Io lo so

Io lo so cosa hai provato.
Io immagino come sei tornata a casa.
Avrai camminato per strada, da sola, affondando lentamente le gambe inchiodate nell’asfalto molle e procedendo annegata nel buio.
I tuoi pensieri erano evaporati. Non pensavi a nulla, non avevi la forza per farlo. Pensare sarebbe stato inutile e penoso. Percepivi solo il dolore, dolore in ogni singola molecola del corpo tutto.
Carne infranta, dignità oltreggiata.
La gonna era infamata, la camicia lacerata, e il vuoto in testa così ingombrante che avrai evitato a fatica di buttarti sotto a una macchina per cancellare l’orrore, e non doverlo raccontare, e riviverlo e raccontarlo di nuovo, e riviverlo e…
Io lo so cosa hai provato.
Ti sarà sfiorata per un attimo l’idea di dover affrontare il tuo ragazzo, la tua famiglia. E ti sarai sentita sporca, imbrattata dal seme bestiale e dalle vili voglie.
Chiederanno? Taceranno? Capiranno.
Non essendo sicura di farcela, avrai implorato le forze per arrivarci viva, a casa, camminando su quell’asfalto molle, molle, molle, e deformato, infame anche lui.
Opporti ti avrà causato altra sofferenza, e tanto dolore, e giù botte e schiaffi e insulti… poi, e poi, e poi avrai sentito insinuarsi in te l’odiato e l’odio, il disgustoso e il disgusto.
Avrai conosciuto i denti di una tagliola, d’acciaio, affilati, avrai visto ingordi occhi di ghiaccio, avrai sentito la carne puzzolente della bestia feroce.
Io lo so cosa hai provato.
Io l’ho provato a casa, con chi un tempo mi scelse sposa.
Io lo so cosa hai provato.
Io l’ho provato con il mostro che un tempo promise di amarmi, rispettarmi e onorarmi fino alla morte.
E la morte, la mia, è arrivata presto.
Ho sopportato, per la vergogna, per non essere violentata ancora da domande impertinenti, per la paura di scoprire increduli e scettici, per proteggere mio figlio.
Io lo so cosa hai provato.
E per questo decido di spezzare la connivenza.
Ho dolore. Voglio dire, voglio urlare, voglio piangere per il feroce stillicidio di un amore infranto. Ma non posso più tacere. Non posso più sopportare. Decido di spezzare la connivenza, anche se è con la carne della mia carne.
Perché io lo so cosa hai provato.
Sono una vittima anch’io. E non sto parlando di quel mostro al quale dovevo sottostare respirando i fumi di alcol e sopportare le prepotenze e le prese e le strette e le minacce e le botte e i lividi e le fratture e le bugie e i sotterfugi. No, non sto parlando di lui, ma di colui che ti ha ridotto così.
Io, vittima di un amore sbagliato, un amore che non si può più proteggere, non posso, non posso più, e spezzo la connivenza.
Dall’amore cosmico di madre io sono stata estromessa, pur lottando ostinata tra i grovigli di spine che si conficcavano nel cuore cieco e poi eretico e poi ribelle. Domare il drago della natura ingrata è impresa grave e sanguinosa. E maledico, ora, il mio utero che indegnamente lo accolse, e spezzo la connivenza.
Voglio annegare questo amore, questa vita creata dall’inganno.
Un figlio che ho partorito, amato, adorato, un figlio malvagio, erede degli stessi denti d’acciaio affilati e degli occhi di ghiaccio di un padre ignobile.
Un figlio che non conosco più.
Un figlio dal quale mi sto separando. Un figlio che consegno a lei, Vostro Onore.
Addio, figlio mio.

