Come il profumo al Caffeina Festival

COMUNICATO

Caffeina Festival, nella sezione incontri dell’edizione 2018, ospita Emma Saponaro, autrice del romanzo “Come il profumo” (Castelvecchi). La scrittrice romana sarà a Viterbo sabato 23 giugno, nella suggestiva Piazza del Comune, alle 20.30. Presenta Luigi Concordia, Lorena Paris leggerà passi del romanzo.
Emma Saponaro è già nota a Viterbo perché in collaborazione con Daria Sganappa,  scrittrice viterbese, ha curato l’antologia “Parole di pane”, uscita in due edizionI, nel 2013 e nel 2014. L’antologia, i cui proventi sono stati devoluti interamente in beneficenza, è stata patrocinata dal Comune di Viterbo e presentata nella prestigiosa cornice della Sala Regia del Comune, alla presenza del sindaco, Leonardo Michelini. A ricevere i proventi delle vendite è stata l’A.fe.SO.psi.T (Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici).
Noir colorato di ironia, Come il profumo è un intrigante racconto che si muove a metà strada fra affetti e criminalità internazionale. Denso di colpi di scena e di improvvisi cambiamenti di ritmo e di scenario, racconta la storia di una giovane donna e della sua bambina, protagoniste di una storia nella quale i profumi, gli odori, hanno un ruolo importante.
Approdata al romanzo dopo un lungo percorso che l’ha vista dapprima blogger di successo e poi autrice di saggi psicogiuridici sulle problematiche legate all’adozione, all’abbandono e sulle violenze sulle donne, Emma Saponaro non si nasconde i rischi di questa nuova esperienza.
In attesa di conoscere la risposta del pubblico, il romanzo ha anche una pagina Facebook, molto curata, sulla quale trovare notizie ma anche riflessioni, una pagina molto seguita grazie anche a diverse iniziative, come concorsi e dibattiti su temi legati al libro. https://www.facebook.com/Comeilprofumo/

Luigi Concordia è nato a Nepi, laureato in Sociologia con indirizzo Antropologia culturale all’Università di Roma La Sapienza. Ha lavorato nel campo della disabilità mentale a Viterbo e si è sempre interessato alla salute mentale fin dai primi anni ‘70 e in seguito nell’ambito delle teorie basagliane all’interno di “Psichiatria democratica”.

Lorena Paris ha pubblicato sette sillogi poetiche. È presente come autrice in varie antologie di poesia e di poesia-haiku ed è ideatrice e conduttrice della trasmissione di cultura e società “di Tuscia un po’” su Radio Verde. È autrice e interprete di reading e performance poetiche.

La Fondazione Caffeina Cultura è nata l’8 novembre 2012 grazie al contributo di 38 soci fondatori che hanno creduto in un progetto culturale di grande rilevanza per la città di Viterbo. Associazioni imprenditoriali, aziende, privati, banche, ordini professionali, università, cooperative, ma anche semplici cittadini, si sono uniti per una causa comune: promuovere e diffondere la cultura. In 38 hanno creduto nel fare impresa sociale e nell’investire in cultura, un bene comune imprescindibile che, all’atto pratico, crea anche un valore aggiunto per il territorio. Caffeina Festival, pur essendo l’evento culturale più importante che la Fondazione organizza, non è l’unico. La Fondazione promuove, sviluppa, diffonde attività e iniziative a carattere culturale, artistico, scientifico, sociale, educativo, turistico e artigianale. Incontri, convegni, seminari, dibattiti, corsi di formazione e informazione; spettacoli e mostre. Inoltre promuove attività di formazione e corsi di aggiornamento in collaborazione con istituti scolastici e università pubbliche e private, per educatori, insegnanti, operatori sociali e cittadini e per tutte le categorie professionali e non interessate alla cultura in generale.
Il Festival è la più importante fra le manifestazioni organizzate.

CAFFEINA

Programma Caffeina Festival 2018
Sono a pag. 25, prima di Valerio Massimo Manfredi
e stesso orario de, ehm, la sagra del Maccarone  canepinese 🙂

Diario di bordo salentino #10

Sapevate che non mangiare glutine, qui in Salento, ingrassa?

