Last morning train to London

By Emma Saponaro & Adam Bishop

Brighton Central waiting room, the man sat opposite me with a bag. ‘Hmm, nice. He shops at Zara’, I thought. He must have had quite a morning’s shopping and was sweating profusely. His look was tantalizingly lost in a vacuum except for fleeting moments in which his eyes darted to me. I supposed he found me attractive.
“Are you headed for London too?”, I asked.
The man didn’t reply and so I asked him again.
“Are you headed for London?”
This time he turned towards me and answered with a simple “Yes”.
I insisted.
“What are you gonna do in London? Business or pleasure?”
He seemed annoyed at this point. But he replied anyhow.
“I’m going with my wife”.
I knew it was an excuse because I couldn’t see his wife anywhere around.
“Don’t worry. It’s not a problem if you’re married or not.’
I expected the man to relax and maybe smile but instead he froze, clenching his jaw.

“The 10.15 Express for London is now leaving from platform 4, The 10.15 Express for London is now leaving from platform 4.”

I looked at him and he looked at me. While we were getting to our feet I noticed he was struggling to lift the bag.
“Let me help you with your shopping”,  I said, as I reached for the bag.
He pulled back, surely out of politeness, I thought.
Grabbing a handle, I yanked it out of his grasp but, heavier than I had imagined the contents spilled out onto the floor.
“Now, you’ve met my wife”, he announced solemnly.

Foto tratta dal web

Traslation

Ultimo treno della mattina per Verona

 Sala d’attesa della Stazione di Trento, un uomo è seduto di fronte a me con una borsa. ‘Hmm, ottimo. Gli piace fare shopping da Zara’, penso. Deve aver fatto molti acquisti, è molto accaldato. Il suo sguardo è stuzzicante e perso nel vuoto tranne per alcuni momenti sfuggenti dove i suoi occhi sfrecciano verso me. Suppongo che mi trovi attraente.
“È diretto anche lei a Verona?”, gli domando.
L’uomo non risponde, così chiedo di nuovo.
“È diretto a Verona?”
A questo punto, si volta verso di me e risponde con un semplice “Sì”.
Insisto.
“Per quale motivo si reca a Verona? Lavoro o piacere?”
Sembra infastidito, ora; però risponde comunque.
“Sto andando con mia moglie”
Sicuramente è una scusa, perché non la vedo da nessuna parte.
“Non si preoccupi. Non è un problema se lei è sposato o meno.”
Spero, in tal modo, che ora finalmente possa rilassarsi e magari sorridere anche un po’. Invece no, si sta irrigidendo, a tal punto da contrarre visibilmente la mascella.

L’espresso delle 10.15 per Verona è in partenza dal binario 4. L’espresso delle 10.15 per Verona è in partenza dal binario 4.

Io guardo lui e lui ricambia. Mentre ci stiamo alzando, noto che è in difficoltà a sollevare la borsa.
“Lasci che l’aiuti con i suoi acquisti”,  dico mentre tendo la mano per afferrare la borsa, ma l’uomo la ritrae verso di sé. Strano gesto, ma che denota una certa riservatezza. Così insisto e afferro un manico per sottrarlo dalla sua presa. La borsa è più pesante di quanto immaginassi, così il contenuto si rovescia a terra.
“Ora hai conosciuto mia moglie”, mi annuncia solennemente.

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Autori per il Giappone

E’ stata della scrittrice Lara Manni l’iniziativa di creare un blog allo scopo di sostenere attività benefiche per i bambini giapponesi colpiti dalla catastrofe dell’11 marzo scorso.
Il sito, Autori per il Giappone, raccoglie racconti, poesie e immagini sia di grandi firme sia di chi scrive semplicemente per diletto.
Autori certamente diversi tra loro, ma che in comune hanno il desiderio di usare le parole per aiutare il Giappone.
Se sei uno scrittore, invia un racconto – edito o inedito – di non più di due pagine all’indizizzo info@autoriperilgiappone.eu, e segui le indicazioni riportate sul sito.

