Una fame micidiale

Mi sveglio sempre con una fame micidiale, ogni mattina.
Non è una fame normale, non si placa con il cibo.
Mi sveglio tra atroci dolori che salgono dallo stomaco al cervello, lasciandomi precipitare in quelle scene che ancora oggi non riesco ad allontanare.
Ho sempre taciuto, ho taciuto per settantacinque anni, ho taciuto ai miei figli, ho taciuto a mia moglie. Avrei voluto tacere anche a me stesso, ma la fame sale, sale sempre, e i ricordi più atroci riemergono con spietata ostinazione.
Questa mattina, prima della fame, sono state le mitragliette a svegliarmi. Un gran trambusto e urla che provenivano da lontano.
La voce di un uomo, come fuoriuscita da un megafono. E poi la quiete. Il silenzio.
Sono tornati. La paura mi strozza il respiro. Paralizzato a letto, non riesco neanche più a sentire la fame. Dove mi trovo? Gli spari e le grida hanno mescolato i ricordi e non so più chi sono. Poi scivolo in quel giorno, quel sabato nero, di nuovo. Sono tornate.
Sono un bambino di ottant’anni, perché la mia vita è finita in quel giorno, e sento l’odore di mamma, e della sua camicia da notte.

Mi ritrovo là, ora. È l’alba del 16 ottobre del ‘43. Un boato. Qualcuno ha sfondato la porta di casa. Poi il rumore di passi pesanti, di stivali di cuoio. Sono gli uomini cattivi. Gridano parole dure che non comprendo. Mi rannicchio sotto le coperte, coprendomi con le braccia gli occhi e le orecchie. Ci prendono e ci portano giù, per strada, dove ce ne sono altri, altri uomini cattivi che strillano parole dure, dure, dure, dure come i proiettili che sentiamo sparare nei vicoli. C’è una grande confusione. Mi aggrappo alla camicia da notte della mamma, non voglio lasciarla, non voglio. Le mani indolenzite non cedono, sono forti, sono marmo, sono aggrappate, sono disperate. Eppure qualcuno riesce a sciogliere la mia presa. Gli uomini cattivi afferrano la mia mamma e la caricano su una camionetta nera, coperta da un telone, e gonfia di anime immobili, rassegnate. Il pianto, congelato, esplode nel cuore. Mentre urlo e mi dimeno, una mano mi chiude la bocca e un braccio mi cinge la vita. Braccia forti che mi tirano via, poi il nulla. Mi risveglio nella casa di persone buone, che hanno salvato me e altri bambini e ci tengono nascosti. Sono sempre sorridenti e affettuosi, ci sfamano, ci insegnano a leggere per trovare nei libri le passeggiate e l’aria dei parchi e dei giochi. Siamo quattro bambini e dormiamo in un lettino. Siamo fortunati, eppure la fame arriva sempre, una fame micidiale.

Rientro dal viaggio nel tempo che mi ha riportato a quel sabato nero. Devo reagire. Cosa sta succedendo?
Riesco a indossare una tuta, non posso sbirciare dalla finestra perché dà su un cortile interno. La vita sembra scorrere come sempre, nessuna preoccupazione si respira nel condominio. L’unico condominio che ho conosciuto da quando sono nato, nei pressi di Portico d’Ottavia, al Ghetto.
Allora cos’è? Cos’erano quelle mitraglie, le urla?
Scendo le due rampe di scale. Una signora le sale trattenendo nelle mani due sporte di plastica. Rientra dalla spesa e non sembra essere allarmata.
Il coraggio di chiederle chiarimenti viene meno. Apro il portone, sbircio, ed esco.
La fame torna e mi corrode lo stomaco e il cervello.
Vorrei rientrare, ma il portone si è richiuso e mi accorgo di non aver portato le chiavi. Sono un vecchio rimbambito, e sono affamato.
Guardo verso destra e dieci metri più in là intravedo una decina di militari. Anche gli occhiali ho dimenticato. Indossano una divisa nera e sulla manica c’è un disegno grande. Fumano, si scambiano qualche parola. Mantengono i berretti sotto il braccio e le mitragliatrici a tracolla. Avverto il sudore scendere lungo la schiena, e siamo ad aprile. La fame mi soffoca la testa, eppure le mie gambe iniziano a camminare verso loro. Voglio uccidere questa fame. Basta. Non ho nulla da perdere, non più. Passo dopo passo, riesco a distinguere lo stemma sulla manica della divisa: è una croce uncinata. Sono le SS. Sono tornate.
La nebbia mi avvolge. Ritorna la fame, una fame micidiale.
Sto per tornare indietro, quando mi scontro con un uomo in borghese. Tra le labbra stringe una sigaretta accesa e con le mani sorregge sulla spalla una grande telecamera.
«Mi scusi, signore», mi dice.
Subito dopo, si sente una voce che con vigore richiama i militari: «Forza, ragazzi, la pausa è finita. Si riprende dalla seconda scena».

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