Mi alzo e ancora insonnolita ho l’imprudenza di passare davanti allo specchio, che non è come quello di Roma che mi fa più magra, o meno…, insomma. Ripasso e mi soffermo. Guardo bene, mi scruto. Abbasso lo sguardo sui fianchi e sull’addome. Sì, almeno due chili ci sono. Non credo sia per il calice serale di Negramaro, neanche per lo spumone alla cupeta salentina (da sballo, ergo irrinunciabile). Del resto, niente pasta, pane, pucce, pasticciotti, rustici, orecchiette e friselle. Astinenza ferrea, rinuncia affranta, che comunque avrebbe dovuto ricompensare gli stravizietti, e invece? Devo stare più attenta, punto e basta.

Avevo avvisato la signora Gina della mia intolleranza e che la mia colazione può paragonarsi a quella di una scimmietta: banana e noccioline, e naturalmente caffè. Nel cortile dove serve le colazioni, però, trovo un muffin ancora caldo, preparato apposta per me con farina senza glutine e mele. Un’esalazione pasticcera manda in cortocircuito la gola, e la determinazione. Specchio. Pancia. 2 chili. Che faccio, rinuncio e dico che sono a dieta?

No, mangio. Poi, senza un briciolo di senso di colpa – anzi, appagata – decido di scendere in spiaggia per il solito paio d’ore. Farò una nuotata più lunga e… Ancora non mi stendo che mi viene incontro Paola. “Aggiu lettu, sai? Che beddho quello che scrivi sulla povera Renata Fonte. Il Salento ha bisogno di persone come lei”. Ci mettiamo a parlare di questa eroina fino a che, sempre più gasata e con un pizzico di sarcasmo, mi dice che nessun salentino può permettersi di recidere un ulivo, perché sono secolari e dichiarati patrimonio monumentale.

E quindi?

E quindi poco lontano da qui, verso la costa di Sant’Isidoro, vicino al mercato… Paola non ci sono mai stata al mercato, dico. Sì, là, dice.

Sentimi. Hanno reciso il 60 per cento dei 35 ettari del Bosco degli Ulivi per costruire un gigantesco resort. Si avvicina con discrezione un’altra nuova amica. Ciao Emma, ho letto, sai? Sono lusingata, mi sento sopravvalutata, io non faccio altro che raccontare. Si siede vicino a me e racconta che l’Ama avrebbe voluto portare i rifiuti capitolini qui in Salento, ma per ora è tutto bloccato perché la manovra ha incontrato forte opposizione. Interviene Paola. E i rifiuti tossici dellu nodd ch’hanno copertu coll’asfalto, te li ricordi, negli anni 80?

Sembra abbia detto tutto, o non vuole più ripetere le stesse cose. Mi guarda e riattacca. Ma, Emma, in Salento l’indice di mortalità per tumore è più alto assai in confronto allo stivale intero, mica solo al tacco. Chissà perché!?. Ha lo sguardo insinuante e non posso che condividere questa sua silenziosa stizza. Riesco solo a pronunciare un debole “che peccato”, venuto d’istinto, così, insieme a un sospiro. Un peccato pensare che siamo noi i demolitori della nostra vita.

Chi acquista, chi autorizza, chi deturpa, chi inquina, chi intossica, che persona è?

Davvero i soldi sono superiori al benessere, alla serenità, alla fratellanza?

Usufruire delle meraviglie offerte dalla natura non è già ricchezza?

I rifiuti tossici non intossicano anche chi ha inquinato?

Gli sfruttatori non si chiedono mai cosa provano gli sfruttati?

Rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora, volgendo lo sguardo dove il mare scompare. Ed è come se la vedessimo, la fine, e non solo del mare.

Poi si volta di scatto e mi dice “Mèna, sciamu scià facimune lu bagnu tantu nnó simu nu ca cangiamu lu munnu”.

Noi no, ma neanche gli altri, però.

Ma quanto ancora dobbiamo autodistruggerci per capire che è tutto sbagliato? Quando rinascerà una coscienza civile?

Anche domani mangerò il muffin. Mi piace il sorriso soddisfatto della signora Gina.