L’INVITO è il seguente:
Per gli scrittori, di inviare un contributo letterario ed economico
Per i lettori, di leggere qualche racconto pubblicato dagli autori, elencati in ordine alfabetico, e in cambio offrire un contributo economico.
Anche  un euro può aiutare.
Tutte le donazioni saranno gestite unicamente dall’associazione Save The Children.

Io sono felice di aver contribuito, e tu?

DIFFONDETE, SE POTETE!

 

EDIT

Lettera di Save The Children:
Gentile Lara Manni e gentili autori,
con la presente lettera confermiamo il nostro interesse e sostegno al progetto online “Autori per il Giappone”, nato per volontà di Lara allo scopo di sostenere le attività benefiche dedicate ai bambini e  alle famiglie giapponesi colpite dalla recente catastrofe. Rimaniamo in attesa di conoscere con maggior dettaglio lo sviluppo e le attività collegate all’iniziativa. Con l’occasione ringraziamo tutti gli scrittori per aver scelto di sostenere le attività di emergenza di Save the Children Italia in Giappone.
Cordiali saluti,
Francesca Ursaia
Responsabile Eventi
Save the Children Italia

Centocinquanta Auguri, Italia!

L’italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra.
Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.

(Sandro Pertini)

Piangi, che ben hai donde, Italia mia.
(Giacomo Leopardi)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
(Dante Alighieri)

Lo specchio del tempo

Aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani.

(Lucio Dalla, Futura)