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Dura è la vita dello scrittore ;-)

È una fortuna essere famosi.
Emma, direi, non proprio famosi.
È una fortuna essere abbastanza conosciuti.
Emma, direi che neanche questa sia azzeccata.
È una fortuna darsi da fare per farsi conoscere.
Ci siamo, quasi.
È una fortuna che ti sbatti tanto per far conoscere ciò che hai scritto, sulla scia delle fatiche non solo per la stesura e ristesura e riristesura del romanzo ma per la ricerca dell’editore.
Già, perché quando hai il prodotto finito della tua creatività in mano, ti chiedi cosa devi farci con questo mezzo chilo di carta, giacché non sei un Fabio Volo che non ha bisogno di alzare un solo dito per la promozione (e secondo me neanche per scrivere, ma questa è un’altra storia).
Così ti sbatti per cercare città, librerie, biblioteche, festival per presentare la tua creatura, e ti sbatti per cercare di non far andar deserti gli eventi, soprattutto quando non si tengono nella città dove vivi. Perché, insomma, è normale che lì sei certo che qualche amico o parente verrà.

Ma quanto è lunga questa premessa! Per dirvi poi cosa? Ah, sì, giusto: che tra pochi giorni presenterò il mio romanzo ad Anzio.
Chi conosco? Pochissime persone che hanno assicurato la loro presenza. E poi?
Allora ho preparato locandine e volantini e mi sono premurata di affiggerle e distribuirli in vari locali, supermercati, giornalai, ristoranti, bancomat e stabilimenti balneari.
Ma oggi no. Oggi soffro, soffro di mal di schiena che mi ha bloccata sul lettino, in spiaggia, ma sul lettino, così niente promozione, niente sbattimenti, niente diffusione né affissioni, oggi c’è solo l’intento di trovare in questa sventura almeno l’occasione di leggere.
Giunta l’ora di tornare a casa, con enorme fatica e trattenendo e nascondendo lamenti più vicini a ululati, mi sollevo dal lettino che ormai ha ben marcata la sagoma del mio corpo. Una volta raggiunta o quasi la posizione dell’homo erectus, attraversando tutte le fasi precedenti, mi accorgo che i miei vicini stanno leggendo libri. Intravedendo un minimo di alleviamento al senso di colpa, per essere stata improduttiva, mi sono rivolta a loro esordendo: «Posso disturbarvi? Siccome ho notato che vi piace leggere, posso invitarvi alla presentazione del mio romanzo?», allungandogli così un paio di volantini, nei quali, oltre all’evento del 28, è segnalato l’indirizzo della mia pagina di Facebook.
Simpatici, i vicini. Mi hanno ringraziato e sorriso, sorriso tanto. Ma non sono io che devo ringraziare loro?
A fatica salgo i 107 gradini che portano al viale. Il viale, eh il viale… È lungo cinquecento metri.
Al quattrocentocinquantesimo metro sento BIIIIPPP.
Cos’è?
Un messaggio di un non-amico di Facebook che mi chiede l’autorizzazione per una chat.
Accetto.
Leggo ma non vorrei leggere. Sono stanca, sudata, e il mal di schiana… uhhhhh
È il mio vicino di lettino-lettore, che mi ha ringraziato dell’invito alla presentazione, e mi avvisa che ho dimenticato le telline legate sotto il lettino.
Beh
Che vi devo dire?
Sono tornata indietro non fosse altro per guardare per la seconda volta i loro sorrisi.
Stavolta però erano un po’ divertiti dalla mia distrazione.
Cosa ci volete fare? Sono una creativa, e la creatività rafforza le gambe.

sms

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La bancarella dei ricordi

Il chiasso di Porta Portese, il lungo serpentone di bancarelle di ogni tipo, ognuna con i suoi profumi e i suoi colori, si dissolve ogni domenica pomeriggio tra le manovre dei camion dei rifiuti e il rumore delle bottigliette di vetro vuote che rotolano a ogni ramazzata degli spazzini.
Nell’aria, però, sento ancora l’odore delle frittelle e dei dolci. Distinguo quello evocato dalla memoria. Croccanti di mandorle e miele.
Ne eravamo ghiotte e i primi guadagni erano destinati al loro acquisto.

