Scrivere, gioire, soffrire

Ieri ho consegnato il dattiloscritto all’editor e oggi mi sento leggera.
Più che leggera dovrei dire vuota. Ecco, vuota.
Perché quando chiudi quella che speri sia l’ultima versione del tuo romanzo e lasci che scivoli via allegata a una e-mail, succede qualcosa.
In quell’attimo, quello in cui premi SEND, hai un sussulto, una vibrazione. E ancora una volta, come se fosse la prima, ti stupisci del piccolo scompiglio che stai vivendo.
È come quando i figli una volta autonomi se ne vanno per conto loro. Non sei più dentro la loro storia, non puoi più entrarci per commentare, cambiare, correggere, aggiungere o cancellare.
Mi è capitato spesso – in momenti anche semplici, come fare la spesa o nuotare o passeggiare o cose così – che il pensiero si dirigesse a loro, ai miei personaggi. Che aspetto hanno? Come devono muoversi, vestirsi? Com’è il loro carattere? Come pensano, e cosa dicono? E, soprattutto, cosa combinano?
In poche parole, non devo più preparare la cena per loro, non devo più imboccarli, rimproverarli, incoraggiarli. Sono andati via.
Arrivare al THE END di un romanzo toglie energia, e ti ritrovi un po’ sola.
Questo intendevo per leggerezza…

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Regolamento per partecipare a “Parole di Pane”

Questo è un concorso letterario al quale si accede con un contributo di spesa di 15 euro.
Un concorso “a pagamento”, ma contrario ai concorsi letterari a pagamento.
Vi chiederete dove sia la logica, è naturale. Partite dal presupposto che Diana ed io non siamo né una Casa editrice né un’Associazione. Non siamo neanche tipografe né libraie. Siamo semplicemente due persone che amano la letteratura e tutto ciò che ruota attorno a essa. Abbiamo avuto una possibilità, quella di incontrare l’Accademia Barbanera, al cui Presidente è piaciuto il nostro progetto. Da questo momento in poi, la nostra idea ha cominciato a concretizzarsi e in breve tempo abbiamo proceduto alla stesura del bando; per questo ci scusiamo degli eventuali errori che potrebbero emergere, ma l’entusiasmo ha preso il sopravvento e di questo vi chiediamo scusa. Del resto penso che questo succeda proprio quando si lavori in piena autonomia e libertà. (L’Accademia ci ha dato “carta bianca” è il caso di dire!).
Per chi è già iscritto al gruppo di Facebook “Concorso letterario di Parole di Pane” sa che abbiamo anche sottoposto all’attenzione degli aspiranti candidati un sondaggio con il quale è stato chiesto di scegliere tra due quote di partecipazione: 10 euro, per la pubblicazione in una Antologia dei primi 50 racconti più votati e la spedizione a domicilio dell’Antologia stessa; 15 euro, con quanto sopra e in aggiunta la realizzazione di una bella cerimonia di presentazione/premiazione. Una occasione per potersi confrontare sulla passione che abbiamo in comune. Una  festa!
Non ci aspettavamo che tutti, o quasi, avrebbero votato 15 euro, pur essendo contrari ai concorsi a pagamento. C’è chi si è proposto di voler venire a suonare con il proprio gruppo, una soprano che vuole cantare, chi vuol portare il pane fatto in casa o i dolci. Non vi sembra fantastico? Sicuro è che ci sarà tanta tanta sangria, anche bianca (vero Diana? quella la faccio io).
Naturalmente, se avanzerà, il denaro sarà dato in beneficenza. E spero che sia così!
Ma non è tutto.
Sto cercando tra i miei contatti più “prestigiosi” qualcuno che si offra di disegnare la copertina del libro. E qualcun altro che si offra per scriverci un’introduzione.
Ora mi manca solo di imparare ad usare quel programma che ho sempre odiato: Excel.
Beh, volevo inserire solo il link, ma poi mi sono dilungata. Sapete… l’entusiasmo non è ancora sfumato. Visto che ci sto, vi dico anche che la Giuria è composta dagli stessi Autori.
Abbiamo voluto organizzare questo concorso nell’assoluta trasparenza, con spirito di collaborazione e offrendo la possibilità, a chi non ne ha mai avuto la possibilità, di vedere il suo racconto pubblicato in un’Antologia.
Chiudo qui.
Auguri a tutti i partecipanti!
Ora rimando alla pagina dell’altro blog, quello di Diana&Emma, riservata al Concorso letterario “Parole di Pane”