Quasi tutti pensavano che l’uomo e il ragazzo fossero padre e figlio, probabilmente per la straordinaria somiglianza che li univa.
Era una fredda mattina di febbraio. Il cielo era terso e il sole diffondeva un piacevole calore. Seduti in un bar dell’aeroporto, parlavano uno di fronte all’altro sorseggiando caffè. In quel momento la radio stava trasmettendo la voce graffiante di Lucio Dalla che cantava Futura. Nessun’altra colonna sonora sarebbe stata più adatta a quella situazione.
– Non devi partire, dammi retta. – Disse l’uomo, rivolgendosi al ragazzo con tono persuasivo.
– Io devo partire. In Giappone farò carriera. – Obiettò il ragazzo, ma, non ricevendo risposta e dopo un momento di esitazione, continuò: – Ammesso che io ti creda, cosa dovrei fare?
– Non devi partire e basta.
– Ma perché?
– Perché la perderai definitivamente, e non te lo perdonerai mai. Nessuna donna che incontrerai sarà come Matilde. Maledirai questo giorno, credimi.
– Follia! Questa è pura follia. – Sussurrò il ragazzo, voltando lentamente il capo da una parte all’altra, con espressione tetra e inebetita allo stesso tempo.
– Voglio sapere di più!
– Lei si ammalerà. Sposerà, pur non amandolo, un tipo insulso che le offrirà una sicurezza economica. Matilde, schiacciata dalla solitudine, si farà convincere, non foss’altro per non far crescere sua figlia senza un padre.
– Hai detto “sua figlia”?
– Te lo ha detto che è incinta, giusto?
Improvvisamente, il ragazzo fu pervaso da un tremore che aumentò il disagio. Respirava a fatica e, con un gesto rapido, si tolse la sciarpa che gli dava la sensazione di soffocamento. Era stupito, ancora incredulo, ma anche curioso, spaventato. Finalmente il coraggio arrivò e riprese il dialogo: – Sì, me lo ha detto, ma ha aggiunto che il momento è sbagliato e non ha intenzione di portare avanti la gravidanza.
– Balle!
– Scusami, non mi sento molto bene. – Si lamentò il ragazzo, dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua tutto d’un fiato.
– So che è difficile, ma ora devi credermi. Ascolta, Matilde ti ha detto così solo per paura che ti sentissi intrappolato. Sa benissimo quanto tu tenga a questa dannata carriera, che un giorno maledirai per averti fatto perdere tutto, tutta la tua vita. E poi, ciò che ti ha detto Matilde voleva essere una specie di test.
– Test?
– Sì, per vedere come avresti reagito, e invece tu cosa hai fatto? Hai detto che aveva ragione e che non avresti voluto rinunciare alla tua promozione. Coglione!
– Vero, esattamente questo, ma…
– Niente ma. Ora spero che tu sia convinto di come stanno realmente le cose.
Il ragazzo continuava ad avvertire capogiri e ora anche un leggero senso di nausea. Aveva la sensazione di vivere in un sogno, ma questo non gli tolse la forza di continuare a parlare.
– Dimmi di più. Cosa succederà?
– Non voglio farti del male.
– Voglio saperlo, per Dio! – Urlò, sbattendo un pugno sul tavolo e attirando l’attenzione dei presenti.
– Ok, ti dirò tutto. Non resisterà. La depressione prenderà il sopravvento e la spingerà al suicidio. Si getterà dal quinto piano della sua abitazione. Cadrà sul tetto della Volvo di suo marito, non morirà subito ma non farà in tempo ad arrivare all’ospedale.
– E la bambina?
– Lei, la piccola Aurora, avrà solo due anni quando la mamma morirà. Il marito è un noto chirurgo e, contrariamente a quanto voleva far credere a Matilde, non gli piacciono i bambini, così la scaricherà ai suoi genitori, due notai tutti d’un pezzo che non sapranno dimostrare affetto alla dolce Aurora. Lei fuggirà dai nonni e se la caverà lo stesso: si laureerà in economia con il massimo dei voti, diventando broker a Londra.
– Santo cielo! – Il ragazzo si accasciò sul tavolo, poggiando la testa sul braccio. Le emozioni che percepiva erano intense, troppo, e lo annichilirono fino a trascinarlo in un pianto disperato che servì a liberarlo dalla tensione che aveva fin lì accumulato. Lentamente cominciò a intravedere una luce, una speranza, una via d’uscita e chiese all’uomo: – Ma tu…?
– Io cosa?
– Come hai vissuto in tutti questi anni?
L’uomo ordinò un cognac, che bevve in un sol sorso. Ingurgitare tutto d’un fiato significava bruciare e cancellare ciò che era stato e che poteva essere diverso.
– Non ho vissuto, mi sono lasciato trascinare dalla vita. Purtroppo, o per fortuna, non ho avuto il coraggio che ha avuto Matilde, ma sapessi quante volte ho pensato di porre fine alla mia sofferenza. Ho conosciuto donne, tante, belle, intelligenti. Non ho mai dormito con nessuna. Pensavo solo a lei. Sono trent’anni che penso a lei e che maledico quel giorno.
– Dov’è? – Chiese il ragazzo, acquistata la giusta lucidità per reagire.
– Se non ricordo male, oggi ha un’udienza, ma per il pranzo è libera.
Il ragazzo si alzò di scatto e andò via di corsa, dimenticando la sciarpa sul tavolino.
Arrivò in taxi davanti al tribunale, e lì aspettò trepidante Matilde per un’ora e mezza, non distogliendo mai lo sguardo da quel portone angusto, fino a quando la vide uscire. Indossava un cappotto doppiopetto, lungo e nero, che a lui piaceva tanto. Lei si voltò come se avesse sentito un richiamo e lo vide. Dapprima i loro sguardi si incrociarono, rimanendo così per lungo tempo, fino a quando anche i loro corpi ebbero modo di incontrarsi.
– Sono stato uno stupido. Lasciarti per la carriera!
Matilde non rispose. Aveva gli occhi inumiditi dall’emozione inaspettata. Ma nel suo sguardo si leggeva tutta la felicità che stava provando, per un amore che pensava perduto per sempre.
– E, naturalmente, la frugoletta la terremo, no?
– Che ne sai che sarà una femmina? – Domandò Matilde divertita.
– Lo so e basta.
– Sai anche come si chiama?
– Sì, la chiameremo Aurora, e sarà bella come la mamma.
Era tutto deciso. Era riuscito a cambiare il corso della sua vita e a dargli un senso. Tutto questo per merito di sé stesso. Sarebbe stato un segreto che non avrebbe mai potuto svelare a Matilde: il segreto di un incontro con sé stesso più vecchio di trent’anni.

by Emma Saponaro

Classificato finalista del 2° Concorso letterario “Caterina Martinelli”
e selezionato e pubblicato nell’Antologia “Un incipit da Re” (incipit di Stephen King)

Foto tratta da web (by Shimoda7 – deviantart)

La guerra di Piero

Avvertenza: questo è un vecchio pezzo, uno sfogo personale, scritto il 13 dicembre 2005, selezionato e pubblicato su Wema (Web Magazine). Ho voluto inserirlo in questo mio nuovo spazio.