Eravamo tre liceali: una con i capelli rossi a caschetto, un’altra con le trecce bionde e io, con una montagna di ricci castani.
Ci eravamo organizzate con una bancarella messa abilmente su in quattro e quattr’otto per essere smontata con la stessa rapidità nel caso si fosse avvicinata una guardia. Già, perché la nostra era una bancarella abusiva.
Eravamo state accettate con simpatia dai vicini mercanti che non lesinavano dimostrazioni di gentilezza e premura. I commercianti erano la chioccia e noi tre i pulcini da tenere in caldo e proteggere.
Ogni domenica mattina, arrivavamo con calma, quando ormai il mercato era in piena attività, e ci collocavamo sempre nel solito spazio centrale lasciato libero e difeso dai nostri vicini. Aprivamo uno sgabello da pic-nic sul quale piazzavamo una quarantottore che, una volta aperta, dava sfoggio della nostra mercanzia. Orecchini, collanine e braccialetti lavorati con fili d’argento e decorati con perline di vetro colorate di tutti i tipi, opache o trasparenti, brillavano in contrasto con il velluto nero luccicante con il quale era stato foderato l’interno della valigetta. Eravamo un trio ben assortito e affiatato. Ci univa il fine ultimo di quella piccola attività. I guadagni, infatti, servivano per pagare le vacanze estive. Tutte e tre desideravamo essere autonome e non gravare sul portafogli dei genitori. Autofinanziarci le vacanze era stata un’idea talmente entusiasmante che fu messa subito in pratica.
Una domenica, però, qualcosa mise po’ di scompiglio al nostro entusiasmo.
Intravidi mio padre tra la processione lenta dei passanti diretta proprio verso di noi. Cercai rifugio in una bancarella più in là, seduta su un pouf di cuoio. Schermata da un grande budda di legno e mobiletti indiani, osservai in silenzio attraverso i pertugi di quella trincea e sotto i sorrisi dei miei colleghi adulti e complici.
Era arrivato fin lì, nel cuore del mercato, sorvolando i primi banchi, di questo ero sicura. Non gli interessavano le camicie americane usate, i giocattoli d’epoca, le vecchie camicie da notte in pizzo bianco, i 45 giri di Gabriella Ferri, di Claudio Baglioni o dei Bee Gees, né tanto meno le ciambelle fritte o i croccantini di nocciole o di mandorle. Voleva venire a Porta Portese con una meta precisa, spinto dalla passione per le tracce del passato. Oggetti che raccolgono storie di persone sconosciute e che conservano la memoria di chi non può più raccontarla. Cercava, in particolare, cartoline e libri antichi, meglio se con dedica o anche solo scarabocchi. A volte, lo vedevo intento a fissare quelle vecchie scritte e mi accorgevo dell’emozione che brillava nei suoi occhi azzurri.
Per non tornare a casa a mani vuote, papà aveva camminato penando la calca senza un lamento, mi sembrava di vederlo. Si era spinto fino a metà mercato, e lì, proprio lì, si fermò colpito da una piccola bancarella, la nostra.
Cominciai a temere di essere scoperta e mi rannicchiai ancora di più, sotto i sorrisi trasformati in rapide risate, sempre dei miei colleghi adulti e complici.
Conosco mio padre. Si era incuriosito e al contempo intenerito per quelle che ignorava fossero le mie compagne di scuola. Pur essendo un tipo posato e rigoroso in famiglia, sapeva essere amabile e generoso nelle relazioni sociali. Lo vidi interessarsi alla mercanzia della nostra minuscola bancarella. Ebbi paura che potesse riconoscere la sua vecchia quarantottore. E invece no, dimostrava interesse a quei semplici e colorati gioielli e ne acquistò un paio, sicuramente per aiutare le ragazze. Venne da ridere anche a me e mi tappai la bocca con entrambe le mani, mentre in testa mi arrivavano le sue riflessioni: Non avranno soldi per comprare i libri. Che genitori sciagurati. Lasciare per strada le figlie per soldi. Piuttosto, io mangerei pane e cipolla. Mia figlia, per fortuna, non fa queste cose.
Non avrei mai potuto dire a mio padre che volevo la mia indipendenza economica. Non lo avrebbe mai accettato.

