Sarà quel che sarà

gelosiaNon c’è notte che Paolo non entri nei miei sogni, nei miei incubi.
La bacia ogni volta, e poi mi guarda.
Il ghigno stampato sul suo volto entra dritto nella mia testa, come una lama impietosa.
Questa notte Paolo mi appare diverso, pallido, stanco, insignificante. Preoccupato, mi guarda e mi supplica.
Il fremito che mi scivola lungo la schiena mi ricorda che ho un corpo. Sento il suo peso, ma non lo comando più. Una forza lo guida, non io.
Non ho mai provato tanto odio. Sarà questo a darmi forza?
Con fermezza ed estrema calma, estraggo la Beretta dalla tasca interna del giubbotto di pelle nero.
Uno sparo, due, tre, quattro, cinque, sei… Un attimo dopo il susseguirsi delle immagini: i fiotti di sangue fuoriescono dal collo e dal torace di Paolo. I suoi urli soffocati ora gridano nel sangue, un sangue che si trasforma in infiniti gorgoglii. Bolle purpuree che non si dimenticano.
Lo sguardo terrorizzato di Paolo rimane fisso, anche quando il corpo scivola lento lungo la parete che si è tinta di rosso.
Poi un tonfo.
Tremebondo, fradicio di sudore, spaventosamente confuso, mi guardo intorno: sono steso sul tappeto della mia stanza da letto. Tiro un sospiro di sollievo.
Come può un uomo ridursi così? È inaccettabile.
Capisco, ora capisco. Tutto quell’odio è rivolto a me, solo a me, alla mia debolezza, alla fottuta incapacità di dichiarare i miei sentimenti. È la vita che decide per me e io non voglio, non voglio più.
Sento la mia impotenza scivolare lentamente verso il basso, proprio come il corpo di Paolo.
Ce la devo fare. Ce la farò.
Mi vesto di coraggio. Accendo una sigaretta, la mia prima sigaretta, e vado da lei. Citofono e aspetto che mi risponda. Sono le tre del mattino, ma non m’importa. Devo dirle ciò che sento, ciò che sono, ciò che voglio.
Il resto non ha più importanza.

by Emma Saponaro

foto tratta dal web

Errore d’amore

Margherita aveva da poco compiuto diciannove anni. I lunghi capelli neri e gli occhi color pece combinati a una silhouette alta e slanciata formavano una miscela esplosiva che attirava l’attenzione di tutti i ragazzi. Frequentava l’ultimo anno di un noto liceo artistico di Roma e, nonostante la bellezza e la simpatia, non riuscì mai ad allacciare alcuna amicizia.
Stessa cosa accadeva per le storie d’amore, sempre brevi anche se intense.
Di Roberto sembrava essere innamorata pazza. Si emozionava all’ascolto delle sue parole gentili, dei suoi apprezzamenti più o meno espliciti. Prima di ogni loro incontro, sentiva mancarle l’aria e il cuore battere all’impazzata. Nonostante ciò, proprio nel momento in cui il rapporto stava per decollare, lei interruppe la storia con una scusa inventata lì per lì, come del resto accadeva sempre.
Era figlia unica e i genitori, due avvocati di fama internazionale, spesso si allontanavano qualche giorno da casa per lavoro e, ora che lei era ormai adulta, non beneficiava più della calorosa presenza della tata, ma solo della colf che incrociava all’ora di pranzo, quando rientrava dalla scuola.
Un pomeriggio, Margherita, volendosi godere uno dei tanti giorni in compagnia della sua solitudine, trascurò lo studio e accese la tv. Iniziò uno zamping meccanico e incontrollato, fino a quando qualcosa attirò la sua attenzione: un primo piano del volto di una donna di mezza età. Parlava portoghese e lei, malgrado non conoscesse quella lingua, riusciva a intuire ciò che stava comunicando. Margherita, come catturata da un’immagine magnetica, scivolò nel profondo dei grandi occhi neri della donna, e non oppose resistenza a un abbraccio quasi violento della sua voce straziata. Con difficoltà, ma riuscì a comprendere la sofferenza che quel volto stava trasmettendo.
Una lacrima rigò la guancia di Margherita, e dopo quella ne scesero altre e altre ancora, finché un pianto singhiozzante la liberò dal peso di un sospetto silenzioso che aveva nutrito per tanti anni.
Si precipitò tra gli album dei suoi primi anni di vita.
Si erano trasferiti a Roma quando lei aveva cinque anni, non di più. Prima di quell’età conservava solo ricordi sbiaditi e, per quanto si sforzasse, dalla sua memoria non riusciva a tirar fuori un volto, un episodio.
Non una foto in braccio alla mamma. Non un’immagine sul passeggino. E la mamma? Perché non si era mai fatta fotografare con il pancione? Domande che per pudore aveva posto sempre e solo a se stessa, e risposte cercate, immaginate, sì, ma mai ricevute.
Ora, gli occhi di quella donna le stavano suggerendolo la soluzione.
Alzò il ricevitore e compose il numero di telefono che appariva in sovrimpressione. Un breve scambio di parole tra loro sciolse definitivamente ogni dubbio. Era la donna ora a piangere convulsamente; Margherita, al contrario, si sentiva sollevata, alleggerita da un peso angosciante fissato dai suoi genitori per il troppo amore. Non doveva più difendersi dal sospetto, ma accettare una verità nascosta per troppo tempo.

Se solo avesse saputo…

by Emma Saponaro