Concorso letterario “Parole di Pane” su OSSERVATORE INTERNAZIONALE

Concorso letterario “Parole di Pane”
(leggilo su Osservatore internazionale)

Scade il 30 marzo il termine per partecipare al concorso

“Un concorso letterario volutamente autotassato e fuori dagli schemi, soprattutto da quelli appartenenti alla logica dei concorsi a pagamento.” È ciò che dichiarano le organizzatrici di Parole di Pane, il concorso letterario che vuole essere una occasione di incontro-confronto con chi, come loro, nutre la passione per la scrittura e per l’arte in generale.
Diamo uno sguardo al tema ultimamente forse troppo abusato, ma accattivante o, è il caso di dire, appetitoso: il Cibo.
Ricette di ogni tipo, consigli sul modo di cucinare polenta, carne o verdure, e una serie di pietanze dimagranti, ingrassanti, salutiste, vegan o a tema, si trovano in una varietà infinita di testi. Qual è allora la particolarità di Parole di Pane? Per prima cosa le origini. Tutto nasce da un incontro – scontro tra due scrittrici – Emma Saponaro e Diana Sganappa, conosciute come Diana&Emma – che stringono amicizia sul web: una, grassa, che pensa a cucinare e l’altra, magra, che segue perennemente le diete. Gli opposti si attraggono? Cerebralmente, sì.
Entrambe amano ciò che il cibo rappresenta: convivialità, condivisione e cultura. E proprio su questa terza accezione si posa l’accento, perché un sapore tramandato fa parte della storia di una famiglia, come di un popolo.
Con la realizzazione dell’antologia “Parole di pane” – che verrà pubblicata sotto il patrocinio dell’Accademia Barbanera – le Autrici intendono raccogliere brevi racconti che rappresentino usi, emozioni e suggestioni alimentari di ogni latitudine e spazio temporale, e in questa condivisione creare una mensa comune di sapori e culture.
I brani da pubblicare saranno scelti dagli Autori stessi, che saranno incaricati di valutare un certo numero di elaborati in forma anonima.
Alla pubblicazione seguirà una manifestazione che comprenderà, oltre alla consegna di un volume agli Autori selezionati e la lettura dei primi cinque racconti, momenti di intrattenimento che le organizzatrici si riservano di svelare solo pochi giorni prima dell’evento.
Però si lasciano sfuggire che verrà allestito un bookshop per gli esordienti e…
Il bando del concorso è scaricabile dal loro blog  http://lastranacoppa.wordpress.com, nella sezione dedicata a “Parole di Pane”.
Per qualsiasi informazione scrivere a paroledipane@libero.it

Regolamento per partecipare a “Parole di Pane”

Questo è un concorso letterario al quale si accede con un contributo di spesa di 15 euro.
Un concorso “a pagamento”, ma contrario ai concorsi letterari a pagamento.
Vi chiederete dove sia la logica, è naturale. Partite dal presupposto che Diana ed io non siamo né una Casa editrice né un’Associazione. Non siamo neanche tipografe né libraie. Siamo semplicemente due persone che amano la letteratura e tutto ciò che ruota attorno a essa. Abbiamo avuto una possibilità, quella di incontrare l’Accademia Barbanera, al cui Presidente è piaciuto il nostro progetto. Da questo momento in poi, la nostra idea ha cominciato a concretizzarsi e in breve tempo abbiamo proceduto alla stesura del bando; per questo ci scusiamo degli eventuali errori che potrebbero emergere, ma l’entusiasmo ha preso il sopravvento e di questo vi chiediamo scusa. Del resto penso che questo succeda proprio quando si lavori in piena autonomia e libertà. (L’Accademia ci ha dato “carta bianca” è il caso di dire!).
Per chi è già iscritto al gruppo di Facebook “Concorso letterario di Parole di Pane” sa che abbiamo anche sottoposto all’attenzione degli aspiranti candidati un sondaggio con il quale è stato chiesto di scegliere tra due quote di partecipazione: 10 euro, per la pubblicazione in una Antologia dei primi 50 racconti più votati e la spedizione a domicilio dell’Antologia stessa; 15 euro, con quanto sopra e in aggiunta la realizzazione di una bella cerimonia di presentazione/premiazione. Una occasione per potersi confrontare sulla passione che abbiamo in comune. Una  festa!
Non ci aspettavamo che tutti, o quasi, avrebbero votato 15 euro, pur essendo contrari ai concorsi a pagamento. C’è chi si è proposto di voler venire a suonare con il proprio gruppo, una soprano che vuole cantare, chi vuol portare il pane fatto in casa o i dolci. Non vi sembra fantastico? Sicuro è che ci sarà tanta tanta sangria, anche bianca (vero Diana? quella la faccio io).
Naturalmente, se avanzerà, il denaro sarà dato in beneficenza. E spero che sia così!
Ma non è tutto.
Sto cercando tra i miei contatti più “prestigiosi” qualcuno che si offra di disegnare la copertina del libro. E qualcun altro che si offra per scriverci un’introduzione.
Ora mi manca solo di imparare ad usare quel programma che ho sempre odiato: Excel.
Beh, volevo inserire solo il link, ma poi mi sono dilungata. Sapete… l’entusiasmo non è ancora sfumato. Visto che ci sto, vi dico anche che la Giuria è composta dagli stessi Autori.
Abbiamo voluto organizzare questo concorso nell’assoluta trasparenza, con spirito di collaborazione e offrendo la possibilità, a chi non ne ha mai avuto la possibilità, di vedere il suo racconto pubblicato in un’Antologia.
Chiudo qui.
Auguri a tutti i partecipanti!
Ora rimando alla pagina dell’altro blog, quello di Diana&Emma, riservata al Concorso letterario “Parole di Pane”

