli. Sono andati via.
Arrivare al THE END di un romanzo toglie energia, e ti ritrovi un po’ sola.
Questo intendevo per leggerezza…

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