Nobel per la Pace 2018

A 70 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato consegnato a Nadia Murad e Denis Meukwege.

Ho cercato notizie, ho letto e mi sono commossa. Siamo circondati da tanta disumanità, violenze e atrocità che, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai a immaginare. Non riusciremo mai ad accostarci al dolore e alla sofferenza che attacca impietosa intere comunità.
Questo è un post un po’ confuso, un po’ patito, un po’ tutto, e non so neanche io perché lo stia scrivendo. Però lo sto facendo, così, un modo per ringraziare queste persone che dedicano la loro vita a difendere diritti, dignità, a gridare l’ingiustizia. Forse è un modo di ringraziarli e di guardare al futuro con un briciolo di speranza in più.

“Decidere di raccontare la verità è stata una delle decisioni più difficili che abbia mai preso, ma è stata anche la più importante”.
(Nadia Murad)

“È incredibile vedere queste persone sofferenti che riescono ancora a ringraziare Dio, che hanno la forza di lavorare. Mi chiedo anche come facciano a cantare, quando fanno fatica a sopravvivere. Riescono ancora a cantare, e questo mi rende felice.”
(Denis Mukwege)

Io lo so

Io lo so cosa hai provato.
Io immagino come sei tornata a casa.
Avrai camminato per strada, da sola, affondando lentamente le gambe inchiodate nell’asfalto molle e procedendo annegata nel buio.
I tuoi pensieri erano evaporati. Non pensavi a nulla, non avevi la forza per farlo. Pensare sarebbe stato inutile e penoso. Percepivi solo il dolore, dolore in ogni singola molecola del corpo tutto.
Carne infranta, dignità oltreggiata.
La gonna era infamata, la camicia lacerata, e il vuoto in testa così ingombrante che avrai evitato a fatica di buttarti sotto a una macchina per cancellare l’orrore, e non doverlo raccontare, e riviverlo e raccontarlo di nuovo, e riviverlo e…
Io lo so cosa hai provato.
Ti sarà sfiorata per un attimo l’idea di dover affrontare il tuo ragazzo, la tua famiglia. E ti sarai sentita sporca, imbrattata dal seme bestiale e dalle vili voglie.
Chiederanno? Taceranno? Capiranno.
Non essendo sicura di farcela, avrai implorato le forze per arrivarci viva, a casa, camminando su quell’asfalto molle, molle, molle, e deformato, infame anche lui.
Opporti ti avrà causato altra sofferenza, e tanto dolore, e giù botte e schiaffi e insulti… poi, e poi, e poi avrai sentito insinuarsi in te l’odiato e l’odio, il disgustoso e il disgusto.
Avrai conosciuto i denti di una tagliola, d’acciaio, affilati, avrai visto ingordi occhi di ghiaccio, avrai sentito la carne puzzolente della bestia feroce.
Io lo so cosa hai provato.
Io l’ho provato a casa, con chi un tempo mi scelse sposa.
Io lo so cosa hai provato.
Io l’ho provato con il mostro che un tempo promise di amarmi, rispettarmi e onorarmi fino alla morte.
E la morte, la mia, è arrivata presto.
Ho sopportato, per la vergogna, per non essere violentata ancora da domande impertinenti, per la paura di scoprire increduli e scettici, per proteggere mio figlio.
Io lo so cosa hai provato.
E per questo decido di spezzare la connivenza.
Ho dolore. Voglio dire, voglio urlare, voglio piangere per il feroce stillicidio di un amore infranto. Ma non posso più tacere. Non posso più sopportare. Decido di spezzare la connivenza, anche se è con la carne della mia carne.
Perché io lo so cosa hai provato.
Sono una vittima anch’io. E non sto parlando di quel mostro al quale dovevo sottostare respirando i fumi di alcol e sopportare le prepotenze e le prese e le strette e le minacce e le botte e i lividi e le fratture e le bugie e i sotterfugi. No, non sto parlando di lui, ma di colui che ti ha ridotto così.
Io, vittima di un amore sbagliato, un amore che non si può più proteggere, non posso, non posso più, e spezzo la connivenza.
Dall’amore cosmico di madre io sono stata estromessa, pur lottando ostinata tra i grovigli di spine che si conficcavano nel cuore cieco e poi eretico e poi ribelle. Domare il drago della natura ingrata è impresa grave e sanguinosa. E maledico, ora, il mio utero che indegnamente lo accolse, e spezzo la connivenza.
Voglio annegare questo amore, questa vita creata dall’inganno.
Un figlio che ho partorito, amato, adorato, un figlio malvagio, erede degli stessi denti d’acciaio affilati e degli occhi di ghiaccio di un padre ignobile.
Un figlio che non conosco più.
Un figlio dal quale mi sto separando. Un figlio che consegno a lei, Vostro Onore.
Addio, figlio mio.

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