Vostra Emma

diario di bordo pugliese #9

Renata è stanca. La mattina trascorsa a scuola, il pomeriggio un lungo Consiglio comunale. È interminabile, pensa di non farcela, Renata, ma deve. Deve per i suoi figli, suo marito, per gli affetti che la circondano e tutti gli altri. E basta questo per farle tornare la forza, e sopporta. Urli, schiamazzi, minacce le scivolano addosso come acqua fresca, che trascina con sé ogni residuo di perplessità. Non ha mai visto quel collega urlare in quel modo. La pelle del collo, ormai purpurea come lo è il suo volto quadrato, tendendosi per l’issarsi delle carotidi potrebbe squarciarsi. Urla per coprirle le parole. È il caos e il Consiglio termina che è già notte. Renata non vede l’ora di tornare a casa, ha bisogno della sua famiglia, ora, a volte trascurata per la sua diligenza e forte senso di responsabilità. Ha la sensazione che un nodo le stringa la gola, perché in fondo si sente in colpa di non poter abbracciare i suoi figli prima che si addormentino. Qualche passo e arriverà a casa, si accontenterà di baciarli sulla fronte, delicatamente. E invece a casa non arriverà mai. Tre proiettili la strappano alla vita. Una vita che ancora deve sbocciare.

Così immagino la scena mentre cammino. Renata Fonte era assessore alla pubblica istruzione nel comune di Nardò e aveva la colpa di amare la sua terra, il suo Salento, talmente tanto che ebbe l’“ardire” di opporsi alla speculazione edilizia che rischiava di trasformare i circa 1000 ettari del Parco naturale di Porto Selvaggio in una colata di cemento. Era il 1984 e il costante e consapevole impegno civile e la condotta di una vita all’insegna dell’onestà e politicamente incorruttibile le è costata la vita.

Manovra. Infilo la macchina tra due alberi sperando che l’ombra la protegga. Scarpe da ginnastica e zaino in spalla, m’inoltro nella folta macchia mediterranea per arrivare alla spiaggia di Porto Selvaggio. Fa caldo, ma non mi lamento, il cammino è piacevole anche se pietroso in discesa in salita e poi in discesa. Il mio olfatto ha il privilegio di inalare profumo di resina come non se ne sente più, e mi riporta all’infanzia, quando i profumi erano più nitidi, forti, buoni. Arrivano zaffate anche di rosmarino e di mirto. È un paradiso olfattivo, qui. I 700 metri che mi avevano detto sono in realtà lunghi 1200 e non me ne sono resa conto, è l’iPhone che li ha contati. Arrivata. Trovo un posticino sui ciottoli bianchi in prossimità dell’acqua cristallina. Posso fermarmi solo un paio d’ore (Antonio, il boss, mi dice sempre: “Stai lì per lavorare mica per riposarti!” e alle mie faccine tristi chiude la chat con un “divertiti”). Che incanto. Una meraviglia. Verde eazzurro e azzurro e verde. Mare e natura e natura e mare. Osservo intorno e non posso non immaginare residence, hotel, ristoranti, campi da tennis, le rocce deturpate, i pini abbattuti e il cemento cemento cemento cemento cemento.

Infinite grazie, Renata! Persone come te davvero cambierebbero il mondo.

Non ho domande da porvi, se non quelle sul coraggio e sulla giustizia…

Vostra Emma

P.S. Una orchidea è stata dedicata a Renata Fonte e porta il suo nome: Ophrys x renatafontae.