Per ora troverete il bando per partecipare; per ogni dubbio, perplessità o richieste di informazioni,  non esitate a chiedere scrivendo a paroledipane@libero.it

Bando del Concorso Parole di Pane

Concorso letterario “Parole di Pane”

A breve uscirà il bando del concorso letterario «Parole di Pane», ideato insieme alla mia amica scrittrice Diana Sganappa
Se vuoi proporre un’idea, una collaborazione o un suggerimento sarai il benvenuto al nostro gruppo di Facebook Concorso letterario Parole di Pane.
Il progetto prevede la pubblicazione di una raccolta antologica dei cinquanta racconti più votati e valutati dagli Autori stessi.
Ti aspettiamo,
Diana&Emma

 

Il tè della domenica

IMG_1017Il campanello di casa mi avverte che finalmente mio padre è arrivato. È sempre in ritardo e ora che è molto anziano lo è ancora di più. Oggi più di tutte le altre volte.
Apro la porta e rimango stupita dal fatto che si trovi in compagnia di un signore che, tra l’altro, non mi presenta.
«Salve. Prego, accomodatevi.», dico stendendo il braccio verso il divano poco lontano dalla porta.
Papà passa per primo e mi lancia un’occhiata di rimprovero, almeno percepisco questo.
Preparo del tè, ma stavolta mio padre non ha portato i pasticcini come fa ogni domenica pomeriggio da quando la mamma ci ha lasciati. Ha anche problemi di memoria e, pur essendo goloso, stavolta si è dimenticato i dolci. È peggiorato. Dispongo sul vassoio la teiera, le tre tazze e le ciambelline alle nocciole che ho preparato qualche giorno fa.
Nella sua impeccabile eleganza, il signore accanto a mio padre mi appare stravagante. Indossa un completo nero, una camicia bianca e una cravatta scura. Capelli pettinati all’indietro con del gel, suppongo. Guardo anche le scarpe: anch’esse eleganti, di coppale e con i lacci.
«Prego, gradisce del tè?»
«Oh grazie, signora. Un po’ di calore non lo rifiuto mai», risponde accennando un sorriso che allontana per un paio di secondi l’ombra scura che avvolge il suo volto.
«Allora, papà, cosa mi racconti?»
«Niente di nuovo. Solo qualche acciacco in più e mi sento tanto stanco.»
Parlo con mio padre, ma non perdo di vista il suo amico. Beve con piccoli sorsi lenti e in maniera composta, eccessivamente composta. Che sia un militare?
«Papà, vuoi venire a Natale qui da noi, e invitare anche il signore a stare qui con noi? Se non ha altri impegni, naturalmente.»
«No, figlia mia. Non so neanche se ce la faccio a venire. Non mi sento granché bene.»
«Smettila», gli dico mentre fletto una mano verso di lui. Ma in realtà sono curiosa di sapere cosa mi risponde questo strano tipo e insisto domandandoglielo direttamente.
Sorride ancora, guarda verso mio padre, poi di nuovo verso di me. Sto aspettando e lui, con flemma, posa la tazza per parlare.
«Con piacere, ma il mio lavoro non mi permette di programmare nulla in anticipo.»
Lo guardo con aria interrogativa. Vorrei vedere il suo sguardo, ma gli occhiali scuri me lo impediscono. È impassibile, ma non ha altra scelta che quella di dirmi qualcosa di più.
«Mi piacerebbe, signora, tanto. Sa, non sono abituato a ricevere molti inviti. Sentire un po’ di calore umano mi solleva l’animo dalla freddezza che mi avvolge quando lavoro.»
Ne so meno di prima.
«L’invito non scade. Anche se si presenterà all’ultimo minuto», insisto.
«Se mi dà il numero di telefono, glielo farò sapere». Scosta la giacca dal petto per prendere la penna dal taschino interno. Sento il gelo dentro.
Non capisco, o forse sì. Volgo lo sguardo a mio padre: mi sta guardando con dolcezza, mentre annuisce.
«No, papà, ti prego, ancora è presto!». Forse ho capito. Forse non voglio accettare.