Riemergo dai ricordi.
La via appare immensa, non più accogliente e rassicurante anche nel caos.
Gli operatori puliscono, tolgono dalla strada ogni traccia di Porta Portese, ma non dai miei ricordi.

perline

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Al caldo e al verde

Questo caldo è insostenibile. Sembra sciogliere anche l’ossigeno.
Mi butto sotto la doccia. È fredda. Non per mia scelta, ma per mia negligenza. A dire il vero, è tua la colpa, sei tu che sei fuggito, che mi hai mollato nei casini, e mi hai lasciato il vuoto, anche in testa. Così mi hanno tagliato la luce. Ho pagato la bolletta in ritardo, ho telefonato all’ente gestore e l’operatrice che ha risposto dall’Albania mi ha assicurato che la riallacceranno, però non sa quando giacché si trovano in sottorganico. Tutto gira lento ad agosto, tutto tranne le pale del ventilatore che non girano per niente.
Fa bene, questa freschezza cristallina fa bene. Rinfresca, tonifica. Tonifica anche il cervello che mi spiattella in faccia la realtà.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Sei entrato nel mio mondo come una saetta, incenerendo le difese che avevo eretto. Mi hai persuasa. Ci ho creduto. Ti ho sempre cercata. Ci ho creduto. Ti ho trovata. Ci ho creduto.
Non faccio in tempo ad asciugarmi che già vorrei ributtarmi sotto il getto gelido. Rinuncio. Troppa realtà fa male, e non che stia bene ora. Sì, rinuncio e passo.
Apro il frigo e infilo la testa dentro. Ho tutto lo spazio che voglio, è vuoto, neanche una mela raggrinzita. Già, ma è anche spento. Annuso i residui della produzione che fu.
Musica, ci vuole musica, ci “vorrebbe” musica. Possibile che siamo così schiavi del progresso? Tutto dipende da un maledetto filo staccato. Sogno i transistor di una volta, quelli che andavano a batteria usa e getta. Ora va tutto con le ricaricabili e il filo spezzato impone il silenzio. E allora canto. Canto a squarciagola, tanto chi mi sente?
Tutti al mare, tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare…
C’è poco da cantare. Sono qui, a passare le vacanze a casa. Da sola. Con un ventilatore immobile, un frigorifero spento, un televisore morto e tutto il resto che sopravvive grazie alle esalazioni di batterie agonizzanti.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Te ne sei andato a ferragosto, il primo giorno di ferie, il primo giorno delle nostre vacanze non programmate. Che importa? Hai detto. Abbiamo Roma tutta per noi, senza traffico, senza smog, possiamo andare in qualunque posto vogliamo, siamo liberi.
Sei tu che sei libero di andare con chi vuoi. La biondina che ti si strofinava addosso, quel giorno, tutta effusioni e risatine. È mia cugina, dicesti. Ho incassato, ho fatto finta di crederti. Non volevo rimanere sola a respirare quest’aria bollente. Cugina, cugina, sì sì. La stessa che ti messaggiava cuoricini e bacetti sotto il nome di Idraulico. Pensi sia cretina?
Caldo, afa e noia, caldo, afa e noia. Mi tradisci, ecco qual è la verità. Caldo, afa e noia.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Io sono qui, sola, a respirare noia bollente. Deciso: cambio programma e ammazzo la noia.
Apro la cassaforte, cioè il primo cassetto del comò, prendo il gruzzoletto di ori. C’è la spilla della povera nonna Angelina, la catenina e il braccialetto della comunione, l’orologio dei miei trent’anni, tre anelli con pietre più o meno preziose. Tutto qui? Tutto qui! Ripongo tutto nella borsa. Cos’altro ho di valore? La videocamera che non uso più. Ecco fatto. Tutto in borsa.
Scendo per strada. Un mortorio tra vapori che salgono dall’asfalto rovente. Se mi fermo lascio l’impronta delle birkenstock. Cammino a passo sostenuto. Mi guardo intorno e non vedo un’anima; il frinire delle cicale è l’unico segnale di vita.
Arrivo al box, apro in sequenza la saracinesca, la macchina, il portabagagli e il vano della ruota di scorta, e lì depongo il malloppo. Richiudo procedendo nella sequenza contraria, esco e mi dirigo a casa.
Entro in camera da letto.
Ci penso, ci ripenso, oscillo, decido.
Saltello un po’, quel tanto che basta per farmi salire un leggero affanno. Afferro il cellulare e compongo il numero.
«Commissariato? Venite subito, vi… prego. C’è stato un furto… eh… Scusi, non riesco a parlare bene, ma… sa… sono sconvolta, è entrato un ladro in casa mia e… scusi eh… credo di sapere chi sia».
E tu dove sei?
Con chi stai?
Restaci.