diario di bordo pugliese #8

Bastano pelle di capretto e sonagli colpiti con il giusto ritmo e il desiderio di saltellare fino a che il fiato regga è semplicemente inarrestabile. Il tamburello salentino aveva e ha una magica proprietà terapeutica. In realtà, come un po’ tutta la musica, ma in questo caso parliamo di danza, anche: la taranta.
Se il Salento è la patria elettiva del tarantismo, Galatina ne è il cuore.
Questo antico fenomeno è una delle tradizioni più antiche d’Italia eppure è scomparso solo negli anni ’60. È d’obbligo ricordare qui l’esimio professor Ernesto De Martino, l’antropologo delle diversità, che lo analizzò a fondo, raccogliendo dati, documenti, interviste e foto, con l’aiuto di un gruppo di lavoro costituito da esperti della psichiatria, psicologia e sociologia che avviarono, nel 1959, questa “Spedizione in Salento”, nel periodo clou della vigilia e della festa di San Paolo, il 29 giugno.
Entriamo nel contesto e vediamo cos’è il tarantismo. Almeno, provo a descriverlo.
La campagna è insidiosa e accadeva spesso che qualche fanciulla (sì, raramente i masculi) venisse morsa dalla tarantola. Da lì il finimondo. La ragazza cadeva in uno stato di prostrazione psicofisica fino ad arrivare presto a uno stato di trance spasmotico, attivando movimenti simili a quelli dell’epilessia e dell’isteria. Unica terapia, quella musicale. Non si chiamava il 118, ovvio, ma i suonatori che si davano un gran da fare per uccidere il ragno, e le cui spese ricadevano sui familiari che speravano anche per questo in una guarigione lampo. Si procedeva con un rito, o esorcismo, che vedeva la paziente, ipnotizzata dal ritmo, ballare una danza dissennata che poteva durare ore ma anche giorni, finché la poverina, stremata, cadeva a terra.
Finita la terapia, la tarantata andava in pellegrinaggio, il 29 giugno, a Galatina, per “danzare” di nuovo – a volte si dice che le più disperate si aggrappavano indemoniate sull’altare del santo – ma anche per bere l’acqua sacra del pozzo della cappella e ricevere la grazia. Questo tentativo di cristianizzazione, tuttavia si scontrò con alcune complicazioni non poco imbarazzanti, poiché le donne, durante il rituale, esibivano performance oscene e chiaramente si riteneva sconveniente che il santo fosse associato alla sessualità.
Le tarantate, attenzione, erano ragazze o donne frustrate, depresse, e per questo emarginate dalla comunità, e il tarantismo era una disgrazia che le segnava anche per tutta la vita, poiché la crisi tornava ogni anno e sempre verso il mese di giugno.
Considerando che le vittime erano sempre di origini umili, che in natura non esiste un ragno che provochi malesseri tali, che gli abitanti di Galatina ne erano immuni, si è portati a pensare che questa condotta, più o meno socialmente tollerato, dei loro traumi, fosse un vero e proprio sfogo per liberarle dalle oppressioni familiari, sociali, e quindi dal senso di fortissima frustrazione. Bisogna tener conto dell’ambiente e del periodo in cui questo fenomeno sociale è nato e si è protratto nei secoli. Ci troviamo in un’epoca patriarcale, in cui il ruolo della donna, se non di schiavitù, era di sudditanza e servilismo verso i padri e i padroni.
Oggi la taranta ha assunto un altro significato, ma ci piace pensare che quel ritmo e quella musica esercitino su di noi un potere liberatorio. La differenza è che invece di isolare, riunisce in allegria differenti generazioni e ceti.
Vi ho raccontato questo, perché ogni volta che scendo in Salento non posso fare a meno di tornare a Galatina, un vero gioiello di bellezze artistiche. Eppure, quest’anno ho visitato un piccolo luogo mai visto prima: la piccola cappella (praticamente una stanza che dà sulla strada) di San Paolo, protettore dei morsicati da animali velenosi. E da qui è nato il mio racconto.
Avete mai ballato la taranta o la pizzica? Quali sensazioni vi ha provocato?
Si è fatto tardi, la taranta mi chiama.
Vostra Emma