Per ora troverete il bando per partecipare; per ogni dubbio, perplessità o richieste di informazioni,  non esitate a chiedere scrivendo a paroledipane@libero.it

Bando del Concorso Parole di Pane

Esercizi di stile

Stile giornalistico

Finito in tragedia l’“Addio al celibato”

Roma. Tragico incidente notturno in pieno Centro storico, all’incrocio tra Lungotevere degli Anguillara e Viale Trastevere.
Dopo aver festeggiato con gli amici le sue nozze ormai prossime, un trentenne si è messo alla guida di una Ford Fiesta per rincasare. Percorse solo poche centinaia di metri, probabilmente perdendo il controllo dell’auto, si è schiantato contro la fiancata di una Fiat Panda, alla cui guida si trovava Laura Iacono, 25 anni. Il corpo della vittima è stato estratto dalle lamiere già privo di vita.
Il conducente dell’auto che ha provocato l’incidente è stato trasportato al vicino ospedale Fatebenefratelli in stato confusionale. Viaggiava con un tasso alcolico di 3,20, superando di sei volte il limite previsto dalla legge (0,50 grammi per litro). L’uomo dovrà rispondere quindi alle ipotesi di omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza aggravata.

Stile pomposo
Il ruggito del  vino

Alla vigilia delle sue nozze, Piero festeggiò l’addio al celibato in pompa magna. Il ristorante era elegante e raffinato, i piatti interpretati con ricercata creatività, e le porzioni, di conseguenza, esigue e striminzite! Di fronte a quelle eloquenti prelibatezze, Piero esibì un’inconsueta e inattesa ritrosia, ma così non fu nei confronti del vino, ottimo e abbondante. Il tono di Piero – già di per sé burlesco – assunse così ancor più brio e, tra un bicchiere e l’altro, sapete cosa ebbe il coraggio di fare? Inscenò uno spogliarello. Per fortuna, lo bloccammo in tempo! La festa volgeva al termine e Piero uscì di scena suscitando un inevitabile e imponente stupore, ma anche impotente! Come se fosse stato aggredito da un desiderio irrefrenabile di andare altrove. Ubriaco fradicio, non ascoltò neanche gli amici, che preoccupati tentarono di interrompere la sua fuga.
«Ti prego, non andare!», «Ti accompagno io!», «Aspettaaaa.»
Fulmineo, salì nella sua Mercedes grigia, lucente come l’asfalto bagnato della tenebrosa strada che percorse contromano. Di colpo, percepì la vista dissiparsi nelle luci abbaglianti che con rapidità si espandevano, e poi lo schianto!!! Un fragoroso tonfo! L’impatto fu smisuratamente violento. Lui balzò col busto sul parabrezza e, subito prima di svenire, in una frazione di secondo la sua mente fotografò quella scena sanguinosa e raccapricciante: una Panda deformata impietosamente dall’arrogante muso della sua ruggente auto. La cosa tragica fu che le lamiere avevano ferocemente intrappolato l’esile corpo di una giovane donna, forse ormai senza vita. 

