Punto di partenza: Vi racconto gli sguardi – di Emma Saponaro

Pubblicato domenica 8 novembre su PresS/Tletter

Lo zenzero e la curcuma non erano ancora entrati nei nostri supermercati e per trovarli bisognava andare al vecchio mercato di piazza Vittorio.

Camminare tra quei banchi era come fare il giro del mondo. Oltre alle piramidi di arance, mele e olive, la particolarità risiedeva nei colori. I colori delle spezie più svariate, provenienti da ogni dove, esposte in vaschette come a formare un mosaico.

Questo è il ricordo che viene a galla quando penso ai primi approcci con questa piazza. La piazza del mercato. Credo che proprio grazie a questo commercio esotico si debba non solo la contaminazione della nostra cucina, ma anche il riconoscimento di un polo di riferimento multietnico. Nonostante il trasferimento del mercato all’ex caserma Sani, poco distante, piazza Vittorio infatti è stata e rimane il cuore pulsante di un quartiere multiculturale, colorato e vivace, quale è l’Esquilino.

Cos’è una piazza se non uno spazio libero dove i cittadini si incontrano, si riuniscono, passeggiano. E cosa è stata la piazza nell’antichità se non luogo con funzioni politiche e religiose? Cos’è oggi la piazza? Riflettendoci su, in questa era che corre lungo i fili del web, probabilmente la troviamo qui, sui social. Si parla, si chiedono consigli, si scambiano idee, opinioni e perfino gli auguri, senza però incontrarsi mai. In tal modo, il significato di piazza ereditato dal passato si dissolve nelle contraddizioni della città. I centri commerciali sono i maggior punti di riferimento del commercio e lì ci si incontra. In quei corridoi tutti uguali, illuminati dai freddi raggi di un neon, e tra le musiche intermittenti al passaggio da un negozio all’altro.

Freddo. Freddo gelido. Gelo glaciale.

Però.

Tra queste contrapposizioni e il nostro bisogno ancestrale di rapporti umani (sottratti alle barriere di un monitor), il desiderio di riconquistare il senso di quelle relazioni non si è del tutto sgretolato.

È stata probabilmente questa l’intuizione colta da Barbara Lalle e Marco Marassi, firme del progetto Punto di partenza, curato da Roberta Melasecca: una performance! Nulla di scenografico. Nulla di coreografico. Nessuna parte da imparare, nessuna parola da memorizzare, nessun costume da indossare o posizione da mantenere. Solo un cartello. Un cartello di invito dalla grafica esplicita –realizzata ad hoc da Alessandro Arrigo –, con due semplici parole: Fermati, parliamo!

E così, sabato 26 ottobre, mi sono ritrovata con una trentina di altri performer a dar vita al progetto Lalle-Marassi. Semplice, profondo.

Ci siamo disposti lungo l’ampio porticato che abbraccia la piazza di stile umbertino e quei giardini che, avendo conosciuto tempi migliori, oggi sono assediati non solo dai cantieri per la tanto attesa riqualificazione, ma dall’incuria che, in quel poco spazio lasciato libero, affiora nell’immondizia rigurgitante e nelle bottiglie in vetro abbandonate a terra.

Ore 16.00. Modalità ON.

Arriviamo sul posto, come da programma. Mi viene assegnato il porticato che unisce via Conte Verde con via Principe Eugenio, e mi posiziono tra gli amici Roberto Cavallini e Antonio Romano. Stendo a terra un tappeto e due cuscini da meditazione, uno per me e l’altro per l’ospite che vuole parlare.

Vorrei raccontare la mia esperienza attraverso gli sguardi delle persone che stanno sfilando davanti a me e di quelle che si avvicineranno. Perché proprio attraverso questi si colgono un mucchio di segnali: timidezza, rifiuto, timore, curiosità, accoglienza, diffidenza e via dicendo. Nei primi dieci minuti non ne incrocio nessuno, di sguardo. Stanno passando per lo più cinesi, quasi tutti con gli auricolati. Quando avvertono la mia presenza, abbassano il capo. In due parole, mi evitano.