by Emma Saponaro

foto scattata da Emma S. a “101 tipi di tè” Calcata.

Sarà quel che sarà

gelosiaNon c’è notte che Paolo non entri nei miei sogni, nei miei incubi.
La bacia ogni volta, e poi mi guarda.
Il ghigno stampato sul suo volto entra dritto nella mia testa, come una lama impietosa.
Questa notte Paolo mi appare diverso, pallido, stanco, insignificante. Preoccupato, mi guarda e mi supplica.
Il fremito che mi scivola lungo la schiena mi ricorda che ho un corpo. Sento il suo peso, ma non lo comando più. Una forza lo guida, non io.
Non ho mai provato tanto odio. Sarà questo a darmi forza?
Con fermezza ed estrema calma, estraggo la Beretta dalla tasca interna del giubbotto di pelle nero.
Uno sparo, due, tre, quattro, cinque, sei… Un attimo dopo il susseguirsi delle immagini: i fiotti di sangue fuoriescono dal collo e dal torace di Paolo. I suoi urli soffocati ora gridano nel sangue, un sangue che si trasforma in infiniti gorgoglii. Bolle purpuree che non si dimenticano.
Lo sguardo terrorizzato di Paolo rimane fisso, anche quando il corpo scivola lento lungo la parete che si è tinta di rosso.
Poi un tonfo.
Tremebondo, fradicio di sudore, spaventosamente confuso, mi guardo intorno: sono steso sul tappeto della mia stanza da letto. Tiro un sospiro di sollievo.
Come può un uomo ridursi così? È inaccettabile.
Capisco, ora capisco. Tutto quell’odio è rivolto a me, solo a me, alla mia debolezza, alla fottuta incapacità di dichiarare i miei sentimenti. È la vita che decide per me e io non voglio, non voglio più.
Sento la mia impotenza scivolare lentamente verso il basso, proprio come il corpo di Paolo.
Ce la devo fare. Ce la farò.
Mi vesto di coraggio. Accendo una sigaretta, la mia prima sigaretta, e vado da lei. Citofono e aspetto che mi risponda. Sono le tre del mattino, ma non m’importa. Devo dirle ciò che sento, ciò che sono, ciò che voglio.
Il resto non ha più importanza.

by Emma Saponaro

foto tratta dal web

Apnea

212115Se solo le avesse dedicato più considerazione dimostrando quello che diceva di provare, lei non avrebbe trattato il corpo con disprezzo.
Accadde un’altra volta e lei non perse tempo. Non un minuto per pensare, ma assecondare il dolce e inquieto richiamo che avrebbe punito il corpo alleggerendo la mente. Un’onda e poi un’altra e poi tante altre suggerivano al suo cuore che non avrebbe potuto più lottare. Lo sguardo rassegnato e quasi ipnotizzato si posò sulla schiuma marina e da questa venne attratto il suo corpo. Si tuffò, nuotò lontano, verso l’orizzonte, quasi a rincorrere un traguardo irraggiungibile. Ogni bracciata era un pugno nello stomaco, un ricordo doloroso. Respirava aria e la risputava sott’acqua con forza, respirava e nuotava, respirava e nuotava, non era affaticata e continuò ad affondare le bracciate nell’acqua come schiaffi violenti fino a quando il fiato non si esaurì. Solo allora si fermò, esausta. Ansimava. Sentiva l’odore di salsedine che bruciava quelle ferite ancora aperte, e poi gli occhi e poi la gola. Sopra di lei una coltre di nuvole compatte, intorno a lei l’azzurro sbiadito del mare che via via sfumava verso il cielo. Aveva perso l’orizzonte, aveva perso la terra, aveva perso la dignità. Si sentiva sospesa dentro una grande bolla grigia che la avvolgeva con soffice delicatezza, mantenendola lontana dal mondo. Non sentiva niente, ma non si preoccupò.
Sdraiandosi sull’acqua, si abbandonò a un riposo. Sapeva di non poter far nulla, solo aspettare. Aspettare. Lui. O la pace. 