una colonna sonora appropriata… Bella stronza, di Marco Masini

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Una fame micidiale

Mi sveglio sempre con una fame micidiale, ogni mattina.
Non è una fame normale, non si placa con il cibo.
Mi sveglio tra atroci dolori che salgono dallo stomaco al cervello, lasciandomi precipitare in quelle scene che ancora oggi non riesco ad allontanare.
Ho sempre taciuto, ho taciuto per settantacinque anni, ho taciuto ai miei figli, ho taciuto a mia moglie. Avrei voluto tacere anche a me stesso, ma la fame sale, sale sempre, e i ricordi più atroci riemergono con spietata ostinazione.
Questa mattina, prima della fame, sono state le mitragliette a svegliarmi. Un gran trambusto e urla che provenivano da lontano.
La voce di un uomo, come fuoriuscita da un megafono. E poi la quiete. Il silenzio.
Sono tornati. La paura mi strozza il respiro. Paralizzato a letto, non riesco neanche più a sentire la fame. Dove mi trovo? Gli spari e le grida hanno mescolato i ricordi e non so più chi sono. Poi scivolo in quel giorno, quel sabato nero, di nuovo. Sono tornate.
Sono un bambino di ottant’anni, perché la mia vita è finita in quel giorno, e sento l’odore di mamma, e della sua camicia da notte.

Mi ritrovo là, ora. È l’alba del 16 ottobre del ‘43. Un boato. Qualcuno ha sfondato la porta di casa. Poi il rumore di passi pesanti, di stivali di cuoio. Sono gli uomini cattivi. Gridano parole dure che non comprendo. Mi rannicchio sotto le coperte, coprendomi con le braccia gli occhi e le orecchie. Ci prendono e ci portano giù, per strada, dove ce ne sono altri, altri uomini cattivi che strillano parole dure, dure, dure, dure come i proiettili che sentiamo sparare nei vicoli. C’è una grande confusione. Mi aggrappo alla camicia da notte della mamma, non voglio lasciarla, non voglio. Le mani indolenzite non cedono, sono forti, sono marmo, sono aggrappate, sono disperate. Eppure qualcuno riesce a sciogliere la mia presa. Gli uomini cattivi afferrano la mia mamma e la caricano su una camionetta nera, coperta da un telone, e gonfia di anime immobili, rassegnate. Il pianto, congelato, esplode nel cuore. Mentre urlo e mi dimeno, una mano mi chiude la bocca e un braccio mi cinge la vita. Braccia forti che mi tirano via, poi il nulla. Mi risveglio nella casa di persone buone, che hanno salvato me e altri bambini e ci tengono nascosti. Sono sempre sorridenti e affettuosi, ci sfamano, ci insegnano a leggere per trovare nei libri le passeggiate e l’aria dei parchi e dei giochi. Siamo quattro bambini e dormiamo in un lettino. Siamo fortunati, eppure la fame arriva sempre, una fame micidiale.