DIARIO DI BORDO PUGLIESE #7

Libring è stata di parola. Ho trovato sul mio conto paypal il rimborso di 375,50 euro, peccato che nella dicitura ci sia scritto “Rimborso totale”, quello che avevo richiesto (ricordo che all’atto della prenotazione mi hanno indebitamente prelevato 515 euro comprensive di 50 euro per puluzie finali) essendo la struttura piena di inghippi, sporca e non occupata. Ho contattato Altroconsumo. Vedremo.
Ho poco da scrivere, sono stata al chiodo tutto il giorno, preparando l’evento per la presentazione di Roma e iniziando a pensare alle prossime che mi attenderanno.
Bitonto 6 giugno
Barletta 7 giugno
Andria 8 giugno
Trani 9 giugno
Dovendo lasciare la masseria tra due giorni, sono uscita giusto il tempo per vedere una casetta a dieci metri dalla mia spiaggetta di Torre Squillace, proprio accanto a quella di Mogol. Semplice, pulita, piccola, forse non entrerà la valigia se la lascio aperta, ma è il contorno che mi riempie l’anima.
Dovrei uscire per cena, ma non ne ho voglia. Riesco a racimolare un po’ di pomodori, di cucummarazzi (simili ai cetrioli ma molto più buoni), basilico e olive. Apro una bottiglia di rosato Negroamaro e… continuo a stare in paradiso.
Basta poco per sentirsi in sintonia con l’ambiente, la natura, con noi stessi. Basta la semplicità. Vi siete mai trovati a disagio nel lusso, nelle situazioni costruite là dove non ce n’era bisogno e/o vi siete sentiti appagati dalla semplicità?

Vostra Emma

pomodori e negroamaro

diario di bordo pugliese #5 e #6

Vicende che hanno del rocambolesco mi hanno costretto a trascurare il diario per due giorni. Ho lasciato un paradiso credendo di trovarne un altro, le Maldive del Salento, e invece sono finita in un inferno. In due parole? Mi sono vista succhiare dalla Visa 515 euro nel giro di mezz’ora solo cliccando “Prenota”.

#5 – Ore 10,30. Lasciare una parte stupenda del Salento e dover salutare Anna, Elisa, Boris, la masseria, la baia di Torre Squillace, strizza un po’ il cuore, ma la curiosità di andare allo sbaraglio non sapendo in quale luogo mi fermerò, quali altre sorprese questa terra meravigliosa mi riserverà è di per sé intrigante. Partenza h. 10, meta Maldive del Salento, ovvero Pescoluse. I colori continuano a essere gavettoni visivi. 70 chilometri ad andatura lenta e arrivo. Inizio a chiedere, ma le strutture disponibili sono solo hotel, che per me sono troppo costrittive. Le altre? Non sono pronte, non sono pulite. Con 30 gradi, dicono “con calma: è presto”. Dopo 5 ore di ricerca, mi allontano dal mare e mi inoltro sulle collinette. Le poche strutture che trovo hanno frigoriferi da pulire, aria condizionata da riparare, televisori da istallare, mobili da rinnovare, e sono comunque affidate all’agenzia, ovvero a quel sito che permette di prenotare strutture alberghiere, insomma ci siamo capiti “Libring”. Sono affidate, ma non sono pronte. Mistero. Inizio a preoccuparmi (dove dormirò stanotte?). Ore 16. Cerco su Libring un qualcosa. Toh, un residence nelle vicinanze, faccio la furbata e la cerco con google. Telefono. Concordiamo il prezzo e vado. Il proprietario è milanese e molto gentile. Ci tiene a farmi vedere la meravigliosa piscina dall’acqua cristallina (e il mare?) ed è orgoglioso quando, come un rappresentante della folletto, mi dà dimostrazione di una mandrakata. Basta una pressione su un pulsante per azionare il motore et voilà: una magica cascata di bolle. Chiamasi idromassaggio. Poi mi fa portare i bagagli nell’alloggio. Una deliziosa stanza tre metri per tre (sto esagerando in eccesso) senza finestre che riesce a contenere un letto matrimoniale, un’asta con tante stampelle (dice che l’armadio rovinerebbe il design, dice), una cassettiera, un lavandino, una macchina del gas e un piccolo frigorifero. A parte, per fortuna, il bagno rivestito totalmente in pietra. Buio e con un leggero odore di umidità. Ma fuori c’è il patio, gli ulivi, la luce. Dentro il buio, fuori la luce. Sono circa una decina, i monolocali. Più avanti, i bilocali. Me lo faccio andar bene. Non devo pensare alla masseria per apprezzare nuove situazioni. Non penso non penso non penso. Ci sono solo due vicini, una coppia milanese che dovrebbe ripartire. Dopo un po’ di tiritera, il proprietario, e i due operai che lo hanno accompagnato, mi salutano, dicono che ci rivedremo domani. E no! Qui da sola, su una collina sperduta che neanche ho acceso google map per sapere dove accidenti sono finita e voi mi lasciate sola? Ricarico tutto in auto e me ne vado. Ore 17. Disperazione. Apro Libring. Cerco. C’erano due trulli che tenevo d’occhio, ma erano troppo cari e avevo timore che anche lì mi sarei ritrovata sola in mezzo al nulla. Disperata (già l’ho detto?), cerco, lo trovo e vedo comparire la scritta “Rimane solo una camera in questa struttura”. Voi cosa avreste capito? Che l’altro trullo è stato affittato, no? Prenoto e mi chiama subito il referente che mi dice che è troppo isolato per una persona sola, che non è illuminato, che in realtà i due trulli sono un’unica struttura e mi propone altre sistemazioni più economiche. Sono lontane, sempre isolate, sporche. Ore 19.30, niente. sono sempre più disperata (sì, lo so, già detto) e inizio anche ad essere stanca. Dico la verità, mi tremano un pochino le gambe. Chiedo di andare a questi benedetti trulli. Che saranno mai? Andiamo. Isolatissimi. Buio attorno. Da pulire, sistemare. È tutto accatastato. Niente wifi. Una tacca TIM. In preda all’ira, voglio cancellare la prenotazione su Libring. Ci sono due opzioni: “Cancella con una penale di 139 euro” “Cancella chiedendo l’annullamento della penalità”. Scelgo la seconda.
Ore 21, sono di nuovo in masseria, a La Strea, Porto Cesareo. Niente Maldive del Salento, non sono pronti, ma sono furbi, danno tutto in mano a Libring, con la quale sono ancora in trattativa. Secondo loro, il proprietario vuole l’intero importo: cioè 465 (prezzo per 5 persone occupanti) più le pulizie finali (50 euro), totale 515, che poi collegandomi su paypal mi accorgo che già mi hanno prelevato. Due ore dalla prenotazione e dovrei pagare come se fossimo cinque persone e soggiornassimo in quella stamberga per cinque notti.
Sono in masseria, è come se fossi tornata a casa. La serenità è tornata.