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

La Signora del Teatro – Omaggio a Mariangela Melato

Neanche tre anni fa ho avuto la possibilità di andarla a vedere al Teatro Valle.
Ero stanchissima, quel giorno, ma il suo richiamo era stato più forte. Non potevo farmi sfuggire quella occasione. Andai.
Interpretava Il Dolore, di Marguerite Duras. Un monologo di due ore che durò l’attimo di due respiri, uno di attesa e l’altro di dolore.
Mi commossi. Riuscì lei a farmi commuovere, a trascinarmi sul palcoscenico per farmi entrare nella realtà che stava rappresentando.
Al termine, le mie amiche ed io uscimmo dal teatro sconvolte,  in silenzio.
Ci fu solo un fugace saluto e ognuna a casa sua.
Grazie Mariangela,
Emma

Vi invito a vedere questo spezzone di tre minuti… emozionante anch’esso.

Dipendo da te

Odio il vento in faccia. Non correre, idiota!
Olga fa tutto il contrario di ciò che dovrebbe.
– Ester, guarda che bel vestito.
Il vestito? Ma le hai viste le rose all’entrata del parco? E gli effluvi della lavanda che abbiamo sfiorato, dì, li hai percepiti?
Noia. Costrizione.
I ricordi, eccoli che tornano. Mi trascinano con dolcezza nel passato. Alcuni non li riconosco fin da subito; avvolti da un alone di estraneità che man mano si dissolve, e mi si conficcano nel cuore.
A volte ne sento anche l’odore, sembra una magia.
Odore di gesso, di scuola, la scuola d’una volta.
Odore della colonia della nonna, dei biscotti della zia, odore di treno.
L’odore della domenica. Sì, la domenica aveva un odore suo: di arrosto, di bagnoschiuma, di cera sui pavimenti, di lucido da scarpe, di incenso in chiesa e di sala fumosa del cinema.
E poi l’odore del mio primo bacio, e il ricordo del suo sapore, che mi caricano di nostalgia e mi rigano le guance, perché di baci non ce ne furono più.
Vorrei correre, cantare, urlare, litigare. Vorrei disperarmi, e gioire. Mi manca tutto, solo ricordi mi restano.
Perché m’ignori, e mi parli di vestiti? Prova a metterti al mio posto.
– Bella camminata, vero Ester?
Camminata? Sono paralizzata, idiota, e “cammino” trascinata su questa dannata carrozzina da una sconosciuta come te che è pagata per farlo.
Tu non sei nulla per me. Ma non ho scelta, sono nulla anch’io!
Respiro, aspettando con brama quel giorno in cui non avrò più memoria.
E troverò finalmente la pace.

By Emma Saponaro

parole per strada per stradaMiniracconto di 1500 caratteri selezionato per l’antologia “Camminando con…” promosso da Parole per strada, edizione 2012.

Il Natale di Martin – di Leone Tolstoj

albero di natale coi libriVorrei donare a tutti i miei amici il vero regalo di Natale. Non un oggetto che si deteriori, non un profumo che svanisca, ma qualcosa di speciale che possa rimanere nei loro cuori. Parole che diano speranza, conforto e serenità.
Un sincero e affettuoso augurio di Buone Feste e di un Nuovo Anno sereno a voi e alle persone che amate,
vostra Emma ­

Il Natale di Martin 
di Leone Tolstoj

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
– Non ho più desiderio di vivere – gli confessò. –Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati… Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All’improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c’era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: – Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L’indomani mattina Martin si alzò prima dell’alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. – Entra· disse – vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
– Che Dio ti benedica!– rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
– Non è niente –gli disse Martin. –Siediti e prendi un po’ di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all’ospite. Stepanic bevve d’un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po’. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
– Stai aspettando qualcuno? – gli chiese il visitatore.
– Ieri sera – rispose Martin  – stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: “Guarda in strada domani, perché io verrò”.
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. –Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l’anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po’ di pane e della zuppa. – Mangia, mia cara, e riscaldati – le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: – Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. – Ecco – disse. – È un po’ liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. – Che il Signore ti benedica.
– Prendi – disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un’ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po’, vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all’altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. – Lascialo andare, nonnina – disse Martin. – Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. – Chiedi perdono alla nonnina – gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: – Te la pagherò io, nonnina.
– Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato – disse la vecchia.
– Oh, nonnina – fece Martin  – se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
– Sarà anche vero – disse la vecchia – ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. – lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l’ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all’orecchio:
– Martin, non mi riconosci?
– Chi sei? – chiese Martin.
– Sono io – disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.
– Sono io – disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
– Sono io – ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.

Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.

Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.