Rientro dal viaggio nel tempo che mi ha riportato a quel sabato nero. Devo reagire. Cosa sta succedendo?
Riesco a indossare una tuta, non posso sbirciare dalla finestra perché dà su un cortile interno. La vita sembra scorrere come sempre, nessuna preoccupazione si respira nel condominio. L’unico condominio che ho conosciuto da quando sono nato, nei pressi di Portico d’Ottavia, al Ghetto.
Allora cos’è? Cos’erano quelle mitraglie, le urla?
Scendo le due rampe di scale. Una signora le sale trattenendo nelle mani due sporte di plastica. Rientra dalla spesa e non sembra essere allarmata.
Il coraggio di chiederle chiarimenti viene meno. Apro il portone, sbircio, ed esco.
La fame torna e mi corrode lo stomaco e il cervello.
Vorrei rientrare, ma il portone si è richiuso e mi accorgo di non aver portato le chiavi. Sono un vecchio rimbambito, e sono affamato.
Guardo verso destra e dieci metri più in là intravedo una decina di militari. Anche gli occhiali ho dimenticato. Indossano una divisa nera e sulla manica c’è un disegno grande. Fumano, si scambiano qualche parola. Mantengono i berretti sotto il braccio e le mitragliatrici a tracolla. Avverto il sudore scendere lungo la schiena, e siamo ad aprile. La fame mi soffoca la testa, eppure le mie gambe iniziano a camminare verso loro. Voglio uccidere questa fame. Basta. Non ho nulla da perdere, non più. Passo dopo passo, riesco a distinguere lo stemma sulla manica della divisa: è una croce uncinata. Sono le SS. Sono tornate.
La nebbia mi avvolge. Ritorna la fame, una fame micidiale.
Sto per tornare indietro, quando mi scontro con un uomo in borghese. Tra le labbra stringe una sigaretta accesa e con le mani sorregge sulla spalla una grande telecamera.
«Mi scusi, signore», mi dice.
Subito dopo, si sente una voce che con vigore richiama i militari: «Forza, ragazzi, la pausa è finita. Si riprende dalla seconda scena».

memoria

Devi credermi

«Devi credermi, fidati di me.»
«Non ho alternative, però è difficile.»
«Come mi trovi?»
«Sei una bella donna. Molto bella, indubbiamente.»
«E poi?»
«E poi… E poi cosa dovrei dirti? Non ti conosco», risponde il signor Fanti con un velo d’imbarazzo e allo stesso tempo di fastidio.
Greta fatica a mandar giù quel boccone acido.
Ha indossato un abito di qualche anno fa, ma è quello che copre le sue rotondità e scopre il garbo di una femminilità non ancora appassita. Non si arrende, Greta.
Tira fuori dalla sua borsa un libro ingiallito dalla polvere del tempo. Si siede, accavalla le gambe scoprendole un po’, oltre il ginocchio, e ci assesta sopra il libro, aprendolo là dove un piccolo biglietto da visita ne suggerisce il segno. Respira. E recita:

“Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.”

Altro respiro. Sospiro. Greta riuchiude con delicatezza il libro e, lisciando la copertina sciupata, scruta gli occhi dell’uomo.
«Complimenti. L’hai scritta tu?»
«Jacques Prevert», risponde lei, sforzandosi di sorridere.
Trascorrono molti minuti nel silenzio senza che i loro sguardi si sfiorino di nuovo. Lui osserva oltre il vetro della finestra; lei le sue mani, senza vederle. È il tempo della ricerca, delle supposizioni, dei programmi. È forse il sogno di un futuro accessibile e la paura di illudersi, il desiderio di esistere e il terrore di morire.

Dopo tre tocchi alla porta, entra una donna vestita di bianco.

«L’ora della visita e finita, signora Fanti, il paziente deve riposare».

Alzandosi dalla sedia, Greta tende l’ultima occhiata della giornata all’uomo. Lui ricambia, ha gli occhi gonfi di lacrime, sta per pronunciare qualcosa, ma l’intransigenza dell’infermiera lo fa tentennare. Chiude gli occhi, sospira, poi allunga il braccio verso Greta e le accarezza il volto.