#6 – Oggi mi merito tanto riposo. Sono stanca. Ricevo una telefonata da Libring che in contemporanea è al telefono con il referente della struttura. Vuole avere la mia versione, ma non è un commissario, giuro. Il tizio, che tra l’altro chiama dall’Olanda, mi dice che probabilmente mi addebiteranno il 30 per cento del prezzo intero, cioè 150,50! Ma come? Se avessi accettato la cancellazione, mi avrebbero addebitato 139 e invece ho richiesto la cancellazione senza penalità. Dove ho sbagliato? Mi richiamerà. Attendo speranzosa.
Scendo in spiaggia in tarda mattinata.
Quanto è bella la baia con i nuovi amici che avevo lasciato. Questa è Maldive, Tropici e di più. Si riparte con le chiacchierate, le nuotate, e il libro di Antonella Caputo resta lì, sullo scoglio, che aspetta di esser terminato. Vorrei ma non posso, ma lo farò!
Le Maldive, sì, sono qui, sono Maldive anche le persone, la loro simpatia e generosità! Le altre? Un flop!
Vostra Emma
Ora, prendetevi un minuto di riflessione, e non fate i timidi (ultimamente state dimostrando zittudine). Perché non ci raccontate un aneddoto, vostro o riferito, che possa avere a che fare con la ricerca di armonia con le circostanze, con le situazioni, e che ha richiesto impegno pur di ottenerla?