Stile poetico
Nozze di Rosso

Godere della compagnia dei miei amici più cari è stata una sensazione alla quale non ho mai rinunciato. E quel giorno percepii un gusto straordinario: io ero al centro dell’attenzione. Stavamo festeggiando l’addio al celibato, il mio, ma tutti sapevamo che si trattava anche di altro. Si celebrava la fine della mia vita vagabonda e dissoluta. Non avrei più partecipato ai loro pomeriggi abulici per superare la noia con l’ozio, ma avrei continuato la mia vita con Silvia, avrei continuato a perdermi nel blu dei suoi occhi e a nutrirmi dei suoi sorrisi, e il conforto lo avrei cercato in lei e a lei avrei dedicato il mio tempo.
Nella solennità di quella festa, mi sentivo felice ma triste, contento ma preoccupato, sereno ma perplesso. Emozioni che si urtavano e si respingevano, fino al raggiungimento di una magica armonia. Proponemmo tanti brindisi e ogni volta deglutivo un ricordo. Poi calò la notte, anche nella mia testa. All’improvviso, la voglia di scappare. Dovevo andare, dovevo rimanere solo, riflettere, capire. Quando tutti furono distratti dallo spettacolo della danzatrice del ventre, mi dileguai per sfogare la mia angoscia su un rettilineo veloce. Balzai dentro la spider e affondai subito il piede sull’acceleratore. Era notte fonda e non intendevo rallentare per un semaforo rosso. Affondai ancora di più il pedale e… non sentii più nulla, solo un fragoroso botto. Balzai fuori della macchina ma non sapevo dov’ero. Sentivo una sostanza fluida e calda scorrere sulla mia fronte. Non sentivo dolore, non sentivo niente. Aprii gli occhi. Davanti a me, una macchina raggrinzita. Il muso della mia auto era entrato nella fiancata sinistra, piegandola quasi in due. Intravidi una donna dentro. La guardai meglio. Silvia!


by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

Remington

Premessa:
Il racconto che segue è stato scritto per un concorso letterario indetto da Il Messaggero. 10.000 battute ispirate a questo tema: Un giorno ti svegli e non sei più la stessa, ma la proiezione di ciò che avresti voluto essere.
Buona lettura (spero).