magritte

Les Amants, di René Magritte

Fantocci al lavoro

La prima esperienza lavorativa di Alice fu la spudorata dimostrazione che il mondo fuori dal suo guscio familiare ruotava all’inverso. La copriva con un velo di infelicità, che si slacciava al vento dopo la timbratura delle 18:00.
Nel grande ufficio amministrativo, erano impiegate 100 persone: 95 uomini e 5 donne. Alice e Simona erano le uniche a non rientrare nel computo dell’organico aziendale in quanto lavoravano in nero. Erano due. Erano donne. Erano giovani.
La ragioniera Bianchi e la dottoressa Rossi venivano chiamate signora; il signor Sissignore e il geometra Leccapiedi venivano chiamati dottore. Forse per valorizzare la licenza elementare del commendatore, e dare un senso alle riverenze ricevute al suo passaggio. Ma era il grande capo e in quei sistemi funzionava così, alla Fantozzi. L’epoca era quella, e Fantozzi andava alla grande, nella finzione e nella realtà.
Alice stava mettendo su casa, e pur di mantenersi il posto ingurgitava bocconi amari, fatti di situazioni al limite del ridicolo. Lavorava con diligenza, tacendo l’insofferenza. Osservava quei fantocci in giacca e cravatta e a volte sperava che un colpo di strega li colpisse in uno dei tanti inchini. Sorrideva pensando a quei poveracci che abboccavano come pesci alle promesse del commenda e non si lasciavano sfuggire l’occasione per improvvisarsi spie e tradire i colleghi.
Il direttore di Alice, del Nord, era un omone con la faccia quadrata e le lenti spesse come fondi di bottiglia. Sempre sorridente e pacifico. Una sera, terminato un colloquio che lei stessa aveva fissato, lo sentì sbraitare parole incomprensibili, forse in dialetto. In un lampo si ritrovò davanti alla porta della sua stanza.
«Cosa succede, direttore?», chiese sentendo il sangue defluire dalla sua faccia.
«Mi ha fatto perdere due ore di tempo.»
«Non capisco… Me lo ha detto lei di accettare l’appuntamento con l’architetto Biasi.»
«Ma è una donna, e lei lo doveva specificarlo.»
«Non potevo mica dire l’architetta!?»
Il direttore si infuriò ancora di più. Alice invece si impietosì, pensando a quanto anche il suo direttore fosse vittima di quel sistema così scorretto. Ma lui aggiunse: «Dobbiamo lavorare con professionisti, non con donne!», e a lei salì una rabbia che soffocò a malapena.
Pochi giorni e la notizia si divulgò, giungendo alle orecchie del grande capo. Alice aveva intuito di aver commesso un imperdonabile errore. Per loro, ma non per lei.
Incassato il colpo, si liberò di quei lacci che la intrappolavano in un difficile equilibrio. Sopportare per giungere all’assunzione. Rimandare scelte importanti per non sconvolgere la serenità del commenda. Aspettare.
Bussò alla porta del direttore del personale, annunciò il suo imminente matrimonio, salutò con educazione, tornò nel suo ufficio ed aspettò. Aspettò un evento facile, prevedibile, scontato. Aspettò.
Dopo una settimana, Alice fu licenziata. Si sentì libera, e quei fantocci non li incontrò più.
voci-di-donna

Vacanza romana

UNESTATEAROMAPlacare la spudoratezza, far tacere le grida isteriche, spegnermi, queste erano le priorità, e il sedativo fu la soluzione più immediata. Non avrebbe però domato il fermento, la ribellione contro quegli obblighi divenuti soffocanti come l’afa che si respirava in quei giorni a Roma.
Reagii all’oblio e scappai.
La fluidità del buio e la vaporosità delle gambe sospinsero il mio ardire verso un’alba sintetica, un bagliore al di sotto di una balaustra. Qualche passo e mi ritrovai in vetta a Trinità dei Monti. Meraviglia! Scesi i gradini barcollando come un marinaio reduce da una lunga burrasca. Ispirai gli effluvi dei fiori che cingevano la scalinata. La vista di Piazza di Spagna mi rincuorò. Proseguii per quelle scale molli, che sprofondavano sempre più, fino ad arrivare ai piedi della Barcaccia, dove persi i sensi.
Fui ridestata da una voce maschile dall’accento americano che mi porgeva insistenti domande. Poi, credendomi ubriaca, decise di salvarmi a modo suo. Non scorgendo alcun rischio, allentai le difese e in pochi istanti caddi in un sonno profondo che si protrasse fino all’indomani mattina, quando mi risvegliai a casa sua, non senza impaccio.
La lucidità emersa dalla sedazione non offriva più scusanti.
«Sono fuggita dal collegio. Almeno per un giorno, vorrei vivere come una qualunque ragazza della mia età».
La comprensione e la gentilezza di Joe, questo era il suo nome, mi rassicurarono. In sella al suo scooter, vagammo per la città, visitando il Colosseo, i Fori Imperiali, il Pantheon. Percepivo nel suo sguardo un imbarazzo che via via sfumò. Era meravigliato dalla mia meraviglia. Continuava a scattarmi foto con il suo iPhone per fissare la bellezza del mio stupore, disse. E io non mi sottrassi. Girò anche un video mentre infilavo la mano nella Bocca della Verità, chiedendomi se veramente fossi scappata dal collegio. Avvampai. Poi mentendo risposi sì.
A notte inoltrata mi riaccompagnò verso casa. Per non tradire, dovevo tornare. Pochi istanti e mi persi nel suo sguardo. Sapeva. Aveva capito. Eppure assecondò i miei desideri. In silenzio. Poi mi abbracciò sussurrando: «Tranquilla, le foto non le pubblicherò. Le terrò per me. Posso averti solo così». Lo ringraziai, lo baciai e m’incamminai verso l’ambasciata, trattenendo le lacrime e con un senso di oppressione nel profondo di me.
Ho amato la libertà di quel giorno: passeggiare al mio ritmo, mangiare il gelato tra la gente, sciogliere i capelli al vento.
Ho imparato a vivere, a sorridere, a flirtare.
Ho imparato a raccontarvi tante bugie, perché questa storia è inventata.
Non sono una principessa. E Joe non è Gregory Peck.