Non si fermerà nessuno, penso.

A sconfessare me stessa ci penso da sola. Si avvicina infatti un signore sulla cinquantina. Si avvicina senza leggere il cartello. Il suo sguardo scruta solo me, e molto. Chiede spiegazioni e dopo le mie risposte, dice: «Ho tempo, tanto il cellulare è a casa sotto carica». Mi intristisco. Poi ci prova. Non scherzo, ci prova proprio. Ciao ciao.

Arriva Valentina, di sua iniziativa. Il suo volto si allarga in un megasorriso. Ha gli occhi blu cobalto che rivestono di fascino lo sguardo vivace e al tempo stesso melanconico. Tiene laboratori teatrali, mi dice, e parliamo della commedia dell’arte e del teatro performativo. Entriamo in sintonia e ci scambiamo i contatti Facebook.

Incrocio lo sguardo animatamente curioso di una coppia di amiche. Una, insegnante di geografia di Torino, l’altra, una sarta di Firenze. Intraprendenti e impegnate nel sociale, si sono date appuntamento a Roma per un incontro sul Kurdistan. Domande a me. Domande a loro. Ci soffermiamo su una esperienza del passato che ci accomuna: i gruppi di lettura. Si parla parecchio e si fa tardi. Mi chiedono consigli su locali particolari di queste parti e le indirizzo da Antonio, ché lui è di zona.

Arrivano due sorelle, una laureanda in ingegneria chimica, l’altra laureata in storia dell’arte nonché corsista al terzo anno di una scuola di sartoria. Accidenti, per me che non so attaccare un bottone è strano mi capitino due sarte in mezz’ora. Però so attaccar bottone a chiacchiere, e lo faccio. Entrambe hanno lo sguardo vispo e carico di curiosità. Hanno un cane, Dylan. «Non come Bob Dylan, ma come Dylan Dog», tengono a precisarmi. La chiacchierata salta di argomento in argomento e approda ai burritos. A tagliare corto è Dylan che da qualche minuto sta puntando Paolina, la canetta di Antonio. «Forse vuole parlare anche Dylan», dice una, così le invito a farlo.

Un signore molto anziano mi guarda di sfuggita, poi continua a camminare come se non mi avesse vista. Lo invito. «Non posso, devo andare a prendere l’autobus», mi risponde senza voltarsi. «Spero non attenda molto», gli rispondo. A quel punto si ferma. «Ma di preciso, cosa sta facendo?». Spiego. Mi saluta sfoderando un sorriso e scappa.

Sento avvicinarsi due sguardi che non mi piacciono per niente, sono sospettosi e carichi di sfida. Una coppia abbracciata. Lui ha gli occhi che esprimono o vogliono esprimere spavalderia, e lancia domande mediocri, banali. Mi annoio. Mi rivolgo alla compagna, voglio sentire la sua voce. «Roma sporca, autobus non passare». È slava. Vorrebbero parlare di politica. Non mi va. Non con loro. Non qui. Qui sto bene. Cambio discorso e lui mi fa: «Mi sa che sei un po’ compagna».

La conversazione viene interrotta da una signora invadente, e a me questa invadenza ora piace. È una ricercatrice in pensione tutto pepe, gli occhi le brillano. «Con tutti voglio parlare, sì, con tutti. Mi faccio il giro della piazza».

Passano una signora e un bambino interessato alla cosa. Non ha problemi ad avvicinarsi. I suoi occhi frugano i miei e il mio cartello. Spiego la situazione. «Zia, posso?». Si siede. Ha otto anni, mi dice, e uno sguardo puro, limpido come il cielo di agosto, aggiungo io.

«A scuola c’è qualche bambina che ti piace?»

«Le femmine sono fastidiose», risponde.

«Allora, hai qualche compagno?»