Nonno Ernesto, ex giovanetto del ’99, quando parlava della 1a Guerra Mondiale, aveva sempre gli occhi lucidi, sebbene fossero passati settant’anni da quando si trovò di fronte tre fratelli che ebbero il torto di essere austriaci. Me lo ripeteva spesso, come una cantilena. Era ormai ultranovantenne e non aveva mai dimenticato. Diceva: “Ma io l’ho detto al prete che ho ucciso tre austriaci, ma lui mi ha risposto che non è peccato, perché eravamo in guerra”. Già, per il prete forse no, per Dio forse no, ma per lui era un atroce peccato che non si è mai perdonato e che si è portato nella tomba. Non pensava al perché della guerra, a ciò che era giusto o meno, pensava che quei tre ragazzi avevano il diritto come lui di continuare a vivere.
Nonno Giulio era stato anche lui un giovanetto del ’99, ma quando è morto io avevo appena otto anni. Lo ricordo come un uomo molto dolce, simpatico e goloso; molto goloso. Non riusciva a imporsi, anche alle tre di notte, di fronte alla tentazione di quel bell’elettrodomestico bombato con il pedale, ma che “accidenti a lui” – ripeteva sempre – non risparmiava nessuno scricchiolio che inevitabilmente svegliava la figlia con la quale viveva e che accorreva “accidenti a lei” – diceva, sempre lui – per impedirgli di addentare anche solo una semplice mela, neanche fosse la tentazione del diavolo. Poteva Zoppas essere il travestimento del diavolo-serpente? Questo me lo ricordo benissimo e pensavo anche che tutto era causa, non solo del suo diabete, ma della fame nera che aveva sofferto e che in quegli anni non risparmiava quasi nessuno, tanto meno i soldati. Era questo, secondo me, che faceva apparire il frigorifero, e tutto il suo contenuto, come l’oggetto del desiderio.
Questo è uno dei ricordi che ho di nonno Giulio. Questo e altri, che, con l’aiuto dei racconti di mia madre, la figlia, mi porto dietro custoditi nel cofanetto dei miei ricordi più preziosi.
Riguardo alla guerra, mia madre mi raccontava ciò che nonno ripeteva sempre: si mandava in prima linea chi aveva meno familiari da far piangere.
Una frase, tra le tante, che non dimenticherò mai, riguardava l’aver ricevuto una medaglia che voleva essere un premio, ma che imprimeva, nel cuore e nella memoria del soldato, uno dei tanti eventi che la bruttura della guerra regala inevitabilmente e indiscriminatamente. La frase era questa: “Ma quali eroi!!! Correvamo disperati contro quelli che ci dicevano essere nostri nemici, ma in quel momento vedevamo solo ragazzi come noi, e continuavamo a correre e pensare se fosse giusto o no, e correvamo, con il sudore che ci scivolava lungo la schiena e le feci che imbottivano le nostre braghe! Altro che eroismo, era paura, paura vera!!!”.
Ieri ho visto i filmati amatoriali, girati da soldati italiani a Nassiriya. Ho sentito tante frasi. “Annichiliscilo” era la più ricorrente. E poi: “Finiscilo, ancora si muove”, “Bravo, lo hai ammazzato”. Esultazioni o esaltazioni, mah, come: “Wow”, “Bravissimo, Paolo”.
Probabilmente è normale che un soldato si comporti così in guerra, anche se non doveva essere “guerra” ma “azione umanitaria”; probabilmente per vincere la paura, l’uomo diventa gradasso, cinico e…
Non mi stupisco di aver visto azioni di guerra, non penso ci sia ancora qualcuno che creda che i soldati italiani fossero partiti solo per ricostruire strade o portare acqua. Ma non voglio fare polemica. Oggi non mi interessa parlare di questo!
Quello che mi ha impressionato è stato vedere lo stato d’animo di questi soldati che, evidentemente, ben celavano la paura… o, meglio, voglio sperare questo. Quello che ho visto stanotte è stato come assistere ad un video game. Esultavano al bersaglio colpito… che non era mica una lattina di coca cola, no, era una VITA.
Non riesco a continuare, perché reputo sia riduttivo scrivere in poche righe il trambusto di emozioni che stanotte mi hanno tormentato, e facendo riemergere piccole memorie raccontate di una guerra ormai ben troppo lontana.
Ma il concetto l’ho espresso, spero, ed è quello che volevo. Sarà banale, lo so, ma non posso fare a meno di continuare a pensare che la violenza annienta l’uomo e lo priva di tutti i buoni sentimenti. La violenza esalta l’esaltazione, annebbia la ragione e rende l’uomo una delle bestie più cattive e feroci.

