Al caldo e al verde

Questo caldo è insostenibile. Sembra sciogliere anche l’ossigeno.
Mi butto sotto la doccia. È fredda. Non per mia scelta, ma per mia negligenza. A dire il vero, è tua la colpa, sei tu che sei fuggito, che mi hai mollato nei casini, e mi hai lasciato il vuoto, anche in testa. Così mi hanno tagliato la luce. Ho pagato la bolletta in ritardo, ho telefonato all’ente gestore e l’operatrice che ha risposto dall’Albania mi ha assicurato che la riallacceranno, però non sa quando giacché si trovano in sottorganico. Tutto gira lento ad agosto, tutto tranne le pale del ventilatore che non girano per niente.
Fa bene, questa freschezza cristallina fa bene. Rinfresca, tonifica. Tonifica anche il cervello che mi spiattella in faccia la realtà.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Sei entrato nel mio mondo come una saetta, incenerendo le difese che avevo eretto. Mi hai persuasa. Ci ho creduto. Ti ho sempre cercata. Ci ho creduto. Ti ho trovata. Ci ho creduto.
Non faccio in tempo ad asciugarmi che già vorrei ributtarmi sotto il getto gelido. Rinuncio. Troppa realtà fa male, e non che stia bene ora. Sì, rinuncio e passo.
Apro il frigo e infilo la testa dentro. Ho tutto lo spazio che voglio, è vuoto, neanche una mela raggrinzita. Già, ma è anche spento. Annuso i residui della produzione che fu.
Musica, ci vuole musica, ci “vorrebbe” musica. Possibile che siamo così schiavi del progresso? Tutto dipende da un maledetto filo staccato. Sogno i transistor di una volta, quelli che andavano a batteria usa e getta. Ora va tutto con le ricaricabili e il filo spezzato impone il silenzio. E allora canto. Canto a squarciagola, tanto chi mi sente?
Tutti al mare, tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare…
C’è poco da cantare. Sono qui, a passare le vacanze a casa. Da sola. Con un ventilatore immobile, un frigorifero spento, un televisore morto e tutto il resto che sopravvive grazie alle esalazioni di batterie agonizzanti.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Te ne sei andato a ferragosto, il primo giorno di ferie, il primo giorno delle nostre vacanze non programmate. Che importa? Hai detto. Abbiamo Roma tutta per noi, senza traffico, senza smog, possiamo andare in qualunque posto vogliamo, siamo liberi.
Sei tu che sei libero di andare con chi vuoi. La biondina che ti si strofinava addosso, quel giorno, tutta effusioni e risatine. È mia cugina, dicesti. Ho incassato, ho fatto finta di crederti. Non volevo rimanere sola a respirare quest’aria bollente. Cugina, cugina, sì sì. La stessa che ti messaggiava cuoricini e bacetti sotto il nome di Idraulico. Pensi sia cretina?
Caldo, afa e noia, caldo, afa e noia. Mi tradisci, ecco qual è la verità. Caldo, afa e noia.
E tu dove sei?
Con chi stai?
Io sono qui, sola, a respirare noia bollente. Deciso: cambio programma e ammazzo la noia.
Apro la cassaforte, cioè il primo cassetto del comò, prendo il gruzzoletto di ori. C’è la spilla della povera nonna Angelina, la catenina e il braccialetto della comunione, l’orologio dei miei trent’anni, tre anelli con pietre più o meno preziose. Tutto qui? Tutto qui! Ripongo tutto nella borsa. Cos’altro ho di valore? La videocamera che non uso più. Ecco fatto. Tutto in borsa.
Scendo per strada. Un mortorio tra vapori che salgono dall’asfalto rovente. Se mi fermo lascio l’impronta delle birkenstock. Cammino a passo sostenuto. Mi guardo intorno e non vedo un’anima; il frinire delle cicale è l’unico segnale di vita.
Arrivo al box, apro in sequenza la saracinesca, la macchina, il portabagagli e il vano della ruota di scorta, e lì depongo il malloppo. Richiudo procedendo nella sequenza contraria, esco e mi dirigo a casa.
Entro in camera da letto.
Ci penso, ci ripenso, oscillo, decido.
Saltello un po’, quel tanto che basta per farmi salire un leggero affanno. Afferro il cellulare e compongo il numero.
«Commissariato? Venite subito, vi… prego. C’è stato un furto… eh… Scusi, non riesco a parlare bene, ma… sa… sono sconvolta, è entrato un ladro in casa mia e… scusi eh… credo di sapere chi sia».
E tu dove sei?
Con chi stai?
Restaci.

una colonna sonora appropriata… Bella stronza, di Marco Masini

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Devi credermi

«Devi credermi, fidati di me.»
«Non ho alternative, però è difficile.»
«Come mi trovi?»
«Sei una bella donna. Molto bella, indubbiamente.»
«E poi?»
«E poi… E poi cosa dovrei dirti? Non ti conosco», risponde il signor Fanti con un velo d’imbarazzo e allo stesso tempo di fastidio.
Greta fatica a mandar giù quel boccone acido.
Ha indossato un abito di qualche anno fa, ma è quello che copre le sue rotondità e scopre il garbo di una femminilità non ancora appassita. Non si arrende, Greta.
Tira fuori dalla sua borsa un libro ingiallito dalla polvere del tempo. Si siede, accavalla le gambe scoprendole un po’, oltre il ginocchio, e ci assesta sopra il libro, aprendolo là dove un piccolo biglietto da visita ne suggerisce il segno. Respira. E recita:

“Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.”