Un piccolo cono di luce filtrava attraverso la tenda; era debole e non riusciva a illuminare la stanza. Il buio avvolgeva il risveglio, non capivo dov’ero. Percepivo una sensazione di leggerezza che mi manteneva sospesa, ma dovevo rinunciare a questo fastidioso senso di piacevole smarrimento. Esattamente “un fastidioso senso di piacevole smarrimento”; è così che mi sentivo: disorientata al punto da abbandonare le briglie dei miei pensieri, ma con una punta di disagio per non riuscire a essere cosciente, vigile, attenta, consapevole. Ma al diavolo la consapevolezza. L’aria pungente e l’odore acre di legna bruciata mi suggerivano di essere nel mio rifugio: un piccolo casale di un borghetto arroccato su una verde collina umbra. In quel posto non avevo distrazioni e mi era più facile concentrarmi. Non avevo impegni, né scadenze da rispettare. Mi sentivo autorizzata a isolarmi in modo totale; in mancanza di copertura, non potevo utilizzare neanche il cellulare. La sola cosa che mi dispiaceva di più era di non disporre della connessione internet, ma l’isolamento è una gran bella disintossicazione dalle psicosi del tecnologismo e tutto sommato apprezzavo anche questa rinuncia.
Adoravo quel rifugio, con il suo profumo, il verde che mi riempiva i polmoni e gli occhi, dove dormivo sempre come un angioletto e così profondamente che al risveglio mi dimenticavo chi fossi. Come quel giorno.
Benché non avessi la più pallida idea dell’ora, mi sentivo riposata. Stordita, ma riposata. Così, dopo una stiracchiata, decisi di alzarmi. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e, come un automa, mi diressi in cucina per la preparazione del mio tè. Non feci in tempo nemmeno a entrare che notai, posata sul tavolo, una vecchia macchina da scrivere meccanica, di quelle antiche. Era nera con i loghi dorati. Una “Remington” chissà di quale anno. Ogni tasto era bianco, tondo, rifinito da un cerchietto dorato. Bellissima. Ma chi l’avesse messa lì, rimaneva comunque un mistero. C’era un foglio bianco già inserito, dunque sicuramente si trattava di un invito; un invito che non potevo certo rifiutare. Ovviamente, dimenticai il tè e soprattutto i suoi poteri stimolanti, perché in quel momento nulla di più stimolante avrei saputo concepire che sedermi e provare quel gioiello. Credo di aver percepito la stessa euforia di un appassionato di motori al volante di una Ferrari. Mi sentivo emozionata, soprattutto quando iniziai a battere i primi tasti, magari anche per la paura di rimanere delusa, non so, per esempio da un cattivo funzionamento. Invece marciava che era una bellezza, era perfetta. Anche il nastro, a quanto pare, era stato ben conservato, non faceva sbavature.
Incredibile. Mi sorpresi di come le dita slittassero con estrema velocità sui tasti duri. Abituata alla tastiera del computer, non credevo di essere altrettanto veloce con una macchina di quel tipo. Le parole si imprimevano sulla carta esattamente come volevo io. Potevo pigiare i tasti con la forza che decidevo, cosicché la lettera veniva stampata con la sua forma unica, diversa dalle altre, come la “a” panciuta o la “l” sbiadita. Era un piacere anche inalare l’odore dell’inchiostro. Avevo di fronte una macchina con il suo carattere particolare e di conseguenza dovevo stare attenta a non fare errori, altrimenti avrei dovuto ricominciare daccapo. Che bella sensazione! Il timore di sbagliare, l’estetica dei caratteri impressi e l’odore che emanava la rendevano quasi umana.
Accomodata già da un pezzo al mio posto di combattimento, e focalizzando tutta l’attenzione su di lei, avevo dimenticato una questione fondamentale: cosa scrivere.
«Mademoiselle, mademoiselle…»
Gridò stridula all’esterno una voce femminile. Una voce francese, sicuro. Accorgermi di non essere sola in quel week-end mi provocò un senso di leggero fastidio e sperai di esser almeno lasciata in pace. Avevo da fare!
Il tempo di articolare questo pensiero e sentii bussare alla porta. La donna che mi si presentò davanti mi era totalmente sconosciuta. Era vestita con una gonna azzurra lunga con sopra un grembiule bianco come il fazzoletto che le copriva la testa.
«Mademoiselle, allez vous bien?»
«Se mi sento bene? Certo!»
«J’ai apporté le pain et les œufs frais.»
«Uova? Grazie, non doveva disturbarsi.»
«Mademoiselle, vous n’êtes pas bien! Vous voulez toujours mes oeufs! Qu’est-ce qui ne va pas?»
«Non capisco molto bene il francese, mi scusi signora»
«Mi chiama anche “signora”? Non la comprendo. Se vuole le uova sono qui, se ha deciso di farmi uno scherzo, oggi non è giornata», disse sbuffando mentre andava via. Poi, come se ci avesse ripensato, girò su se stessa e mi disse: «Altra cosa, messieur Jean-Paul ha detto che telefonerà alla solita ora, le lascio la porta aperta, io dovrò andare a lavorare».
Rimasi sull’uscio a bocca spalancata, fino a quando la donna scomparve dalla mia vista; solo allora, non so per quale motivo, la rincorsi.
«Mademoiselle…» fui stavolta io a gridare.
Voltandosi, notai che la sua espressione mostrava insofferenza, ma nonostante tutto non mi intimidiva.
«La prego, non capisco. Non se ne vada così… Ma lei lavora anche la domenica?»
«E come pensa che manteniamo i cinque figli che abbiamo? E poi, me lo chiede come se non lo sapesse già…»
«Già?!… E suo marito?»
«Mio marito lavora nei campi, e se torna e non trova il pranzo pronto son dolori. Quindi, visto che fa finta di non sapere nulla, io andrei…»
«Vuol dire che lei lavora tutti i giorni e in più bada ai suoi figli e alla casa?»
«Le sembra strano?»
«No, mi sembra ingiusto, impari, iniquo, inaccettabile…»
«Come no? Lo vada a dire agli uomini del paese…»
«Se ogni donna la pensasse come lei, saremmo ancora all’età della pietra. Non basta lottare con i movimenti, bisogna farlo individualmente. È così che si esce dalla sovranità maschile!»
«Ora sì che la riconosco! Au revoir, mademoiselle».
Rimasi impietrita, sconvolta, confusa. Non capivo neanche il senso dell’ultima frase che mi era uscita di bocca, ma mi piaceva, la condividevo e così tentai di continuare la conversazione, ma quella donna era già andata via, e non sapevo neanche dove abitasse.
Feci appena in tempo a voltarmi per rientrare in casa che mi trovai di fronte un uomo basso e grassottello, con dei baffi molto sottili e scuri. Portava a tracolla una grande borsa di cuoio, si teneva appoggiato a una vecchia bicicletta e guardandomi sorridente mi porse un biglietto: «Bonjour, ceci est pour vous, mademoiselle».
Proprio non riuscivo a capire cosa accidenti stava succedendo. Forse, il borgo si era semplicemente popolato di una colonia di francesi, eppure c’era nell’aria qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Comunque, presi il biglietto e lo ringraziai congedandolo. Mi affrettai a chiudere la porta alle mie spalle, entrai in cucina e, seduta, estrassi il biglietto con una certa dose di curiosità. Ma, accidenti a lui, anche quello era in francese! Rincorsi l’uomo che non era ancora montato sulla bicicletta e gli chiesi se per caso fosse in grado di tradurmelo in italiano.
«Allez vous bien, mademoiselle?» fu l’unica risposta che ricevetti, ma accorgendosi del mio disorientamento, afferrò il biglietto e lesse:

Mia cara Castoro,
sono stanco. Stare in mezzo alla borghesia pur non volendolo è un impegno assai faticoso. D’altronde, sono sempre più convinto che sia indispensabile attaccare ciò che potrebbe nuocere e toglierci la libertà di scrivere. Ora è più che mai necessario lottare per la nuova morale: la libertà. Vedrai, riusciremo ad abbattere tutte le barriere mentali, in nome del nostro nuovo umanesimo. Continua così, aiutami a preparare l’avvenire.
Stai attenta a ciò che comunichi, ricorda che noi scriviamo per loro, perché senza di loro non siamo nessuno.
Mi manca il nostro angolo al Café de Flore, annebbiato dalle Lucky Strike; mi manca Saint-Germain-des-Prés, mi mancano il nostro vino e le nostre chiacchierate, sulle note della splendida voce di Juliette.
Mi manchi tu, Castorino.
Tuo J-P

Avvertii un calore interno che saliva fino alle tempie. Avevo la bocca arsa dalla sete. Rientrai in casa per prendere dell’acqua fresca e mi accorsi che al posto del frigorifero c’era solo un tavolinetto tondo con una grande brocca di acqua. Ebbi un sussulto. Incredula e impaurita corsi in camera da letto per guardare negli armadi. Come immaginavo: tutti i vestiti sul grigio, gonne strette e lunghe, a occhio, fino a sotto il ginocchio; camicette bianche, corte e scamiciate; pantaloni e maglie. Nella scarpiera solo scarpe basse.
Tornai in cucina. Guardai il foglio inserito nella Remington. Qualcuno aveva scritto:

“Sto scavando costantemente nella mia coscienza di donna… NO
La borghesia è un male che va combattuto per ridare la coscienza politica… NO
Donne non si nasce ma… NO
Ha ragione Jean-Paul, devo aspettare, non posso scrivere tanto per scrivere. Chiudo e riprenderò domani. Simone”

“Simone?” pensai. E il trillo del campanello mi svegliò.
Un sospiro di sollievo pose fine alla mia avventura. All’improvviso tutto fu chiaro: non esiste bravura, non esistono epoca, riconoscimento, professione, non c’è nulla che possa deviare dalla passione per la scrittura. È una passione uguale per tutti; è il bisogno di trascrivere la propria vita nelle lettere giuste; è il bisogno.
Mi ritrovai seduta di fronte al portatile. Fissavo sul monitor la pagina bianca di word che rimase così per lungo tempo.
Spensi tutto e uscii.

Emma Saponaro