(…) e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore (…)

La guerra di Piero – Fabrizio De André

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

Un viaggio inebriante

Il vetro rotto di un quadro attira sempre la mia attenzione. Nel caso specifico, si tratta di un quadro appeso in salotto e, ogni volta che ci passo davanti, la visuale si focalizza esattamente dove manca un pezzo di vetro. Eppure, nonostante l’irritazione che puntualmente avverto alla sua vista, dimentico sempre di portare il quadro dal corniciaio. Oggi, però, ho provato una nuova sensazione. Posando lo sguardo sul solito quadro, sono andata al di là del vetro e, chiedendomi allo stesso tempo il motivo per il quale non lo avessi fatto prima, mi sono fermata a osservare quella che ingiustamente avevo sempre trascurato: la litografia di Cascella. È stato inevitabile cadere in preda a una profonda contemplazione, probabilmente per compensare la mia scarsa considerazione nei suoi confronti, almeno fino a oggi. Così, osservandola accuratamente, ora mi ritrovo tuffata tra le sue “mimose”, che danno nome, appunto, a questa opera.
La stravaganza di questo pensiero mi sta trascinando in un viaggio fantastico e ne approfitto, lasciandomi travolgere senza opporre alcuna resistenza.
Mi arrampico sulla cornice e poi, dopo aver trovato il pezzo di vetro meno tagliente, riesco, con un gran salto, a cadere proprio in braccio alla mimosa più grande. Mi sento avvolgere e quasi soffocare dai suoi rami fioriti. Il giallo dei suoi fiori, così solare e caldo, invade il verde smeraldo del prato che da quassù appare da sfondo. È uno splendore che inebria la mia vista. Scendo dall’albero con un altro salto e atterro sul prato soffice e generoso. Guardando di nuovo la mimosa, questa volta dal basso, la prospettiva è cambiata, e anche i colori: ora a fare da sfondo è l’azzurro del cielo e immediatamente lo stesso giallo delle mimose adesso appare dissonante con quell’azzurro.
Mi guardo attorno, passeggio incuriosita, rendendomi subito conto che sono sola, il che mi permette di assaporare al meglio tutto il paesaggio e la sua atmosfera.

Inizio a odorare in profondità il profumo dei fiori. L’inebriante fragranza mi catapulta in un’altra realtà, dove, con piacevole confusione, mi ritrovo spintonata da emozioni e ricordi: profumo di mimosa, profumo di primavera, il mio primo bacio, la voglia di liberarmi dalla costrizione degli abiti pesanti e dagli umori cupi, voglia di uscire, di annusare, di respirare colori e sorrisi, voglia di guardare la luna e di inspirare l’umidità della notte e il calore del giorno. Vivo l’estasi; vivo percezioni parallele che mi sollevano dall’asfalto e mi isolano dai rumori della vita.
Alberi di mimosa fioriti, colorati, profumati, tutti per me.
Mi sdraio sul tappeto fitto e morbido di erba e, seppur sovrastato dal profumo imponente delle mimose, riesco a percepire anche il suo.
Lo squillo del campanello di casa interrompe l’incantesimo, ma non completamente. Cerco il solito vetro meno tagliente e lo scavalco, con uno slancio mi tuffo sul divano. Morbido sì, ma preferisco il prato.
Controvoglia, mi alzo e sbuffando mi dirigo verso la porta. Guardo stizzita dallo spioncino e, accorgendomi che al di là della porta c’è un rappresentante di aspirapolvere, la stizza aumenta e decido di non aprire. Voltandomi mi viene naturale guardare fuori il terrazzo; tra le tante piante che lo arredano mi salta agli occhi un angolo ancora sgombro. La posizione giusta per inserirci un albero di mimosa.