Altro respiro. Sospiro. Greta riuchiude con delicatezza il libro e, lisciando la copertina sciupata, scruta gli occhi dell’uomo.
«Complimenti. L’hai scritta tu?»
«Jacques Prevert», risponde lei, sforzandosi di sorridere.
Trascorrono molti minuti nel silenzio senza che i loro sguardi si sfiorino di nuovo. Lui osserva oltre il vetro della finestra; lei le sue mani, senza vederle. È il tempo della ricerca, delle supposizioni, dei programmi. È forse il sogno di un futuro accessibile e la paura di illudersi, il desiderio di esistere e il terrore di morire.

Dopo tre tocchi alla porta, entra una donna vestita di bianco.

«L’ora della visita e finita, signora Fanti, il paziente deve riposare».

Alzandosi dalla sedia, Greta tende l’ultima occhiata della giornata all’uomo. Lui ricambia, ha gli occhi gonfi di lacrime, sta per pronunciare qualcosa, ma l’intransigenza dell’infermiera lo fa tentennare. Chiude gli occhi, sospira, poi allunga il braccio verso Greta e le accarezza il volto.

magritte

Les Amants, di René Magritte

Una firma d’amore

TRENI

«Non sto scherzando: io le sento davvero, le doglie.»
«Stai calma e respira forte», balbetta mio marito.
Ci siamo. Scendiamo dal taxi. Un dolore lacerante mi lancia dubbi, perplessità, e paura.
E se non mi piacesse? E se non piacessi io a lui?
Citofoniamo. Il cancello si apre.
Paura.
Nella sala ci sono almeno dieci bambini. Il più grande avrà otto anni.
Paura.
L’operatore ci indica Paolino. Mi chino, lui mi scruta con occhi di cielo e sorride. Lo abbraccio. Mi stringe.
I suoi sospiri vogliono amore e di colpo scoloriscono il ricordo di gelide pratiche e testarde battaglie, e la paura.

by Emma Saponaro

Le piroette dell’amore

Short story selezionato e pubblicato nell’antologia Palpiti, ossessioni e disavventure d’amore in 100 parole“, L’Erudita – Giulio Perrone Editore, in occasione dell’Anti-San-Valentino 
PALPITI, OSSESSISONI E DISAVVENTURE D'AMORE IN 100 PAROLE
Il sole! Dopo il gelo invernale, apprezzai quel calore che stava sciogliendo la mia apatia: una stella era apparsa nel mio spazio siderale.
Doccia, tuta, voglia di correre.
Aperta la porta, sobbalzai. Davanti a me, un pallone gigante a cuore con scritto TVB. Squallido. Urticante, risuonò E ci sei.
– Avete sbagliato persona!!! – gridai.

Apparve lui, la stella. Scese le scale con l’iPad che suonava impietoso.
– Buon San Valentino.
– Ti prego!
– È la nostra festa…
Afferrai il tagliacarte. L’evenienza per cui lo tenevo era arrivata. Pugnalai il palloncino. Sfiatando, piroettò e svanì, come il mio amore.
E la stella… divenne meteora.

By Emma Saponaro

Apnea

212115Se solo le avesse dedicato più considerazione dimostrando quello che diceva di provare, lei non avrebbe trattato il corpo con disprezzo.
Accadde un’altra volta e lei non perse tempo. Non un minuto per pensare, ma assecondare il dolce e inquieto richiamo che avrebbe punito il corpo alleggerendo la mente. Un’onda e poi un’altra e poi tante altre suggerivano al suo cuore che non avrebbe potuto più lottare. Lo sguardo rassegnato e quasi ipnotizzato si posò sulla schiuma marina e da questa venne attratto il suo corpo. Si tuffò, nuotò lontano, verso l’orizzonte, quasi a rincorrere un traguardo irraggiungibile. Ogni bracciata era un pugno nello stomaco, un ricordo doloroso. Respirava aria e la risputava sott’acqua con forza, respirava e nuotava, respirava e nuotava, non era affaticata e continuò ad affondare le bracciate nell’acqua come schiaffi violenti fino a quando il fiato non si esaurì. Solo allora si fermò, esausta. Ansimava. Sentiva l’odore di salsedine che bruciava quelle ferite ancora aperte, e poi gli occhi e poi la gola. Sopra di lei una coltre di nuvole compatte, intorno a lei l’azzurro sbiadito del mare che via via sfumava verso il cielo. Aveva perso l’orizzonte, aveva perso la terra, aveva perso la dignità. Si sentiva sospesa dentro una grande bolla grigia che la avvolgeva con soffice delicatezza, mantenendola lontana dal mondo. Non sentiva niente, ma non si preoccupò.
Sdraiandosi sull’acqua, si abbandonò a un riposo. Sapeva di non poter far nulla, solo aspettare. Aspettare. Lui. O la pace. 

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

La Signora del Teatro – Omaggio a Mariangela Melato

Neanche tre anni fa ho avuto la possibilità di andarla a vedere al Teatro Valle.
Ero stanchissima, quel giorno, ma il suo richiamo era stato più forte. Non potevo farmi sfuggire quella occasione. Andai.
Interpretava Il Dolore, di Marguerite Duras. Un monologo di due ore che durò l’attimo di due respiri, uno di attesa e l’altro di dolore.
Mi commossi. Riuscì lei a farmi commuovere, a trascinarmi sul palcoscenico per farmi entrare nella realtà che stava rappresentando.
Al termine, le mie amiche ed io uscimmo dal teatro sconvolte,  in silenzio.
Ci fu solo un fugace saluto e ognuna a casa sua.
Grazie Mariangela,
Emma

Vi invito a vedere questo spezzone di tre minuti… emozionante anch’esso.