Diario di bordo pugliese #4

Ieri è stata una giornata ricca di eventi:
– non ho avuto presentazioni
– primo bagno completo con annessa nuotata
– amicizia in via di consolidamento: in Salento dopo due giorni che ci si confida, si stringe un’amicizia vera e Anna (ve la ricordate? l’ho descritta ieri), una volta rincasata, mi ha fatto arrivare in spiaggia dove ero spiaggiata, tramite la figlia, una fettona di focaccia di patate
– il bergamasco non si è visto (sarà che sono arrivata tardi io?)
– ho conosciuto la mamma e il figlio di Elisa e siamo rimasti a chiacchierare finché non ci è finita l’acqua e la lingua si è trasformata in liofilizzato
– Elisa ha già iniziato il mio libro e le sta piacendo. Giuro, non ha bevuto alcolici nè fumato nient’altro che tabacco
– domani si riparte verso il Sud e non so dove mi fermerò
– ho assistito a un magnifico tramonto rosso sulla spiaggia di Punta Prosciutto e credo mi sia preso un leggero mal di gola (ma come la sete, non va via col prosciutto. Ahi, ci cado e scherzo sempre. Sorry
– ho mangiato uno strepitoso spumone di mandorle con fichi
– non ho letto e non ho scritto
E voi, vi prendete mai delle pause di bighellonaggio ozioso che alla fine della giornata non lo considerate perdita di tempo bensì arricchimento?
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Diario di bordo pugliese #3

 

La serata di ieri, a Nardò, è stata incantevole. Nella libreria I Volatori, con un so che di familiare, di accogliente, si è svolta la presentazione di Come il profumo, e sarà per merito del mio mentore nonché relatore Livio Romano, sarà per i sorrisi e gli occhi curiosi di un pubblico attento, e sarà pure perché abbiamo rivolto un pensiero emozionato e partecipato a Philip Roth, il “salotto” si è svolto in un caldo abbraccio empatico.
Grazie quindi al libraio Angelo che mi ha permesso di conoscere tante belle persone. Grazie anche a sua moglie, grazie a Livio Romano, ad Antonella Caputo e a tutti i presenti.

– – –
Dietro indicazione dell’ospite della masseria in cui dimoro, ho scoperto una spiaggetta che dire incantevole è poco. Secondo me ha del magico, questo posto. In questi giorni ho conosciuto Vittorio, un anziano signore bergamasco che ogni giorno preferisce uscire dal villaggio turistico dove alloggia e camminare per due chilometri (e due al ritorno) pur di bearsi dei colori di Torre Squillace. Ho conosciuto Elisa, dagli occhi dello stesso colore del mare più azzurro, aspirante scrittrice, e suo marito. Hanno deciso di cambiare vita e auguro loro felicità e successo per ricompensarli del coraggio che li anima. E infine Anna, un’autoctona, che mi ha confidato parte della sua vita. Sì, ha del magico questo posto.
Però, non vi ho detto una chicca: qui, in questa baia, si affaccia la villa il cui ex proprietario era un tale che risponde al nome di Mogol. Proprio qui, infatti, è stata scritta “Acqua azzurra acqua chiara”, ed è sempre qui che insieme a un altro tale di nome Battisti, seduti sulla spiaggia, si lasciavano ispirare dai seducenti colori del mare.
Non sentite anche voi profumo di salsedine?

Pagina FB Libreria I Volatori

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Inizio dalla Puglia

E già, e chi lo avrebbe detto che il mio tour di presentazioni iniziasse proprio dalla Puglia? Esattamente da Lecce, città natale di mio padre. E di questo, sono sicura, sarebbe stato felice se solo avesse potuto saperlo.
Ormai mancano poche ore e io già mi trovo nei dintorni. Alloggio in una vecchia masseria e si respira profumo di Salento, che amo anche io, naturalmente. Irresistibili paesaggi che offrono colori violenti che trafiggono lo sguardo, il blu del mare e il rosso della terra e il verde degli ulivi. E poi i sorrisi, l’accoglienza, la premura e la generosità tipiche dei salentini. Sono felice e anche tanto emozionata…
Tornando a noi,
Amici pugliesi, leccesi o che vi trovate per caso da queste parti, se potete venite domani alla storica Libreria Palmieri di Lecce, l’appuntamento è alle 18,30.
Seguiranno:
Nardò, il 26 ore 19 (Libreria I Volatori)
Bitonto, il 6 giugno ore 18,30 presso il Salotto Letterario (Libreria Teatro)
Barletta, 7 giugno ore 20 Punto Einaudi di Corso Garibaldi
Andria, 8 giugno ore 19,30 Libreria Didattica 2000
Trani, 9 giugno ore 19,30 Biblioteca di Babele

Vi aspettiamo!