by Emma Saponaro

L’occasione perduta

«Mi chiamo Olga, lieta di conoscerla» sono stata costretta a rispondere a questo bellimbusto piazzato davanti a me. Lui è Attilio, uno degli uomini più boriosi, presuntuosi e antipatici dell’universo. Basta guardare come si concia: jeans stretti, stivali a punta di cuoio consunto, camicia azzurra e, dulcis in fundo, giacca di camoscio sfrangiata. Questo è il suo abbigliamento abituale, che ben si abbina con quella sua inelegante camminata a gambe larghe, come se fosse appena sceso da cavallo. Oltre tutto, passeggia tenendo i pollici rigorosamente inseriti nelle tasche dei jeans. Ridicolo! È proprio l’uomo più ridicolo del quartiere.
Ora mi sta fissando attraverso i suoi occhiali a specchio. Che maleducato; come si permette?!
«Olga, se vuole l’aiuto…»
«Grazie, non ne ho bisogno» rispondo tempestivamente. Troppo tempestivamente.
Osservandolo bene non è poi tanto male. Per dirla tutta, il suo abbigliamento esalta un corpo atletico che fa intuire un’assidua attività fisica. Ora che sta qui, a pochi centimetri da me, devo ammettere che è un bel ragazzo. E mi sta ancora guardando; sicuramente sta tentando un approccio. Che imbarazzo, che situazione… che fortuna!!!
«Olga, insisto, queste buste hanno tutta l’aria di esser pesanti; non faccia complimenti»
Complimenti io? No, sì, forse, non so. Perché gli ho risposto di no? Per una volta che la provvidenza si è accorta della mia esistenza, non posso voltarle le spalle. Visto che ho l’occasione di averlo vicino, che posso parlarci, potrei… dovrei approfittarne. E poi, non è poi così antipatico, anzi, sta dimostrando premura e gentilezza e forse anche interesse per me. In fondo, il suo abbigliamento non è ridicolo, ma solo… particolare. Anche se veste da cowboy, che male c’è?
«L’abito non fa il monaco»
«Cosa?»
«No, scusi, ecco… volevo dire… che le sporte in realtà non sono poi così pesanti»
«Va bene, non insisto, come vuole lei»
Che stupida che sono, sto perdendo una buona occasione, forse l’occasione della mia vita. Olga stai tranquilla, serena, respira piano e lentamente, riprenditi e approfitta di questa fortuna, sì fortuna, caduta come la manna dal cielo. Hai quarant’anni e ancora non hai un fidanzato, non ce l’hai mai avuto. Il dato certo, oggettivo, incontrovertibile è che siete da soli, vicini e lui ti sta guardando e parlando. Approfittane. Forza e coraggio!
«Scusi, ehm… ci avrei ripensato: approfitterei volentieri della sua disponibilità»
Che figura. Sto percependo disagio, mi sento incapace, impacciata e perfino agitata, praticamente sento tutto ciò che non desidero sentire. Eppure mi sta ancora guardando. Cosa faccio? Ho deciso: mi lancio, come va va.
Mentre sento salire una vampata di calore dai piedi alla testa, avverto alcuni scossoni, piccoli ma decisi movimenti a scatti, il cuore pulsa, batte forte. Anche lui prova la stessa cosa, e si nota. Sorride e mi rassicura.
«Ha visto? E’ tutto passato… ce l’abbiamo fatta»
Solo pochi minuti sono trascorsi, eppure hanno dato un senso a questa giornata, destinata con il suo grigiore a far compagnia a tutte le altre.
Saliamo lentamente. Ecco, siamo arrivati al piano. La porta si apre, usciamo.
«Buongiorno signori, scusate se vi abbiamo fatto aspettare molto, ma eravamo impegnati a risolvere un altro guasto. Gli ascensori di questa zona cominciano ad esser abbastanza datati…»
Grazie Cowboy.

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

"Cancella spesso, se vuoi scrivere cose che siano degne d'essere lette." (Orazio)

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