by Emma Saponaro

In occasione dell’evento Libri di Notte, pubblicato nell’antologia “Un’estate a Roma”, edito Giulio Perrone Editore

Il quadro della situazione

Complicazione.
Riscossa l’estromissione da quelle stimolanti vertigini passionali, che credevi non finissero mai, ti senti circondare dalle dune dorate di un infinito deserto, e la bocca colma di sabbia pungente. Tutto appare fiacco, smorto, dormiente. Deprimente. Ti appelli ai ricordi, a quei momenti di attesa, a volte sconvolgente, perché sapevi che sarebbe arrivato quel tocco su quelle precise corde, perfette per far vibrare il corpo intero, e quando la scossa si irradiava fino all’apice del capo, svincolavi la pressione di una frenesia lievitante affinché inseguisse bolle di voluttà.
Coraggio.
Il corpo continua a fremere, a reclamare. Non puoi solo appellarti ai ricordi, lo sai bene.
Rimosso ogni pregiudizio, ogni remora, ascolti una supplica che sussurra dal tuo intimo. L’hai sempre ascoltata, l’hai sempre censurata. Ora i tempi sono maturi e il coraggio di liberarla e fargli spiccare il volo si sta schiudendo. L’ossessione si impone al controllo, l’indecenza alla dignità, l’esigenza al pudore. Ti aggrappi solo a quel pensiero, l’unico che potrebbe salvarti da questo sventurato torpore.
Interpretazione.
Ti rianimi al pensiero di vedere il suo corpo nudo, non completamente però. Desideri che il ventre sia coperto da un tutù. Un tutù bianco. Un ampio tutù con morbidi volant a cascata di tulle trasparente, vaporoso. Evanescente. Evanescente la tua testa, la tua ragione, la tua pudicizia. Sei preda dell’urgenza, del tormento nel quale sprofondi arrendevole alla gravità del tuo appetito. Contemplare la sua vita strizzata nella diafana gonna spalanca la porta alla smania scalpitante. Scoprire il suo sesso come se fosse la prima volta sfogliando il suo ventre un velo dopo l’altro aggrava l’ardore, e non passa inosservato. La brama famelica vuole sfrondare il corpo, la carne, dai grossi petali vaporosi.
Risveglio.
Sfumati l’ardito pensiero e la spudorata fantasia, tutto si palesa come è sempre stato. Il suo corpo, il tuo, la scaletta dei preliminari, i movimenti prevedibili, i sussurri scontati, il rapporto carente di mistero, esente da qualsiasi ambiguità. Ti vergogni delle tue fantasie, ti imbarazzi. Guardi un’ultima volta il corpo dell’amante vestito di ridicole immaginazioni, e sorridi e arrossisci. Lui ti chiede, tu non osi. Poi ti fai seria e lo implori di sostituire il Degas appeso sopra il letto con un Kandinsky.

by Emma Saponaro
Per l’antologia I vizi capitali – L’Erudita – Giulio Perrone Editore

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