«Anche quelli sono fastidiosi.»

Rimango perplessa. Insisto: «Matteo, però ce l’avrai qualche amico, eh!?»

«Certo!»

«E quelli non ti infastidiscono?»

«No no, quelli sono amici del cuore, non mi tradiscono mai. Sanno tenere i segreti», chiarisce, anche se dalla dolcezza dei suoi occhi azzurri si poteva già capire. Prosegue: «Gli altri invece vogliono ficcare il naso negli affari degli altri, ma io li dico solo ai miei amici del cuore».

Continuiamo a parlare di amicizia ma anche di sport e di hobby, e la zia mi dice che Matteo ha un talento per la fotografia. Occasione che lui prende al volo per mostrarmi le sue foto dal cellulare. Gli consiglio di andare là, là da Roberto: «Lui è un fotografo importante, parlaci». È contento ma, ahimè, Roberto ha la sedia occupata. Allora prendono nota della TAG, e forse ci vengono a trovare.

È con Matteo che vorrei rimanere a parlare, però è tardi. Ciao, spero di rivederti.

Il caso vuole che si fermi un altro bambino. Sempre di nome Matteo, sempre di otto anni. È affetto da sindrome di Down. Vuole parlare e il padre lo asseconda, anche se va di fretta. Matteo fa lo spiritoso, scherza, e mi presenta il papà come un bambino di cinque anni. «Mi raccomando, Matteo, prima di attraversare stringigli la mano, ché i bambini vanno protetti», dico. Un successo. Sorride, ride, e poi… E poi mi stringe così forte a lui che sento il cuore sciogliersi al calore che emana. Troppo poco, Matteo, torna!

L’uomo molto anziano dell’autobus ripassa dopo un paio di ore. «Sarà stanca», mi lancia senza fermarsi. «No, è un piacere parlare con voi», rispondo. E fugge. Vorrebbe fermarsi, lo so, ma non saprebbe di cosa parlare.

Un signore sulla sessantina si ferma sì e no tre minuti. Vive a cinque fermate di metro e spesso viene qui per fare un giro sotto i portici, soprattutto quando piove. Parliamo di questa piazza, che è l’unica ad averli, i portici. E il discorso ci porta ai porticati di Bologna, e a Bologna. Lo sguardo non lo incrocio mai. I suoi occhi guardano di qua e di là e non si fermano mai.

Passano tre uomini di origine araba. Uno si ferma lasciando che i due amici avanzino senza di lui.

«Che cosa è?», chiede, e io spiego. «Sì, ma il significato?». Spiego ancora. Mi guarda con occhi profondi e quasi delusi. «Cosa servire?», insiste. Spiego. «Perché?». Spiego, ci provo. «Proprio non capisco» e se ne va. Mi è piaciuta questa sua curiosità e insistenza nel voler capire. Insomma, figo!

È quasi finita. Manca un quarto d’ora alle sette. Si avvicina una bella sessantenne che mi sorride. «Non mi fermo solo perché ho già parlato con una sua amica per due ore e sono stanca». Ora sono io che sorrido a lei. Si ferma. E quel quarto d’ora se lo prende tutto. Si sfoga. È stata lasciata dal suo compagno molto più giovane di lei, dopo dodici anni. È di Riccione. Parla come un fiume in piena fissando un punto indefinito oltre le mie spalle, e comunque non mi guarda quasi mai. È ferita. Ha lo sguardo stanco, ma vuole rimettersi in carreggiata prima possibile.

«Ciao Rosa, abbi cura di te.»

«Sicuro!», mi dice.

Ore 19.00. Modalità OFF.

Raccolgo il tappeto e i due cuscini.

Dove si va?

In pizzeria.

Lasciamo la piazza. Mi accorgo di avere addosso i colori della curcuma, il sapore dello zenzero, il profumo delle parole e, soprattutto, gli occhi dei miei compagni di chiacchiere che non dimenticherò mai.