Il regalo difettoso

Vi consiglio vivamente di guardare questo cortometraggio animato.
Si intitola The Present ed è stato creato da Jacob Frey ispirandosi al fumetto La perfezione di Fabio Coala (aprite il link dopo aver visto il video).

Cosa c’è di speciale in questo corto?

Ve lo scrivo dopo la visione e capirete il perché.

Ora avrete sicuramente compreso perché Jacob, allora studente della prestigiosissima scuola di animazione Filmakademie di Ludwigsburg,  si sia trasferito agli Walt Disney Animation Studios.

Ma cosa colpisce della storia?

La delicatezza con cui si affronta il tema della disabilità, ma anche dell’amicizia, fa cadere di colpo tutte quelle brutte cose che si chiamano stigmatizzazioni. Senza queste, il disagiato fisico o psichico avrebbe più opportunità nella vita e potrebbe sentirsi degno membro della comunità.
Questa storia ci commuove, forse perché ci solletica l’empatia, e di colpo ci ritroviamo più sensibili, partecipiamo abbandonando inconsapevolmente tutti quei pregiudizi che tanto etichettano.
Perché allora siamo tanto diffidenti verso il “diverso”? Forse perché abbiamo paura? E paura di cosa, di accostarci al dolore? Oppure dell’incertezza di non essere in grado di rapportarci?
Seguiamo l’istinto, seguiamo il cuore, le persone con una menomazione, e fatico a chiamarla così, debbono impegnarsi di più, soffrono di più, e hanno tanto da insegnarci.
Per dirla alla Leonard Cohen C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce.

P.S. Faccio parte di questa associazione, e ogni volta che vado alla Fattoria di Alice  adoro sentir parlare quei ragazzi speciali. Se vuoi, dai uno sguardo al sito dell’Associazione, si chiama A.fe.SO.psi.T acronimo di Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici della Tuscia. Fu per sostenerli anche economicamente che nacque Parole di pane 🙂

Fantocci al lavoro

La prima esperienza lavorativa di Alice fu la spudorata dimostrazione che il mondo fuori dal suo guscio familiare ruotava all’inverso. La copriva con un velo di infelicità, che si slacciava al vento dopo la timbratura delle 18:00.
Nel grande ufficio amministrativo, erano impiegate 100 persone: 95 uomini e 5 donne. Alice e Simona erano le uniche a non rientrare nel computo dell’organico aziendale in quanto lavoravano in nero. Erano due. Erano donne. Erano giovani.
La ragioniera Bianchi e la dottoressa Rossi venivano chiamate signora; il signor Sissignore e il geometra Leccapiedi venivano chiamati dottore. Forse per valorizzare la licenza elementare del commendatore, e dare un senso alle riverenze ricevute al suo passaggio. Ma era il grande capo e in quei sistemi funzionava così, alla Fantozzi. L’epoca era quella, e Fantozzi andava alla grande, nella finzione e nella realtà.
Alice stava mettendo su casa, e pur di mantenersi il posto ingurgitava bocconi amari, fatti di situazioni al limite del ridicolo. Lavorava con diligenza, tacendo l’insofferenza. Osservava quei fantocci in giacca e cravatta e a volte sperava che un colpo di strega li colpisse in uno dei tanti inchini. Sorrideva pensando a quei poveracci che abboccavano come pesci alle promesse del commenda e non si lasciavano sfuggire l’occasione per improvvisarsi spie e tradire i colleghi.
Il direttore di Alice, del Nord, era un omone con la faccia quadrata e le lenti spesse come fondi di bottiglia. Sempre sorridente e pacifico. Una sera, terminato un colloquio che lei stessa aveva fissato, lo sentì sbraitare parole incomprensibili, forse in dialetto. In un lampo si ritrovò davanti alla porta della sua stanza.
«Cosa succede, direttore?», chiese sentendo il sangue defluire dalla sua faccia.
«Mi ha fatto perdere due ore di tempo.»
«Non capisco… Me lo ha detto lei di accettare l’appuntamento con l’architetto Biasi.»
«Ma è una donna, e lei lo doveva specificarlo.»
«Non potevo mica dire l’architetta!?»
Il direttore si infuriò ancora di più. Alice invece si impietosì, pensando a quanto anche il suo direttore fosse vittima di quel sistema così scorretto. Ma lui aggiunse: «Dobbiamo lavorare con professionisti, non con donne!», e a lei salì una rabbia che soffocò a malapena.
Pochi giorni e la notizia si divulgò, giungendo alle orecchie del grande capo. Alice aveva intuito di aver commesso un imperdonabile errore. Per loro, ma non per lei.
Incassato il colpo, si liberò di quei lacci che la intrappolavano in un difficile equilibrio. Sopportare per giungere all’assunzione. Rimandare scelte importanti per non sconvolgere la serenità del commenda. Aspettare.
Bussò alla porta del direttore del personale, annunciò il suo imminente matrimonio, salutò con educazione, tornò nel suo ufficio ed aspettò. Aspettò un evento facile, prevedibile, scontato. Aspettò.
Dopo una settimana, Alice fu licenziata. Si sentì libera, e quei fantocci non li incontrò più.
voci-di-donna